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mercoledì 2 novembre 2016

Suoni della contemporaneità italiana: materiale e forze

"...più in generale la musica riesce meglio della pittura e delle altre arti a entrare in consonanza con la molecolarità della materia....il livello del piano di consistenza dove ogni soggettività, ogni forma perde consistenza. Alla coppia concettuale materia/forma, il pensiero di Deleuze e Guattari sostituisce materiale/forze: non si tratta più di pensare in termini di una materia cui sia applicata una forma, ma piuttosto di un materiale già solcato da intrinseche potenzialità, in grado di captare delle forze e dar loro espressione....", Maurice Merleau-Ponty in Le chair et le pli: Merleau-Ponty, Deleuze e la multivocità dell'essere, Niccolò Seggiaro, Mimesis 2009.

Una benvenuta monografia Stradivarius sulla musica di Alberto Caprioli (1956) porta in eredità quei cordoni strutturali della musica che servirebbero per poter scardinare le difese dell'immaginazione quando quest'ultima viene sollecitata dallo spessore dei suoni. Caprioli è anche direttore dell'Ex Novo Ensemble, che è il veicolo privilegiato delle sue composizioni registrate tra il 2008 e il 2013 in alcune sale particolarmente votate al rilievo dei suoni (le Sale Apollinee del Teatro La Fenice di Venezia, la Sala Bossi del Conservatorio di Bologna, la Gustav Mahler Saul al Kulturzentrum Hotel Toblach di Dobbiaco, con aggiunta di sound engineering). Gli indizi di una corrispondenza tra potere dei giusti suoni e potere dell'immaginazione si comincia a delineare con Andante Adagio, una recente composizione per violino solo (con uno stupefacente Carlo Lazari), segnalabile per l'uso finissimo dell'arcata, un andirivieni austero sulle corde che mira a raffigurare una prospettiva umana, quella di un disilluso rimuginare in una ipotetica stanza della riflessione. La calma prospettica e una melodicità ricavata dagli approfondimenti dei registri ne fa una composizione di un indubbio fascino e potenza trasmissoria. Il tema della lentezza che si riscontra nell'universo sonoro di Caprioli è tutto servito all'area di emersione di un certo tipo di risonanza: sembrano pezzi di altri tempi ma sono invece studiati per riscuotere credito nei settori contemporanei; si tratta solo di "captare" delle forze (così si esprimette Gilles Deleuze a proposito dell'arte e della sua figurazione). L'omaggio di Caprioli a Deleuze rispetta quell'idioma di punti cerchiati, stati sensazionali che si racchiudono nell'usuale andamento ipotrofico delle composizioni. Nella lentezza dei rimandi si rafforza l'imperscrutabile considerazione del mondo emozionale di Caprioli, con note che spesso vagano nei piani alti della tonalità per adempiere ad uno scopo ben preciso: c'è una personale trasposizione degli enigmi del tempo di Feldman nella splendida Senza tempo, un solo piano di dieci minuti circa, dove le risonanze silenziose post-pestaggio dei tasti, restituiscono un meraviglioso mondo armonico. L'incanto si perpetua anche in Aria Bizantina, composizione da camera che restituisce però la musica al dialogo terreno: la struttura lanciata in una configurazione che ha le caratteristiche dell'aria musicale, si presta probabilmente anche ad un filosofico discernere di arcani misteri. E' indispensabile cogliere i particolari sonori della musica di Caprioli, afferrare la parte vitale del materiale metallico o della vibrazione del legno, per comprendere l'umanità intinta dal compositore e questa monografia lo fa molto bene.

Di Daniele Ghisi (1984) vi ho parlato più volte in queste pagine (vedi qui e qui): dell'intelligenza e concretezza dei suoi progetti non mi pare possano sorgere dubbi. Qui lo riprendo per via della monografia di quattro composizioni che la Stradivarius gli ha dedicato con Geografie, quattro composizioni che in via riassuntiva dovrebbero rappresentarlo stilisticamente e nel pensiero compositivo. Dovendo commentare una personalità artistica molto complessa, mi sento in dovere di indirizzare un primo pensiero all'aspetto creativo del metalinguaggio creato: Ghisi non è compositore narrativo, ma un incontro molto speciale tra testi letterari, musica e mezzi digitali; iCi (an echo) mostra un eccezionale equilibrio tra le parti in causa (le splendide rielaborazioni di transito affidate all'Ensemble Divertimento, alcuni versi sintomatici di Through the looking glass di Carroll, la granularità e i tagli glitch) che si consuma in real time; non vi dà punti di riferimenti e, come in una rappresentazione cinematografica in cui ad un certo punto le parti musicali ed elettroniche giganteggiano come in un tremendo effetto speciale, si è trascinati in un vortice di eventi per niente calcolabile. Un linguaggio composito e frammentato (nella parte finale la poetica ritorna sui passi di un piano debussiano), che è capace di effettuare teletrasporti del pensiero, "finestre di percezione" nel commento del semiologo Pierluigi Basso Fossali, ma che ad ogni modo sguazzano in ciò che l'umanità ha costruito su basi contemporanee. La scelta di presentare composizioni con soprano annesso (una bravissima Laura Catrani) è motivata dalla volontà di dare giustificazioni ad un tipo di lied molto attuale, in cui di fronte ad un legamento poesia-musica compiuto sempre sopra le righe, si può scorgere l'attrattiva di Ghisi per la negazione di una forma prestabilita e la rappresentazione di un'anima affaticata e vuota. In Proxima o il Concertino per 15 strumenti c'è proprio questo tentativo. Ad ogni modo sono principi perfettamente in linea con la geografia fotografica di Anne-Lise Broyer, un'arte che mira ad evidenziare gli effetti delle immagini o dei dipinti e non le sue forme.


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