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martedì 13 dicembre 2016

Ricard Capellino e le introspezioni dei sassofoni


La storia recente del sassofono ha subito una rapida evoluzione nell'interesse di compositori moderni e contemporanei, sebbene si sia fornito un addensamento tematico divaricante: nell'analizzare la composizione per sassofono dagli anni ottanta in poi, si nota da una parte un ripristino delle forme concertanti ad opera di molti compositori americani (post-tonali e minimalisti), dall'altra, la maturazione nell'esplorazione solitaria dello strumento partita dall'ingenuo incanto dei Tre pezzi di Scelsi e successivamente sviluppata in forme sempre più iconoclaste, che è andata avanti imperterrita tanto nelle sedi accademiche quanto nelle sedi jazzistiche ed improvvisative (influenzando notevolmente anche i generi più popolari). 
Gli ultimi quindici anni hanno visto musicisti e compositori impegnati in un approfondimento rigoroso dello strumento, con una propensione alle scoperte armoniche e timbriche della famiglia dei sassofoni tipizzata dai registri medio-bassi (baritoni, bassi e giù ancora), che avevano storicamente ricevuto una tiepida accoglienza; ad esempio il concerto per sassofono baritono ed orchestra di Georg Friedrich Haas, composto nel 2008, ha formalizzato ufficialmente un nuovo territorio da protagonista per quel tipo di sax, un varco che era in realtà già stato aperto negli ultimi anni dai fautori delle risonanze e delle saturazioni applicate agli strumenti a tonalità bassa (trombone, tuba, flauto e clarinetto contrabbasso, etc.). Ciò che è divenuto importante è l'accresciuta relazione tra esecutore e compositore, per cui le capacità del primo potevano essere gestite in maniera proficua tramite una partitura. La sinergia ha funzionato a meraviglia per sassofonisti poliedrici e super-preparati come Andrés Gomis, Marcus Weiss o Daniel Kientzy, che hanno cominciato a stabilizzare un repertorio solistico, che invero presenta molte diversità di approccio e di finalità. La ricerca solistica si è concentrata sulle tecniche di estensione del sassofono, sulle modalità timbriche e sulla capacità di instaurare ed organizzare una valida tessitura con tutti gli elementi a disposizione. 
Introspecti(on)s è una ingegnosa raccolta per varie tonalità di sax che il sassofonista Ricard Capellino ha pubblicato qualche mese fa per Orlando Records: essa ci permette di tastare con mano una serie di idee sul lavoro sviluppato su sassofoni soprano, tenore e baritono, grazie a 5 composizioni emblematiche, che delineano in maniera riassuntiva ma esauriente un campione rappresentativo della stato della materia; completamente immerso negli studi pedagogici e conscio di poter argomentare su nuovi esiti, Capellino divide il suo solo recital in composizioni per:
1) sax soprano, eseguendo Iv12 di Mark Andre, composta con una struttura ossea che gioca sulle costrizioni tecniche, segnalando un ipotetico stato di affaticamento; si lavora sull'afflusso dell'aria nel condotto, tentando di imporre le ricchezze di quel mondo sonoro nascosto, calibrato nell'intensità del soffio e di una ritmica orale. Solo poche note melodiche, saltuarie, con qualche armonico nella parte centrale, mostrano i regni di confine che ci sono tra il sonoro emesso dai suoni liberamente tradotti dalla tastiera e il sonoro emesso dai suoni forzati;
2) sax tenore, concentrandosi su Anàbasis di Alberto Posadas, una composizione in cui il sax è corrotto sulla multifonia trovata gradualmente su tutto il registro dello strumento. Un borbottio pieno di sfumature che si inerpica fino a diventare una forza insistente e inestricabile all'arrivo sui toni alti;
3) sax baritono + electronica, tramite Chymisch di Hector Parra, un pezzo che ribadisce l'ambientazione tipica della contemporaneità nella morsa delle relazioni misteriose, dove l'elettronica cesella qualcosa di chimico e giunge a supporto di un pezzo che è un vero vespaio per l'esecutore, per via delle difficoltà tecniche previste (cambiamenti repentini dei registri, tecniche estese che impegnano anche la fisicità, complessità ritmica). Tuttavia la composizione emana un forte senso delle impressioni;
4) sax basso + elettronica, con due rimandi a Posadas e Raphael Cendo. Fulgida niebla de sol blanquecino di Posadas mette l'elettronica al pari dello strumento: mentre la prima, sapientemente articolata, disegna subdolamente degli scenari torbidi, iperbolari (come scavare negli anfratti ambigui di un aereo decollato in un cielo torbido), il secondo asseconda l'ambiente sonoro per poter intervenire in un regime trasversale, risvegliando linee della Anubis-Nout di Grisey, ma con sonorità incredibilmente composte su trilli ed armonici, nonché su linee melodiche estremamente austere, che trovano timbri che paiono simulare la passata di un arco sulle corde.   
Décombres è invece la versione per sax basso della composizione di Raphael Cendo, originariamente composta per tuba ed elettronica. E' una versione vergine di un pezzo saturazionista, che vede una conflittualità tra l'espressione del sax e le linee distorte della parte non strumentale. Con questo classico, Cendo ha cercato di portare allo spasmodico l'equivalente teorico di ciò che Robin ha scritto per Art of metal o che Bedrossian ha scritto per La solitude du coureur de fond: nel suo caso gli elementi fondanti sono blocchi di energia sviluppata a dismisura dallo strumento, pianti istituzionalizzati alla maniera di un Brotzmann, tecniche estese specifiche ed un'elettronica che tiene il pathos delle granulazioni e del noise più integerrimo. 


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