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giovedì 8 giugno 2017

Prototipi di free-jazz che non dormono mai

Qualche riflessione sulle news prodotte da Leo Feigin.


Non sembra che all'orizzonte ci siano lezioni di improvvisazione più degne di quelle che Steve Lacy profuse nella sua vita: Lacy ha aperto un varco nel jazz e nelle strutture improvvisative, puntando dritto alla creatività e alla bellezza plastica della musica. Uno dei tanti fiancheggiatori della musica di Lacy è stato il pianista Uwe Oberg, che con il progetto Lacy Pool ha dato il suo contributo, qui giunto al secondo episodio discografico dopo la prima pubblicazione su Hatology nel 2009. In Lacy Pool 2 la politica organizzativa resta la stessa, ma diversi sono i timbri degli accompagnatori, che sostituiscono il trombonista Christof Thewes con il clarinettista Rudi Mahall e confermano, invece, il batterista Michael Griener. Oberg ha molto Monk nel sangue, ma Lacy deve essere stata una scoperta tremenda; d'altronde Lacy stesso si può considerare una speciale continuazione di alcune visuali del pianista bebop. Oberg lega assieme Lacy e Monk, lasciando spazio alla propria interpretazione non appena cade il "motivo" ricorrente ed entra in gioco la parte improvvisata; il carattere di Lacy pool 2 emerge, quindi, un pò alla volta, lavorando su una tinta creata apposta dai tre e frutto del timbro dei loro strumenti. Se Oberg si sposta molto rapidamente tra epoche consequenziali (come detto nel rispetto di Monk e Lacy), Mahall va colto nella maturità dell'improvvisazione con assoli di altissimo livello sul clarinetto che, in questo caso, coopta alla grande il magico soprano usato da Lacy; anche Griener si dimostra attento a creare quei dislivelli ritmici che sono importanti per una compensazione rapportata tra la scorrevolezza del pianismo di Oberg e il sound necessariamente più legnoso e più low-fi del clarinetto di Mahall.
A livello di repertorio, Lacy Pool 2 pesca in alcuni classici del periodo magico di Lacy, quello del decennio 1973-1983 espresso con alcuni albums come Scraps (Ladies)Dreams (omonima), Trickles (omonima), Stabs (Deadline), Troubles (omonima), Prospectus (Clichés), nonché con un solo brano nella parallela e splendida esperienza svolta con Mal Waldron (Blues for aida): un canovaccio impostato da Lacy che poi sarà perfezionato man mano nel tempo grazie alle sue rivisitazioni costruttive. Inseriti nella concettualità di Lacy sono anche i due episodi composti da Oberg, soprattutto Jazz ab 40, che può ritenersi una summa di tutti gli accorgimenti ed esplorazioni che il trio ha ricavato dalla musica di Lacy (sentilo qui da un'esibizione del 2015 al Nigglmuhle di Eschach).


Spingendosi all'indietro temporalmente, si trova anche l'origine del prodotto improvvisativo creato dal Trio Now!, tre splendidi improvvisatori austriaci che vengono ritratti in un Live al festival Konfrontationen dello scorso anno, nella galleria di Nickelsdorf. Si tratta della sassofonista alto Tanja Feitchmair, il cellista Uli Winter e il batterista Fredi Proll, che presentano in maniera esaustiva il loro campionario di free jazz spinto fuori dai limiti ed opportunamente reso ortodosso; è difficile assegnare una collocazione stilistica al trio, dal momento che più elementi non consentono avvicinamenti calcolati, ma comunque è evidente che qui si traccia una linea che va dal free jazz di Ornette Coleman sino ai jazzisti adeguatamente votati alla contemporaneità come il primo Braxton. Se dobbiamo parlare proprio del passato, "Live at Nickelsdorf Confrontatione" è un sublime tuffo in quelle strutture libere e gradualmente esaltate che sono state citate; ciò che colpisce è la bravura dei musicisti che, a prescindere dall'empatia raggiunta, sono in grado singolarmente di creare una propria enfasi umorale: da The magic of now fino a High voltage si apprezzano le entrate dei musicisti, le dinamiche di snodo che raggiungono benefiche climatizzazioni e persino l'attitudine a rendersi partecipi fisicamente della trama improvvisativa: (puoi vedere qui un'esibizione del trio ad Ulrichsberg nel 2014, in cui la Feitchmair accompagna gli sforzi con un sontuoso movimento delle gambe e del corpo, Winter che si traveste da artigiano con veloci tecniche di scivolamento sul violoncello ed un uso del pizzicato che lo avvicina al contrabbasso, mentre Proll suona scuotendo testa e membra come un alienato). Questo live è un perfetto ed universale biglietto da visita, oltre che un ottimo ascolto.


Delle varie facce artistiche di Marcus Vergette, quella di musicista è la meno calcolata: produttore di films e artista visuale, è soprattutto con la scultura delle Time and tide bells che si è procurato una popolarità; trattasi di 12 grandi campane poste in prossimità della riva di località dell'Inghilterra che suonano grazie all'azione del mare e dell'alta marea. Un'arte in real time che ha come sottofondo una politica reazione al cambiamento climatico. Dal punto di vista musicale, Marcus è un compositore e un contrabbassista che ha girato saltuariamente nelle fila dei gruppi di Mike Westbrook e questa è la prima volta che incide finalmente un cd con un soggetto preordinato e rimandato alla mitologia greca. Si parla della storia di Marsia, figura antica che intrattenne una sfida musicale al flauto con Apollo, perdendola e dovendo subire una punizione severissima, quella di essere scorticata viva (Tiziano ne fece anche un dissonante ritratto su cui Vergette si è formalizzato per l'ispirazione); l'idea di Vergette è di replicare musicalmente tutta la vicenda di Marsia, assegnando una parte ai soggetti principali del racconto: Apollo è il piano di Tom Unwin, Marsia è il sax di Roz Harding, mentre le muse sono Marcus stesso al contrabbasso e una coppia di violoncelli (Janna Bulmer e Lucy Welsman). 
The Marsyas Suite potrebbe creare una divergenza d'opinioni qualora si voglia interpretare la musica con i suoi timbri: è vero che ogni combinazione di suoni scava una personale immagine nella nostra mente ed è anche vero che le trame piano-sax-corde imbastite dai musicisti possiedono una certa configurazione all'attaccamento aurale, tuttavia non sembrano sufficienti per poter lavorare con un'immaginazione specifica. Senza conoscere il soggetto sottostante, si farebbe fatica ad entrare nella storia di Marsia, così come all'opera si rende laconicamente necessario un libretto per suscitare una scansione; qui si parla una lingua jazz, dove la cameralità è blanda, il sax non si lamenta e il piano trasporta su altre coordinate. The Marsyas suite, perciò, è un bellissimo cd che però guarda gli avvenimenti specifici come se stesse dietro ad una porta, per descriverli. Il fatto di non poterci entrare con i suoni in maniera più profonda è il suo unico limite (vedi qui e qui degli estratti della suite al St.Ives Jazz club).



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