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lunedì 20 marzo 2017

Theo Bleckmann: qualcosa di più di un'elegia


Per il suo cd d'esordio alla Ecm R. Theo Bleckmann ha pensato di imbastire una delicata drammaturgia sul senso dell'esistenza; non solo, quindi, un semplice pensiero che possa ritagliarsi uno spazio nel ricordo di un funereo incontro o di una celebrazione della vita, come potrebbe far intendere il titolo. Bleckmann propone in Elegy significati più stratificati. Chi conosce il cantante statunitense sa che Bleckmann ha costruito con la sua voce parecchi percorsi distintivi: esiste un universo Bleckmann da interprete, un art performer che si muove tra avanguardia e creatività trascendentale ed anche un compositore che ha seguito (da solo o più spesso in compagnia di un nucleo di artisti preferiti) le orme della simulazione strumentale e delle interazioni con le pratiche macchine dell'elettronica dal vivo. E' proprio quest'ultimo aspetto che ha dato i risultati migliori con alcuni progetti veramente riusciti: un ascolto adulto non può prescindere assolutamente dal solo di Anteroom del 2005 e da tutte le collaborazioni effettuate con il chitarrista Ben Monder.
Nell'ambito della vocalità Bleckmann ha cercato di mettere in pratica un principio della musica contemporanea che spesso si trovava dalle parti del Nono di Risonanze Erranti, ossia instillare nella composizione umori, espressioni ingigantite di suoni singoli, gettati nell'etere con un'intonazione ben precisa e lasciati risuonare fino alla loro estinzione acustica. Anche grazie alla complicità di intenti con Monder e le sue proiezioni chitarristiche, Bleckmann ha forgiato uno stile riconoscibile, dall'intonazione circolare, loops in grado di captare le espansioni interiori della voce in maniera raffinata ed inaspettata e di agganciare la parte angelica della vocalità di ogni tempo: come gettare una goccia d'acqua in un rigagnolo ed attendere che le indotte vibrazioni nell'acqua si espandino sino alla loro scomparsa. E' una realtà specifica che si distacca dalle sue fonti formative (Meredith Monk, Sheila Jordan e certi improvvisatori).
Elegy è un compendio della personalità artistica del cantante in cui la vena degli esperimenti fatti con Monder e nei gruppi del batterista John Hollenbeck si capitalizza e si sintetizza per riproporre una vocalità allo stato puro, senza mediazioni elettroniche (solo la title-track ne mostra interesse), in un lavoro propriamente di jazz, dove una parte fondamentale è attribuita al pianista Shai Maestro che detta le coordinate tematiche. La propensione ad intercettare teneramente attimi di storia non si perde: dagli squarci di espressione medievale all'interposizione di armonici (sentire The Mission), dalle escursioni bucoliche alla Azimuth (Fields si adatta perfettamente alla sua timbrica elasticizzata) fino ai regni dello standard jazzistico senza confini temporali (Comedy tonight è di Sondheim ma rientrerebbe benissimo in un disco recente di Joni Mitchell), tutto congiura a favore di un equilibrato patchwork del formato (oltre a Monder, Hollenbeck e Maestro si aggiunge il contrabbassista Chris Tordini).
Ma di che sostanza estetica è questa drammaturgia? La delicatezza che si respira è un passaggio graduale tra illusione, edonismo del momento e visione spirituale in linea con il modello buddista: è adesione ad una formula di estrema consapevolezza e serenità come si rinviene da To be shown to monks at a certain temple, la poesia di Chaio Jan, un poeta buddista vissuto durante la Dinastia Tang in Cina, in un periodo intorno al 700 d.C., in cui sembra che, nonostante le guerre di territorio, vi fosse una grande tolleranza tra religioni diverse e che l'arte vivesse un magico splendore al limite del monocromatico; ma è anche una condizione insaziabile di vita, come si percepisce nella poetica di Take my life, che vuole esorcizzare il pericolo di una conferma definitiva del silenzio dopo il passaggio: è la dimensione musicale voluta da Bleckmann, una dolce veste da cantata alla Bach che si confonde in un'idioma jazzistico.



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