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venerdì 3 febbraio 2017

Relazioni binarie e mappe della sociologia musicale


Tra le novità più limpide del jazz e dell'improvvisazione degli ultimi dieci anni, gli studi armonici di Steve Lehman nonché le strutture modulari di Bartsch (e di tanti altri musicisti affini) impongono già un sentiero di revisione: non è un caso che Lehman stia riflettendo sul da farsi (il suo ultimo lavoro ha tutt'altra natura), così come Bartsch cerca un'evoluzione del suo pensiero. C'è molto da delineare su questi temi propulsori di un possibile rinnovo del jazz, sebbene siano di fatto percorsi alternativi dell'improvvisazione, in cui gli orientamenti prevalenti (Braxton, Mitchell, Threadgill, etc.), esprimono invece la volontà di prefigurare forme concettuali di composizione da affiancare all'indole improvvisativa; in ballo c'è come sempre il ruolo e le capacità emotive della musica stessa.
Tra le nuove generazioni di musicisti residenti a New York, da qualche anno la sassofonista/flautista Anna Webber (classe 1984) si sta facendo apprezzare per la realizzazione di prodotti contemporanei dell'improvvisazione che lavorano in strutture e fabbricazioni dell'ingegno: di lei, pianisti importanti come Jason Moran o giornalisti qualificati come Mark Corroto, hanno tessuto le lodi partendo dal principio che è possibile ancorarsi a nuove evoluzioni del rapporto tra composizione e improvvisazione, senza perdere in lucidità e in sostanza. In due cds pubblicati dalla tedesca Pirouet R., la Webber ha imbastito un gruppo di cesellatori di suoni (sei musicisti perfettamente coordinati e controllati riassunti nella sigla di Percussive Mechanics), formando dei veri e propri prismi musicali, degli insiemi sonori all'interno dei quali scorgere costruzioni predestinate nelle battute e flussi jazzistici incastonati nelle strutture stesse. Ma non è l'unico sfogo. La Webber sta probabilmente toccando un proprio vertice nel Simple trio, un progetto parallelo svolto assieme al pianista Matt Mitchell e al batterista John Hollenbeck, dove la brava sassofonista di origini canadesi, ha alzato il tiro della speculazione avanguardista: grazie a due comprimari eccellenti, che in molti sensi sposano la sua filosofia interpretativa, la Webber dimostra che si possono compiere simulazioni di strutture angolari e geometriche e cercare di attribuirgli un suono ben specifico. Molti potranno obiettare che questa situazione musicale non è poi del tutto nuova e sconosciuta, specie quando si pensa a ciò che è stato prodotto fino ad oggi. Oltre a far mente locale sulle spigolosità primordiali ed indimenticabili di Monk, non si può fare a meno di scorgere molta filosofia modulare/costruttiva tra tutti i musicisti in giro per il mondo. Anche nel Simple Trio ci sono strutture miste (composte ed improvvisate), tuttavia la diversità sta nel fatto che l'ispirazione viene dall'adesione ad una sorta di corrispondenza concettuale di un certo tipo di navigazioni internet: nel suo ultimo, più maturo lavoro pubblicato per Skirl R. qualche mese fa dal titolo Binary, l'intenzione è quella di sviluppare un jazz partendo dai rettangoli colorati del linguaggio binario dei webdriver torso su youtube (una serie di pezzi trasmutati in Rectangles) oppure quello di seguire suoni di indirizzi IP o tugs of war desunti dai videogames: qui, cellule di base prevedono una sembianza ritmica e melodica che cerca di assicurare uno stadio simulativo prossimo alla realtà, ma non si dimenticano nemmeno delle buone sembianze dell'improvvisazione. Con la Webber, da una parte ci ritroviamo davanti ad un timbro che riesce ad addomesticare caos e grazia, dall'altra ci si trova in un avvincente andirivieni di situazioni connotate dalla stranezza di un linguaggio che ad un certo punto fornisce agganci e spunti concreti come in un qualsiasi androne della musica contemporanea. D'altronde prendere ispirazione dai suoni informatici è una delle recenti sfide della musica: dall'elettronica di Ikeda fino al magnetico azzeramento di Parodi, tutto congiura con un sapere musicale che vuole diventare qualcosa di più di un semplice esperimento.

Un altro filone su cui l'improvvisazione indaga da tempo grazie a Braxton e Coleman, è quello delle mappe concettuali, ossia seguire un percorso musicale di interazione e rapporti al pari di un disegno con tracciato di partenza e destinazione; una visione grafica del tutto particolare è quella fornita dal sassofonista Luciano Caruso, che si spinge ancora più a fondo negli esperimenti, tentando di aderire musicalmente a quella che è stata chiamata SNA (Social Network Analysis). Applicata solo recentemente alla musica, la teoria delle reti tenta di elaborare ulteriori risposte analitiche a quelle che non sono evidenti ad una prima analisi dei fenomeni: se fate una piccola ricerca su internet, constaterete che la teoria è stata utilizzata per dimostrare con dovizia di prove che coloro che conosciamo come iniziatori di un movimento musicale, in realtà l'hanno condiviso con altri artisti di pari dignità; uno studio comparato svolto sulla musica classica inglese, ottenuto incrociando dati e relazioni tra compositori e musicisti, è riuscito nel compito di affermare che autori come Havergal o Coleridge-Taylor soffrivano di una minore e non giustificata importanza nell'ambito del movimento classico inglese del primo novecento, per questioni di razza e ceto sociale, dove lo studio delle relazioni di quel tempo (una serie di elementi della rete di natura musicale e sociale) ne ricostruiscono gli effetti positivi; oppure si è scoperto che l'influenza di Britten fu egualmente importante nonostante egli se ne stesse piuttosto appartato rispetto ai suoi coetanei (potete trovare l'interessantissimo studio di McAndrew e Everett qui); ma naturalmente non si tratta solo di dati e sociologia, si tratta anche di trovare dalla rete le migliori risposte per una proficua relazione musicale. I due modelli di influenza posti in musica da Caruso (chiamati links e pubblicati sulla sua etichetta-pagina bandcamp Hoaxhoborecords, qui) creano un risultato concreto, un innegabile effetto che può essere rinvenuto in links da +3 ed oltre: il live alla Torre dell'Arsenale di Venezia, in trio con Alberto Collodel al clarinetto basso e Ivan Pilat al baritono, è un potente mezzo per riconoscere densità, metriche o convergenze d'assieme così come in un'analisi specifica; è, per dirla alla Caruso, musica compressa, ma vi dà la subdola sensazione di essere in un caos quasi amico, che può chiamare alla memoria immaginativa varie rappresentazioni: turbe del traffico di un'autostrada o di un particolare ed affollato quartiere di una città metropolitana oppure codificazioni neurali che proiettano in prossimità di un lungomare corredato di navi in partenza. Una società vissuta nelle sue relazioni, che vive e si nutre di esse, per stabilire comportamenti auto-influenzanti e cinicamente proiettati nella ricerca di un assioma.



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