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venerdì 28 luglio 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: transiti

Una parte del cartellone del festival di Fano Jazz by the Sea ha avuto un interessante indirizzo sotto la rubrica Exodus Stage: gli echi della migrazione. Invitando artisti musicalmente sensibili all'approccio del tema (Ottaviano, Zanchini, Angeli, Falzone, Kanuteh e persino Dani), la rassegna "...offre l'opportunità di riflettere su una delle problematiche cruciali della società occidentale..." (inciso del programma). La musica, quindi, può essere un buon posto per intraprendere questa riflessione, soprattutto quando si pensa che essa può essere un contenitore concettuale; qualsiasi eco migratorio ha una contropartita, nasconde un patrimonio di conoscenze e realizza un pensiero che il musicista accoglie per rappresentare la sua forma musicale. Ciò che è importante è il fenomeno del "transito", inteso come lascito e scambio di esperienza: la musica può assumere riferimenti diretti alle dinamiche etniche oppure può anche incorporare un lavoro sulle identità che è tutto trapassato nell'improvvisazione, magari provvista di approfondimenti sul versante delle tecniche musicali contemporanee. Sono zone di smistamento, fattori misti che ho legato in questa puntata dell'improvvisazione italiana.

Data la vicinanza geografica ho avuto la fortuna di incontrare e passare minuti piacevolissimi con un bravissimo sassofonista pugliese e misurarmi con uno sguardo ricorrente profuso dal basso verso l'alto a causa della sua statura. Giuseppe Doronzo, originario di Barletta ma emigrato ad Amsterdam per via di un ambiente più consono ad un certo tipo di arricchimento musicale, mi presentò il suo progetto multietnico, denominato Ava Trio. Il relativo cd dal titolo Music from an Imaginary land, è stretto in comunanza di intenti con due musicisti mediorientali: il turco Esat Ekincioglu al contrabbasso e l'iraniano Seyed Pourya Jaberi ad alcune percussioni specifiche (daf, jivar, kozeh).
Si diceva della statura fisica, ma direi che bisognerebbe parlare anche della statura crescente del musicista. Concordi nel pensare che gran parte dell'improvvisazione regionale passi attraverso l'incontro di culture e mezzi non banalizzati, è sintomatico il fatto che Doronzo sia particolarmente interessato al baritono e a i suoi approfondimenti armonici. In Music from an imaginary land, il suo sax baritono è protagonista sin dall'inizio: detta le melodie, i tempi, ed ha un timbro gonfio e validissimo. Se da una parte sembra rivivere le gesta di Actis Dato, dall'altra si nota una trama più equilibrata, divisa tra umiltà e passaggi tesi a ricavare armonici, in un tessuto in cui girano intorno più elementi: forgiature mediorientali, ritmicità sopraggiunta e momenti camerali. Se si ha bisogno di energia Kancik Dance può fare al caso, ma nel complesso c'è la volontà di porre dentro la musica i ricordi della propria terra d'origine così come sono tenuti nel loro immaginario, cercandone una convergenza anche con risvolti jazzistici sottoponenti (la sintesi maggiore di questa subdola ricerca si trova in Pol, vedi qui). Su questa linea se ne deriva invero un conosciuto umore misto, triste e sussurrato quasi come un canto mediterraneo, ma il tentativo è quello di allargare le conoscenze alle materie degli armonici, dei graffiati (in Ricordi il baritono di Doronzo si contorce benissimo) o degli insufflati (vedi Borders o Mediterranean people che coinvolgono anche le stringhe chamber oriented del contrabbasso di Ekincioglu); il risultato, perciò è un compromesso, una formula che riesce godibile ma che al tempo stesso non serba retorica, suscettibile di ulteriore miglioramento non appena si siano espansi gli interessi sulle dinamiche armoniche. 

Particolarmente effervescente è l'ultima incarnazione degli Odwalla di Massimo Barbiero. Ancestral ritual, nuovo episodio discografico della macchina percussiva di Ivrea, contiene una delle recenti esibizioni (al teatro Giacosa nel marzo di quest'anno) svoltasi al cospetto di nuovi ed importanti collaboratori: da una parte Baba Sissoko e Gaia Mattiuzzi per il canto, dall'altra Jean Landruphe Diiby e Giulia Ceolin alla danza. 
La caratteristica positiva dei lavori degli Odwalla è la loro infinita riciclabilità: l'improvvisazione è un macchinario perfetto per rivedere sotto nuove luci il repertorio. E' così che brani già ascoltati numerose volte nella loro discografia, presentano contorni sempre più perfetti grazie alla psicosi del momento (che comprende musica, gesti e relazioni ritmiche) per cui si fornisce linfa migliorativa, un pò come succedeva a Steve Lacy, che riproponeva nel tempo i suoi pezzi, ma ogni volta le novità profuse erano in grado di alzare costantemente il livello della musica. E' così, quindi, che si ricevono emozioni rinnovate nell'apprensione derivante dal convulso sviluppo canoro della Mattiuzzi nella seconda parte del Cappellaio Matto o nel linguaggio primitivo del Sissoko di Cerbero (Sissoko vive comunque da tempo in Calabria). "...se perdiamo anche la cultura perdiamo tutto...." dice Baba in Emanuela e c'è da riflettere, in caso di avveramento della previsione, su cosa ricostruire dopo le ceneri.

Un brano specifico dedicato ai Transiti si trova in Hear in now not living in fear, ultimo lavoro del trio di corde composto dalla contrabbassista Silvia Bolognesi assieme a Mazz Swift (violoncello) e Tomeka Reid (violino).  Si tratta di una bella costruzione dal vago sapore mediorientale, il cui successo è fuso nelle tre parti autonome suonate dalle tre musiciste: ognuna per la sua strada, con le loro invenzioni proiettano il viaggio e la riflessione. In questo trio aleggia molto la lezione dei violinisti free jazz statunitensi (qualcosa che sta diventando rara negli ascolti), con l'improvvisazione che si monta su tanti espedienti, tecniche non convenzionali, dando nell'insieme una reale condizione descrittiva, così come succede nelle Impro (Impro 1 è impressionante, quasi un motore di un'auto in fibrillazione). L'altra parte del costrutto musicale è tinta di cameralità sia classica che jazzistica, talvolta evocativa (la Bolognesi si accosta ad un suo modello in maniera eccellente in Requiem for Charlie Haden, mentre la Swift accora il suo omaggio a Prayer for Wadud), talvolta indicazione di un percorso di speranza (l'esplicita riflessione della cantante aggiunta Dee Alexander in Not living in fear). Registrato ad 8 anni di distanza dal primo cd, Hear in now not living in fear è una raccolta bellissima di idee, tra la composizione e l'improvvisazione libera. La Bolognesi è parte integrante di un trio fortissimo, con molta inventiva, l'equivalente della laboriosità degli omini di Lilliput quando si prestarono ad immobilizzare Gulliver naufrago e dormiente a terra, con il loro veloce e "creativo" sistema di funi. 

Nell'attuale area veneziana del jazz si fa avanti una prospettiva angolare e geometrica, che può essere applicata a molte intersezioni espressive. Tra queste, quelle ricordo con più acume sono state le proposte di Bittolo Bon e le soluzioni dell'Hyper+ assieme ad Amir El Saffar, jazzista e studioso di maqam, modalità araba e vocalità mediorientale. El Saffar è una delle fonti di ispirazione per il trio Ophir dei giovani Giacomoni-Centasso-Catalano (sax alto-contrabbasso-batteria), dove l'elemento di transito si avverte molto chiaro nel brano Conversazioni con Amir, un dialogo a tre suonato come se i tre musicisti fossero sotto illuminazione a candele. Perché Ophir? Se ne parla nel Vecchio Testamento come di una regione particolarmente ricca di oro, argento, metalli ed animali, merce da dare in pegno al re d'Israele; i tre musicisti hanno considerato l'immagine della ricchezza per poterla rapportare all'improvvisazione e non c'è dubbio che il riferimento al vecchio Ophir vada misurato sugli obiettivi attuali del trio. Il riferimento ad El Saffar copre solo quel brano, perciò il senso complessivo della musica del trio va preso su un più ampio ventaglio di elementi. 
Di strutture spezzate ed angolari si nutre anche l'improvvisazione dei tre musicisti Ophir, che giocano sul contrasto forte tra tema principale e allungamento delle timbriche che sorreggono le parti libere. Si cerca la pienezza del sound ed un effetto quasi post-rock come succede quasi inconsciamente nell'introduttiva Stanley Kubrick gira l'allunaggio, in Topi o in Roth, mentre la parte centrale del lavoro (da F a Szese) è più sperimentale, in qualche momento kitchen sound, in costante ricerca di una sensazione acustica che non sempre arriva. Nel complesso un bellissimo biglietto da visita per il futuro. 


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