Translate

lunedì 16 gennaio 2017

Cecil Taylor

Nella storia del jazz e dell'improvvisazione l'ascesa di Cecil Taylor è premonitrice di una rivoluzione molto più consistente di quanto si pensi. Se si analizza il pensiero del pianista americano più influente degli ultimi cinquant'anni nel campo dell'improvvisazione, si percepisce che la durezza e la presunta arroganza che gli è stata attribuita. è direttamente collegata alle sue virtù; con Taylor c'è un'accettazione ragionata delle posizioni del passato musicale, un'intellettuale motivazione al cambiamento. Nei primi anni della sua ascesa (dalla metà dei cinquanta sino ai primi sessanta) Taylor dimostrò, con mezzi puntuali e per niente capziosi, come il jazz dovesse essere impostato; si dovette schierare contro la critica di quegli anni che, pur riconoscendogli la novità delle soluzioni, non era disposta ad accettare una castrazione emotiva del jazz; quell'armonia ostinata ridefinita dalla mano destra provocò una discussione accesa ed inutile sull'artista: con molto fastidio per il musicista quando non si poteva discutere sulla bravura del pianista, si discuteva alacremente sulla tecnica, continuando a perpetuare l'errore che uno stile sapiente e genuino non potesse derivare da un pianista che imponesse un'altra idea. Taylor era l'uomo giusto per sostenere un nuovo cammino del jazz, che per la prima volta utilizzava sistemi ed elementi della musica classica non presi in considerazione nella prima ondata di connubi tra jazz e classica (quella originata da Gershwin ed Ellington per intenderci), costringendo critica ed esperti ad un ripensamento disallineato dagli standards ordinari di valutazione: bisognava fare i conti con l'astrattismo e con le sue conseguenze, ed incominciare a formare una visuale critica del jazz e della musica in generale, partendo dal jazz stesso; nessuno più avrebbe garantito una differenza sostanziale tra un Horowitz e un Taylor, posto che è la forza della musica quello che conta. La musica afro-americana conobbe un vero riconoscimento, un riscatto dalle pastoie create ad hoc da quegli opinionisti che credevano fosse impossibile cambiare i connotati ad un musica nata popolare. Taylor propone una sorta di pianismo acidulo, che sfrutta finalmente tutta la tastiera (una circostanza a cui il jazz non era molto abituato) e si rispecchia in condensati criptati del jazz di Ellington, Parker e Monk.
La novità verrà evidenziata in maniera progressiva, partendo dalle timide elucubrazioni di Jazz Advance del '56 (suo album d'esordio) fino ad arrivare al compiuto concerto di Copenaghen del '62, riassunto in Nefertiti: in questo lasso di tempo Taylor si circonda di un lotto di musicisti inizialmente impreparati ad accogliere le sue dinamiche. I due partner ritmici (Buell Neidlinger al cb e Denis Charles alla bt) sono ancora avvezzi al bop, mentre le limitate apparizioni di Steve Lacy e Archie Shepp riversano tutto l'interesse musicale sul leader e sulle sue intuizioni, che sta inventando, in quel preciso momento storico, un nuovo linguaggio per la musica e anche per la critica: è con Taylor che si comincia a parlare nel jazz di "ruminazione", "clusterizzazione", di "poliritmia" o "percussività" pianistica, termini che trovano un progressivo arricchimento da Looking ahead! in poi. Se in un primo momento Taylor trova una povera corrispondenza negli artisti di supporto, non passerà molto tempo affinché gli impianti stilistici degli altri strumentisti si adeguino al suo: Into the hot (l'opera a due facce presentata da Gil Evans) e Nefertiti the beautiful one has come (il noto concerto danese in trio con Sunny Murray e Jimmy Lions) denotano il cambio e l'accresciuta consapevolezza dei nuovi mezzi espressivi: Murray dimentica i tempi fatti e instaura un cavalcante e libero tempo d'intersezione, così come Lions taglieggia il sassofono con scale veloci e veemenza quasi irriverente, ma senza voler dare l'impressione di una psicosi spirituale come quella che porterà ad innescare la miccia liberatoria di Ayler o dell'Ascension di Coltrane: l'astrattismo di Taylor e soci è ricchissimo ma composto, è qualcosa un pò meno della cerebralità, un percorso scivoloso dell'anima differente dalle sperimentazioni in alea dei compositori newyorchesi, una degenerazione musicale piuttosto spontanea che crede nelle capacità singole dell'improvvisatore ed esalta una gamma trascurata di sentimenti (caos, stati confusionali e rabbia si mescolano nei suoni con una facilità impressionante); se nel '66 Conquistador! intercetta ancora una certa armonia di intenti (uno dei più sintomatici e fenomenali Taylor, capace di fornire, attraverso la compatta sostanza dei suoni, persino l'impressione subdola dell'atto dello schiaffeggiare), Unit Structures si presenta vorticoso ed altero, cooptazione quasi integrale dei significati consueti del jazz; un free di totale, libera espressione singola e partecipativa, che porta all'attenzione dell'ascoltatore gli echi delle difficili imposizioni strutturali della composizione contemporanea. Il grande concerto di Parigi del novembre del '66, immortalato in Student Studies, che comunque resta appendice di Nefertiti, consegna persino lo spazio necessario per una virata nelle estensioni e nelle sonicità riflessive (Alan Silva al cb, Lyons al sax e Andrew Cyrille assicureranno il risultato finale). Come afferma Giuseppe Dalla Bona in un articolo su Taylor in Musica Jazz del novembre dell'84: "... con queste sue creature Taylor anticipa di anni altri approcci di tipo similmente "costruttivistico". Ad esempio il Coltrane di certe registrazioni degli anni 1966-67 -vedi i concerti giapponesi-, o il Davis di certi dischi e concerti della fine degli anni '60, o Braxton....".
I 7 anni di pausa di Taylor, in realtà nascondono un progetto di continuazione, indirizzato all'inevitabile attività solistica: ordinando le registrazioni per data/concerto, la prima, bellissima eruzione solistica, che si staglia davanti è Praxis (che vede la luce discografica molti anni dopo); è l'inizio di una serie lunghissima di solo piano, una successione di tremenda qualità che spiattella in lungo e largo l'esaltante vena di Taylor: Indent è uno splendido, stordente monolito; Solo, dal vivo a Tokyo nel '73, quando non cammina sulle fornaci ardenti, insinua nella musica quello svolazzare tipico della danza, che è la sua grande passione oltre alla musica; la suite di Spring of Two blues J's è pianismo al fulmicotone, quasi furia creativa; Silent tongues, il live di Montreaux del '74 o Air above mountains, live austriaco a Langau, sono prestazioni spasmodiche, al limite dell'esaurimento.
Quanto alla Unit, in Cecil Taylor Unit del '78, il musicista cerca di riprendere le redini di quel linguaggio dal punto lasciato in Unit Structures, con una super movimentazione continua del suono, tra atomi e particelle di jazz decostruito in un battaglione sonoro che procede in avanti in maniera convulsa, ma che ti tiene incatenato per la sua vitalità e per l'esplosione di energia che fornisce (gli assalti continueranno in 3 Phasis, Live in the Black Forest e due validissimi dischi Hat Hut: One too many salty swift and not goodbye e It is in the brewing luminous). 
Mentre da Fly! Fly!Fly!Fly! Fly! in poi l'attività pianistica smorza i toni o procede per blocchi calati a singhiozzo come succede in For Olim, Taylor matura altre specifiche idee a nutrimento della sua arte, in una casistica sommaria che:
a) comincia ad attribuire un peso crescente alla poesia: il suo sound poetry è un prototipo di poetica free che si riporta in simbiosi alle frange dell'avanguardia poetica statunitense di Robert Duncan, William Carlos Williams, Charles Olson e la beat generation; l'impulso è così forte che talvolta il musicista rinuncia quasi totalmente all'uso degli strumenti (così succede per esempio in Chinampas, dove il reading si accompagna solo con timpano, campana e percussione leggera);
b) nelle esibizioni fa avanti la danza come momento interdisciplinare;
c) trova nei concerti di Berlino (profusi a più riprese) il desiderio dell'artista di assecondare una vasta rete di collaboratori eccelsi e fare la felicità dell'etichetta tedesca Free Music Produktion: il duo con batterista è il modello più usato (Gunter Sommer, Paul Lovens, Louis Moholo, Han Bennink, Tony Oxley), ma Taylor suona anche con Derek Bailey, in formazioni variabili con The Feel Trio (William Parker e Oxley, aumentati a cinque con due strings come Harald Kimming e Muneer Abdul Fataah), con Tristan Honsinger, Evan Parker e Barry Guy, fino ad ensemble più ricchi e numerosi.
Taylor è sempre stato un uomo coraggioso, conscio delle sue scelte, fedelmente assecondate, e nonostante le critiche non gli siano mai mancate, con molto interesse ha affrontato nuove possibili collocazioni della sua musica: l'esperienza cameratistica del CT Quartet (con Duval comprimario), del trio con Dixon e Oxley, nonché l'esperienza estemporanea con la Italian Instabile Orchestra, hanno dimostrato che Taylor è ancora capace di stabilizzare a suo modo la realtà improvvisativa. Al riguardo mi piace segnalare quella sua "profezia" sui percorsi consapevoli e duraturi della musica improvvisata confessata a A.B. Spellman, poeta e critico musicale, con il quale il pianista americano ha sempre avuto un contatto proficuo: "....Thelonious Monk e Charlie Parker hanno scritto dei temi con tutta l’energia e le qualità ritmiche di una sinfonia in dodici misure......la sonata è vecchia, fuori moda. Ed ecco da dove esce fuori Webern. Insomma, stanno cercando di raggiungere il nocciolo, l’enunciazione musicale breve, essenziale. Ci saranno quando arriveranno al punto in cui succede tutto: lo sviluppo, il climax. Perché non si può fare lo stesso con me? È musica, dovrebbe spiegarsi da sé...." (da Quattro vite di Jazz, traduz. di Marco Bertoli).


Discografia essenziale, consigliata:
-Jazz Advance, Transition 1956
-At Newport, Verve 1958
-Looking ahead, Contemporary 1959
-Love for sale, United Artist 1959
-The world of Cecil Taylor, Candid 1960
-Into the hot (Gil Evans), Impulse 1961
-Nefertiti, the beautiful one has come, Black Lion 1962
-Unit Structures, Blue Note 1966
-Conquistador!, Blue Note 1966
-Indent, Unit Core 1973
-Solo, Trio Records 1973
-Student Studies, BYG R. 1973
-Silent tongues, Arista 1975
-Air above mountains, Enja 1976
-Cecil Taylor Unit, New World R.,1978
-One too many salty swift and not goodbye, Hat hut 1980
-Praxis, Praxis 1982
-Looking (Berlin Version) Corona, FMP 1991
-Olu Iwa, Soul Note 1994
-Taylor/Dixon/Oxley, Les disques victo, 2002
-Cecil Taylor & Italian Instabile Orchestra, The owner of the river bank, Enja 2003


Nessun commento:

Posta un commento