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giovedì 29 giugno 2017

Equilibri eclettici della coralità minimalista

C'è bisogno di uno sforzo enorme per sistemare uno standard riconoscibile della coralità minimalista: l'esperienza d'ascolto dei principali compositori dediti alla materia insegna che:
a) gli elementi tecnici del minimalismo (ripetizione, phasing, etc.) furono spesso cooptati o consegnati ad una struttura corale più tradizionale. 
Si pensi a quanto la critica specifica attribuisce all'Harmonium di John Adams, per grande orchestra e coro misto, a cui viene riconosciuta la palma della composizione corale di riferimento minimalista: non c'è dubbio che Adams abbia usato con molta parsimonia gli elementi minimalisti, rivolgendo lo sguardo ad una sorta di sinfonia corale dai connotati armonici e ritmici lontani da composizioni impregnate di minimalismo come Phrygian gates o Skaker loops che fanno parte dello stesso periodo. Ma il riferimento ad Adams dovrebbe essere condiviso con la Another look at harmony part IV di Philip Glass, composizione iniziata nel 1975 per coro ed organo (quella di Adams è stata rilasciata nel 1980), che contiene molte delle stimmate che entreranno nella più acclamata Einstein on the beach, composta per il teatro. In quella sede Glass dichiarava che "...the approach has been to link directly rhythmic and harmonic structure. In doing so, easily audible root movement (chords or “changes”) was chosen in order that the clarity of their relationship could easily be heard. Here, as in earlier periods of Western music, melodic material is, for the most part, a function or result of the harmony. However, it is clear that some of the priorities of Western music (harmony/melody first, then rhythm) have been reversed......" (dal suo sito internet come nota accompagnatrice della composizione).
Perciò, sia Glass che Adams rinunciarono ad un secco approfondimento avanguardista e se Glass non produsse più composizioni rilevanti in materia corale, Adams ebbe l'occasione di eguagliare la bontà del suo Harmonium con On the trasmigration of souls, un corale dedicato alle vittime delle Torri Gemelle, in cui ancora la tecnica minimalista non si illumina, lasciando alla tonalità e alla valenza psicologia delle voci pre-registrate il compito di sostenere le strutture musicali. La grande preoccupazione di Adams era quella di annoiare, mentre l'intento volgeva a formule ritenute più impattanti sull'ascoltatore (a questo proposito puoi consultare la scheda di Michael Steinberg a lui dedicata in Choral Masterworks, Oxford University Press). 
b) dove la vocalità è stata usata, spesso ci si è concentrati su una scrittura per poche voci, una circostanza che arriva come conseguenza della filosofia minimalista, che è probabilmente lontana dall'enfasi di un grande coro. 
Paul Hillier, uno degli attuali protagonisti della coralità internazionale, ha cercato con le sue principali istituzioni musicali di esacerbare la spinta minimalista, compiendo un lavoro di ricerca e scelta del repertorio appropriato (circostanza per lui usuale nella coralità sacra); con l'Ars Nova di Copenaghen si è prodotto in un unico rifacimento della In C di Riley per sole voci, ha sostenuto il bestseller di David Lang, The little match girl passion e recentemente ha pubblicato una raccolta discografica ibrida nel genere per la Cantaloupe, dal titolo First drop, dove assieme all'Ars Nova si effettua il ripescaggio di pezzi di autori come Michael Gordon, David Lang, Terry Riley, nonché Steve Reich (di cui riarrangia il Clapping Music), composizioni che si rivelano per la loro diversità caratteriale rispetto ad uno standard.

Anche nel post-minimalismo le due condizioni (a+b) sembrano avverarsi. Tuttavia una particolare modalità dell'approccio minimalista si è anche diretto verso forme polifoniche del tutto particolari: The canticles of the Holy wind del compositore John Luther Adams può aspirare ad una sorta di coralità naturalistica, evocazione di agenti atmosferici o di animali (soprattutto gli uccelli) che sono lo scenario naturale delle nostre contemplazioni. Il risultato costruisce un unico insieme di strategia minimalista, dove la simulazione del canto di quattro gruppi di cori disposti attorno al pubblico, è un modo per conciliare l'amabile polifonia del passato con le difficoltà del canto della recente avanguardia e le velleità di un drone vocale. Si apre così una conciliazione temporale tra epoche lontane, una sintesi che filosoficamente potrebbe avvicinarsi agli scopi di Arvo Part, in grado di sposare il minimalismo con l'ascetismo: ma in the Canticles of the Holy Wind non si trova la tecnica del tintinnabuli di Part, nè tanto meno si obietta per il misticismo, quanto piuttosto si condivide la ricercata semplicità del linguaggio polifonico nonché l'orientamento al flusso sonoro e alla sottolineatura delle variazioni molecolari disponibili nella trasformazione della stessa trama; forse si tratta di tessere un impensabile legame tra naturalismo e cattolicesimo, tra Feuerbach e S.Francesco d'Assisi. In ogni caso, un grande risultato.



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