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martedì 4 aprile 2017

Suoni della contemporaneità italiana: Maurizio Azzan


Nei commenti ai sondaggi economici che prendono in considerazione le stratificazioni della popolazione per ordine di età, è sempre più frequente che la fascia delle classi "giovani" venga attribuita a persone che sono nell'aurea della maturità. L'errore così fornito, che potrebbe essere lo spunto finanche per una rinnovata analisi sociologica degli individui dei nostri tempi, allarga a dismisura i parametri per entrare negli intervalli di confidenza delle classi giovanili. Allo stesso tempo ci si lamenta dell'inconsistenza intellettuale della nostra gioventù, facendo sempre lo sbaglio di generalizzare: è un torto che ignobilmente trascura (come la storia insegna) le gradite sorprese che covano nel campo delle arti. Sebbene spesso emigrati forzati, esiste un nucleo, un sottobosco di autori, per nulla reclamizzati, che scintillano di creatività e profondità di intenti e che si interrogano su tutto quello che può essere utile per portare avanti la croce dello sviluppo e della novità. Nella categoria under 30 uno dei migliori compositori emergenti è il piemontese Maurizio Azzan (1987), che negli ultimi anni sembra aver decisamente fatto un passo in avanti quanto alla qualità e allo spessore degli intenti della sua musica: un punto di ingresso o di rapida immersione per una sua prima conoscenza potrebbe essere la Neverland II del 2012, una composizione per flauto, clarinetto, violino, viola, cello e piano, che lavora sul rilievo dei suoni; niente a che vedere con alterazioni temporanee della partitura o con la classica predominanza di singoli strumenti, il riferimento è a ciò che si ottiene nella musica, una chiara tessitura onnivora di dettagli, che trae linfa dal vacillamento delle nostre esistenze; è quel tipo di composizione contemporanea che trova una sua giustificazione sulla plasticità del suono strumentale, sulle amplificazioni delle sottigliezze, sul valore dei vibrati artigianali delle corde e delle casse di risonanza. Come in una visualizzazione neurale di uno spazio di territorio completamente materico e aperto alla visitazione, Neverland II inizia con dei colpi bucolici di pianoforte a registri bassissimi, ben presto raggiunti da una trama plurale complessa, un gomitolo a massa da decifrare, con ampio uso della non convenzionalità; sospensione, senso dell'ineludibile o di un imminente tracollo sono i prodotti di una partitura destrutturata, che invita all'approfondimento per coglierne i significati, ma che procura anche un incontestabile piacere all'ascolto. 
Azzan si concentra su una particolare forza dei suoni, quella che può accogliere stadi della poesia o dell'arte che sono poco trattati dai nostri interessi: non c'è solo una perturbata quiescenza all'Eliot desolato, una conoscenza che in fondo potrebbe essere carpita dai brandelli amplificati costruiti su violino, viola, interni del piano o sulle escrescenze di flauto e clarinetto in Wasteland_almost a landscape; c'è anche un tentativo di approfondire la lezione del poeta inglese, di dare forma alle sperimentazioni difficoltose delle poesie di Daniele Belloni o alla fragranza di quelle di Franca Mancinelli, giovani autori contemporanei rispettivamente ispiratori delle composizioni di Dove tutto è stato preso (Innerspace II), per piano solo e di Le pareti sottili, per quartetto d'archi. Sono dilatazioni acustiche in cui si ristagna su uno sfondo inerme e votato quasi naturalmente allo shock. Quello di Azzan non è solo un tentativo di trasformare il feeling poetico in una composizione musicale, ma di fornire alla sterilità dell'ambientazione agganci continui alla realtà, un infilarsi e defilarsi continuo attraverso la sensazione subliminale della musica, come testimonianza concreta del nostro vissuto interiore.


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