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venerdì 7 luglio 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: vai dove ti porta il suono

Puntata sperimentale e piuttosto lontana da argomentazioni jazzistiche. Si ribadisce l'importanza della produzione del suono e della sua capacità di trasporto accettata non solo emotivamente. Una nuova specie di emozioni, puntellate intellettualmente.

Il timbro del trombone richiama frequentazioni neurali giganti. Potrebbe essere associato ad un grosso animale o ad uno spazio ampio ed affollato (al riguardo la critica jazz ha coinvolto le associazioni con la giungla allorché ha dovuto segnalare gli adattamenti sonori di Miles Davis e delle sezioni brass degli organici, compreso il trombone). Nel jazz musicisti come Mangelsdorff, Rudd o Schiaffini hanno poi preparato il passaggio ad un'esplorazione fisica ed intellettuale dello strumento guidata da multifonia, tecniche estese e contemporanee, donando al trombone spunti riflessivi e comunicativi. Negli Stati Uniti George Lewis ha virato spesso verso l'elettronica, anche se a pensarci bene resta ancora in vita un patrimonio di risorse acustiche da rivelare anche nell'epoca dei mezzi digitali e della riproduzione autonoma di suoni reali ma costruiti in laboratorio o in una stanza fornita di personal computer e software specifico. Sulla parte acustica dei suoni del trombone, ottenuta con particolari tecniche e con l'utilizzo di imboccature anomale per lo strumento trombone, si muove Carlo Mascolo. Il suo recentissimo cd My tubes (per la Creative Sources) è una dimostrazione di intenti: brani cortissimi (da uno a tre minuti) che sembrano esercitazioni, una ricerca che si dirige su una molteplicità di approcci sonori e il tentativo di trovare una giustificazione alla strada della creazione acustica "....in order to build acoustic layers of sounds that seem to be produced by a synthetizer or an oscillator........." (note interne del cd). Sebbene Mascolo non abbia comunque reso esclusiva questa preferenza, tra le sue preparazioni al trombone fa specie l'utilizzo di tubazioni collegate allo strumento con prese d'aria artificiali, basate su pezzi di rubinetteria o su paletti di servizio di quelli che si usano per strada o nei cantieri (vedi qui qualche esempio).
Basta cominciare l'ascolto della traccia iniziale Trifonicone per rendersi subito conto dei mondi sonori calcati, laddove il trombone preparato restituisce contemporaneamente una duplice sensazione: da una parte un rombo vibrato d'elicottero, dall'altra lo stridore di una porta che si apre o si chiude. Perfezione meccanica? No le similitudini continuano quando si cerca di costruire una "collaborazione" tra suoni e voce insufflata, un dialogo abnorme ma fantastico come quello creato in Slided (la vocalità simula quasi uno scat jazzistico) o in Mouthpiece (la vocalità sembra recitare un monologo teatrale); in Be phonic too sembra addirittura che parta un trapano, mentre Tree Phonic 3 intercetta il drone di saluto delle navi in porto, valorizzando al tempo stesso gli strati striduli delle emissioni del trombone. Mascolo è anche fondatore di un'associazione transculturale di musica e tale inclinazione si sente nello spazio offerto ad una versione di un classico strumentale ottomano: Kurdi pesrev variation # 1492 tiene idealmente assieme una forma disfatta della melodia e alcuni armonici. Francamente, in giro per il mondo, non penso ci sia molta gente che fa le cose di Mascolo in questo momento.

Le classiche convenzioni vengono sfidate anche dal percussionista Sergio Armaroli nel suo nuovo cd per Dodicilune R. composto assieme all'altro percussionista svizzero, Fritz Hauser. In Structuring the silence si tratta di costruire un ambiente percussivo che sia in grado di restituire una visione di "teatro" permanente della percussione. Cage in tal senso diede molte indicazioni, ma Armaroli e il suo ospite portano elementi propri nella costruzione di una musica che, per forza di cose, deve partire dal residuale. Nell'ascolto della musica abbiamo sempre pensato al protagonismo dei suoni e le pause di un brano non hanno nessun altra funzione oltre quella interruttiva; con Structuring the silence abituatevi a pensare al contrario: è il silenzio che è il protagonista, mentre sia le sue strutture leggere (dell'ambiente circostante o di una musica più o meno minimale nei suoni) sia la normale espressività musicale, sono i suoi riempimenti. Qualsiasi linea di composizione così come qualsiasi attività improvvisativa si impegna a questo scopo, creando quello che Armaroli definisce oggetti o sculture sonore in cerca di un infinito possibile e soggettivo: "...quando creo un oggetto sonoro è come se si materializzasse sopra una forma, come se si materializzasse qualcosa che non è materiale. Non si materializzano le cose stesse ma ciò che uno può immaginare. Ed il lavoro vero è sempre un lavoro di immaginazione come sforzo nel vedere e nel comprendere per abbracciare un senso..." (da un'intervista fatta a Sergio in occasione della presentazione dell'installazione del progetto di Confusio Rerum confusio verborum). 
Structuring the silence, quindi, ha bisogno oltre che di lunghe pause silenziose anche e soprattutto di polifonie minimali, di accenni percussivi di varia natura disseminati durante il percorso, che impegnano Armaroli a vibrafono, glockenspiel, crotali e percussione minuta e Hauser con il suo drum-set. La bellezza e la potenza di queste elucubrazioni sui risvolti del suono sta nella capacità degli artisti di individuare dei patterns musicali in grado di suscitare con pienezza gli obiettivi di un'esperienza d'ascolto subdolamente indirizzata; per arrivare al risultato c'è bisogno di percussionisti in grado di saper far scattare queste molle della percezione acustica ed Armaroli è sicuramente tra i pochi a coltivare in Italia questo esempio (altri ispirati da Cage sono Dani, Fedele o Saiu); quel meccanismo si attiva sempre, dai tre movimenti di Structuring the silence (perfettamente calibrati nello spazio ideologico appena accennato) alle brevi ed impulsive Impro; dalla riflessione fatata dei tre momenti di Anathem, ai 25 minuti di afterSILENCE (vedi qui un trailer ricostruttivo), in cui linee leggerissime di elettronica ed un continuo rullio in tandem, profuso in dinamiche ed intensità variabili, permettono di inserirsi in quel viaggiare senza freni immaginativi, in quel limbo della memoria musicale che costruisce un benessere aldilà di qualsiasi adattamento critico.

Un'interessante relazione per "sottrazione" tra corpo e strumento è quella che si può apprezzare in Corpora Soni, quattro tracce di un Ep pubblicate sulla sua pagina bandcamp, dal percussionista Luca Gazzi. Niente elettronica in questa sede, solo approccio dettato dalla finalità di darsi una risposta alla seguente domanda "..How much of my body has to be removed from the musical action to let this particular sound emerge?.."; le implicazioni di tale principio sostengono dunque una sperimentazione adeguata, in cui è importante il peso musicale, inteso come rapporto tra intensità o quantità di energia profusa nel gesto e produzione di suono-silenzio; perciò i quattro brani passano da una presenza minima ad una massima e vengono progettati come improvvisazioni con una loro finalità acustica. 
Tra le selezioni di Corpora Soni se ne distinguono almeno due di particolare interesse: 
1) gli effetti di trascinamento che si ascoltono in 0.Improvvisazione II.Improvvisazione richiedono una coordinazione difficile delle due mani, poiché la destra impugna un'archetto che sfiora un piatto in verticale al suo bordo, mentre la sinistra ruota circolarmente con dei sonagli di legno sulla superficie del piatto, sostituiti ad un certo punto da un massaggiatore di metallo. I cinque minuti restituiscono una bellissima sensazione di spazio sonico cucito in densità; 
2) il drone di Minimalia utilizza una rubber stick (una pallina) su un piatto, che è a sua volta poggiato su un timpano che amplifica le frequenze basse; l'azione catartica creata grazie all'amplificazione permette quasi di scovare una voce interiore, frutto anche del fatto che, durante il percorso, Gazzi sovrappone un altro piatto creando delle micro modulazioni del suono.



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