Translate

lunedì 9 gennaio 2017

L'ethno-techno mediorientale

Il connubio tra elettronica e world music ha spesso avuto bisogno di ulteriori specificazioni nei suoi elementi costitutivi, dettati dai progressi ottenuti dalla tecnologia degli ultimi cinquant'anni. Se investiamo il nostro tempo per cercare di scoprire questo storico filo conduttore, ci accorgiamo che per quanto concerne la commistione mediorientale, già in sede classica, a metà degli anni sessanta, un compositore di nome Alireza Mashayekhi, di nazionalità iraniana, combinava in Shur una melodia radif con tessiture elettroniche prima ancora che Xenakis, Stockhausen ed altri compositori importanti intraprendessero una spedizione formativa tra indiani ed iraniani (al tal fine si può consultare un interessante selezione fatta dalla SubRosa in Persian Electronic Music). Nella musica popolare fu però l'Occidente, attraverso l'intuizione di Hassell e Czukay, a farci pervenire a Gabriel e al fragore dei movimenti dub asiatici, creando in modo fascinoso la relativa tela consequenziale. E' bene dire, dunque, che davanti al legame circoscritto tra etnica ed elettronica bisognerebbe aggiungere volta per volta una sorta di sfumatura di genere (ambient, pop, new age o new wave, rap, dub, techno), utile per oggettivare la sostanza dei percorsi musicali intrapresi. 
Uno degli ultimi derivati delle combinazioni musicali della world music con l'elettronica danzabile è stata l'ethno techno, un genere che sembra sia stato coniato dal giornalismo attorno ai primi anni novanta e che ha avuto diffusione grazie ad un paio di raccolte pubblicate qualche anno dopo (la Sonic Antropology vol. 1 della Wax Trax! e Anokha - Soundz of the Asian Underground per l'Omni/Island R.). L'epopea delle migrazioni era già in piena costanza nella Gran Bretagna, che in quegli anni, si trovò ad accogliere due sollecitazioni specifiche: da una parte quella dei musicisti che, pur essendo nati e cresciuti in Inghilterra, non avevano certamente dimenticato il loro patrimonio culturale; dall'altra quella dei Dj e produttori, che avevano assunto un ruolo fondamentale nel curare e rendere visibili le proposte dei musicisti. Sotto quest'ultimo aspetto si ritiene fondamentale (per lo sviluppo delle commistioni mediorientali condivise nell'elettronica disponibile a quell'epoca) l'opera di Peter Gabriel del periodo So e The Last temptation of Christ, così come importantissima e sottovalutata è stata l'opera politica di Bryn Jones (in arte Muslimgauze), un musicista DIY inglese prematuramente scomparso, con una super prolifica produzione in grado di assecondare la causa palestinese. Nonostante le evidenti ripetizioni, è soprattutto in albums come Abu Nidal, Coup d'Etat, United Stated of Islam, Vote Hezbollah, Veiled Sisters (che impreziosivano la neonata attività discografica di etichette sperimentali come la Extreme, la Soleilmoon o la Staalplaat), che si pone un guado rispettoso tra lo strumento principe della zona (le percussioni) e loops e drum machine. Mentre Gabriel incitava alla fratellanza, Jones subdolamente preparava una guerra di divisione; mentre il primo forniva un melodico contrappunto, il secondo scavava i confini della trance. E' probabilmente su questo asse di coordinate musicali che si compone tutto l'Asian underground movement, su cui rintracciare le attività di musicisti e gruppi luminosi nella loro breve scia a fine novanta: gli Asian Dub Foundation di Facts and fictions; del dj e produttore del Bangladesh, Saifullah "Sam" Zaman nell'incarnazione State of Bengal (Visual Audio è il prescelto) e nelle collaborazioni con Ananda Shankar e Paban Das Baul per la Real World di Gabriel; dei fratelli Shamsher nel progetto Joi in One and one is one; dei compositori per tabla, dai progetti di Talvin Singh di Ok fino alla Tabla Beat Science che in Tala Matrix lo vede assieme al maestro Zakir Hussain e Bill Laswell. 
Alla luce di quanto va in giro per il mondo oggi, ci si rende conto come questi musicisti siano passati di moda: lo si capisce dal fatto che gruppi appartenenti in qualche modo al filone asiatico come gli Afro Celt Sound System, abbiano eliminato completamente la parte elettronica per tornare al fascino degli strumenti acustici, così come i Demdike Stare, paladini di quella modernissima techno speziata da elementi etnici in Symbiosis, abbiano fatto lo stesso, concentrandosi sulla machine. Non è un regresso, ma piuttosto la presa di coscienza che forse molto è stato fatto in termini di sviluppo in questo campo e fatto male talvolta, lasciando alla mercé dell'aggressività tecnologica, le essenze condensate delle tradizioni. 


Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.