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giovedì 25 maggio 2017

Poche note sull'improvvisazione italiana: perpendicolari jazz

Questo mese una puntata più morbida. Tre prodotti discografici di jazz con diverse sfumature, con elementi che sono perpendicolari al jazz stesso e con molto valore da offrire per fans e non.

Jazz with contemporary moves

Franco Baggiani, strumentista del circuito fiorentino, con tanto di specializzazione in suoni per big bands ed orchestra jazz, è con la tromba che ha incorniciato il suo percorso, una via praticata in molti modi, cercando di estrapolare una propria espressione: dall'urban jazz alle fiere jungles di Davis fino ad arrivare ad un'improvvisazione più riflessiva. Il suo ultimo, recente, Mechanical visions può candidarsi alla palma del migliore della sua discografia: mai come in questo lavoro, Baggiani mette a frutto tutta la sua esperienza di musicista per dirigersi in un territorio impervio del jazz che forse ha cercato di evitare da sempre; Mechanical visions è un'evidenza di elementi stilistici vecchi e nuovi che risaltano in maniera preponderante. Dal timbro asciutto e squillante, Baggiani appartiene alla schiera dei trombettisti che di tali qualità ne hanno fatto un modello in passato (non solo Miles Davis ma anche Lester Bowie, Lee Morgan e naturalmente Dizzy Gillespie, tutti direi urlatori della tromba), e mette a disposizione questa sua tendenza naturale (corroborata anche nell'interesse profuso per le bands e le orchestrine jazz da tanto tempo) al servizio di un prodotto aggressivo dal punto di vista musicale ma anche intelligente: muscolatura e presenza del suono, uso estemporaneo della voce, elettronica distraente di supporto e il drumming asintotico di Mirko Sabatini, fanno di Mechanical visions un caleidoscopio di situazioni, dove una tromba cangiante parla la lingua di un Davis pugilistico più che elettrico o dove Schiaffini sembra spuntare fuori da qualche angolo; la creazione di un ambiente sonoro sempre più attento al suono è la madre lingua delle impostazioni seguite, dagli effetti di flicorno alla Hassell, ai borbottii, ai rigonfiamenti dei suoni che navigano in un precostituito habitat amorfo di contrasto, rimanendo comunque nell'integralismo del jazz.

Jazz with a classic dream

Un ritorno atteso quello del contrabbassista Rosario Bonaccorso, che con i quartetti ci sa fare indubbiamente. Stavolta Rosario si è circondato di tre all stars del giovane jazz italiano, Dino Rubino nella versione al flicorno, Enrico Zanisi al pianoforte e Alessandro Paternesi alla batteria. A beautiful story racconta dell'istinto di un bel jazz suonato benissimo, dove Bonaccorso firma composizioni in cui Rubino gioca una parte importantissima, come dispensatore della melodia principale; d'altro canto si apprezza il lavoro fatto sulla parte ritmica, sempre in movimento e attenta ai timbri, che è in grado anche di espellere temi come Duccidu, una riuscita ed insinuante proiezione di elasticità del contrabbassista in un contesto fortemente dinamico.
Bonaccorso rende evidenti i particolari e le differenze tra ciò che contraddistingue un jazz di fattura da un jazz ordinario, con un affiatamento insospettabile con Paternesi. Rubino caccia spesso assoli determinanti e lancia strali che dimostrano tutto il suo valore. Forse si rimane delusi dai compiti di Zanisi, che è probabilmente compresso tra poche e volute linee di intersezione melodica, ma è la semplicità che paga in A beautiful story così come pagavano le canzoni di Chet Baker o quelle di Tenco elaborate in trasposizione jazzistica. Tutto il lavoro è al servizio di un suono del quartetto senza prevaricazioni in cui si percepiscono spesso figure delicate (come L'acqua tra le dita, dedicata alla moglie di Bonaccorso o Storia di una farfalla, leggera e sognante), che potrebbero star bene in qualsiasi coreografia classica. Lo stesso dicasi per le dinamiche conosciute ma ancora effervescenti di Minus One

Jazz with dark eyes

Qualcuno si chiederà i rapporti precisi del bassista Danilo Gallo con il jazz, alla luce delle tante sfaccettature che presenta la sua musica e i suoi interessi attuali. Le note di Thinking beats where mind dies, cd per Parco della Musica, pubblicato come quintetto Dark Dry Tears assieme a Francesco Bearzatti e Francesco Bigoni in raddoppio ai sax tenore e clarinetto, e Jim Black alla batteria, parlano di "...anima più recondita, malinconica-punk-retrorock-grunge-melodica....." un frullato che, nonostante tutto, qui parla ancora con una dimensione jazzistica. L'incontro con la cantante Kathya West (il quinto elemento) sembra aver un peso e un'ispirazione profonda negli ultimi progetti del bassista, anzi nascono in condivisione con la West giacché ella ne cura da vicino l'impostazione. Si è creato un feeling che si sostanzia in tanti modi: si parte da lontano, da una cernita (ben indirizzata allo scopo) di canzoni dei Beatles e Rolling Stones (in cui Gallo ha fornito le sue versioni acustiche, rallentate ed oscurate, e dove la West prende i panni di una Marianne Faithfull dark e senza raucedine), e si arriva fino ai testi poetici, che si prendono il compito di far sfilare i fantasmi interiori*.
L'episodio improvvisativo di Thinking beats where mind dies si inviluppa proprio nei sentimenti che vuole offrire: grazie alla bravura dei musicisti, esso coagula potenza, emotività, passaggi soffusi di jazz e stringhe di free jazz, anatemi, rimpianti, i cambiamenti ritmici delle suites del prog, da cui se ne riprendono gli anfratti dadaisti o paranoici. E' una musica libera, coraggiosa per chi la ritiene dall'ottica jazz,  che sviluppa speranza nonostante i disordini, gli incubi, i funerali, gli abbandoni o le solitudini che vuole rappresentare. Come era una volta.

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*Nota:
I progetti di cui si parla sono contenuti in due distinti cds: Oxymoron del Di Vi Kappa 3 (trio formato da Gallo, West e Valerio Scrignoli) e There inside the dark della The Rape Band (sempre Gallo, West e Riccardo Tosi a batteria e live electronics).



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