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venerdì 25 novembre 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: la ricerca di una movimentazione tra fisicità, elettronica ed atopia

Un'efficace ricerca della qualità andrebbe fatta scremando gli oceani della standardizzazione musicale, oggi infusi dalla carenza progettuale delle idee. I musicisti si trovano (fin dai primi passi dalla loro formazione) di fronte ad una scelta morale e di vita: se le nostre scuole ed accademie contengono molto del meglio che si può trasferire didatticamente, è anche vero che il post-traguardo può diventare un inferno. Negli ultimi quindici anni, poi, l'attività pedagogica sta assorbendo molte delle energie degli improvvisatori, generando un surplus a disposizione dei musicisti, che naturalmente non segue canali di riconoscenza commerciale. 
A proposito di percussionisti, la via sperimentale profusa nell'atteggiamento avanguardista del trovare nuovi suoni, è stata affiancata proprio da un'attenzione primaria all'esaltazione dei metodi professionali: ricevendo anche stimoli da discipline differenti non strettamente musicali, il percussionismo sta cercando altre forme di comunicazione; si stanno ampliando quei concetti di "spazio" e di "movimento" forniti dalle percussioni jazz o sperimentali in una nuova quadratura del batterista/percussionista, una rilevazione che non disdegna né trama né ammiccamenti all'elettronica e porge l'attenzione ancora ai gesti, alla sovraesposizione fisica e alle interazioni complesse delle sonorità. Vi faccio qualche esempio, facendovi menzione di cliccare sui links che troverete nel testo).
Una sorgente speciale di argomentazione riguardo alla relazione del percussionista con il suo livello di soddisfazione, è quella accolta a piene mani da Roberto Dani. Il percussionista vicentino, è da tempo considerato un vertice della trasfigurazione del batterista o percussionista: le sue esibizioni sono un concentrato di raffinatezza e ribellione. Dani arriva in scena in piedi allo stesso modo di un danzatore e si avvicina ad un set specifico di percussioni ordinate a terra; lavora sui gesti e sul movimento corporeo e ciascun tema da lui affrontato, viene ricostruito in un'ottica di libera improvvisazione simulativa; è un'esibizione che impegna quella che potrebbe essere definita come la più paradossale delle tecniche non convenzionali del percussionista, ossia l'immedesimazione e comporta un grado di difficoltà che non è più funzione di regole, quanto dell'agilità, dell'eleganza e della precisione dei movimenti posti in essere per colpire gli oggetti del set percussivo. Ogni corrispondenza casuale tra azione e suono dà origine ad una prestazione unica, un pieno vissuto di quello che si sta performando. Come dire, un meraviglioso rapporto real time con il proprio materiale sonoro. Ma la bella notizia è che, a differenza di quanto si può pensare per quelle operazioni ibride che introitano il movimento nell'improvvisazione (rimuginando nelle tante soluzioni profuse nel dopo Cage), viene restituita una bellezza dei contenuti che potrebbe essere apprezzata anche solo ad occhi chiusi. Se avete l'attenzione giusta su lavori indispensabili per il percussionismo italiano come Drama Lontano o anche su alcune esibizioni che Dani ha reso disponibili sulla rete, non potete fare a meno di pensare che l'equilibrio delle forze in gioco è perfetto (per una dimostrazione vedi a questi links: a-b-c)

Tra coloro che sono stati rapiti da Dani c'è anche il sardo Fabrizio Saiu: legato anche lui alla passione per un tipo di sperimentazione legata al movimento, in Object sans corps sfrutta la risonanza acustica di una costruzione disfatta ed abbandonata, andando alla ricerca di suoni che un computer in veste spettrale gli avrebbe certamente trovato, facendogli risparmiare lavoro. Piatti che sfregano le superfici murarie, mobilio posto al trascinamento o raccolta convulsa di frammenti di calcinacci, una corsa all'impazzata con una lamiera che sbatte attorno alle mura, sono tutti gli elementi che rendono Object sans corps un tipo d'esperienza che impegna la fisicità e sviluppa la sensorialità nei confronti dell'inanimato, ma soprattutto rende possibile una vivibilità di quello che potrebbe essere vista come una fenomenologia degli accadimenti. La completa sottomissione all'evento è stata coltivata nell'inconsueta veste assunta nell'esperimento di Peso Posa Figura in cui Saiu tramite una protezione rimane avvinghiato a 60 piatti disposti a distanza tramite corde così come rischia di diventare il suo segno distintivo l'incredibile e quasi amorevole impasticciarsi nei piatti dell'improvvisazione di Métron#1, in cui l'artista sperimenta un numero elevato di movimenti e di posture su un set indistinto di piatti rovesciati. 

La gestualità è anche un capoverso dell'espressione artistica di Michele Rabbia. Chi l'ha potuto constatare dal vivo sarà naturalmente d'accordo sul fatto che una preparazione classica (la stessa che ha ricevuto Stefano Battaglia nel fortunato trio santificato all'Ecm) e una propensione ad un percussionismo completo (dalle leggi della risonanza ai silenzi marchiati con una professionalità sopraffina, stilisticamente condividendo le qualità di un percussionista della chance e di un batterista del tocco ricamato alla Motian) lo pongano quasi naturalmente nei piani alti delle percussioni sensitive. Tuttavia Rabbia ha probabilmente compiuto il suo capolavoro quando nel 2013 ha inciso il solo Dokumenta Sonum, un dvd multimediale per Cam Jazz, in cui ha legato intelligentemente in un unicum il gesto, il segnale visivo, le risorse percussive convenzionali e non (della serie tutto può essere interessante a livello sonoro se adeguatamente amplificato), ed il campionamento potente, in un prodotto di eccellente riscontro emotivo, crocevia di una serie di tendenze latenti nel sistema dei musicisti dediti alle percussioni (vedi qui il trailer). Rabbia ha caricato sulla sua pagina facebook un estratto del concerto in solo tenuto a Parigi allo studio 106 di Radio France il 9 maggio scorso: in quel video si può avere il riscontro di alcune delle tecniche usate dal percussionista, dal lancio di biglie in piccoli recipienti poggiati sulla grancassa al grande arco che sfregia una particolare campana metallica, dai metronomi di memoria ligetiana ad un toy synth che sfruttano le reazioni di un software in modalità di live electronics. Il gioco delle relazioni, delle imprevedibili risonanze ricavabili dall'amplificazione ed una geniale guarnitura dell'idea del comporre consentono di acclarare le intuizioni di Marco Buttafuoco, quando lo indica come "...un esploratore delle combinazioni e delle causalità infinite che vibrano nella dimensione magica dell'universo acustico....".

Un percussionista diviso tra sperimentalismo diretto e ricostruzione elettronica è Giacomo Salis, un giovane musicista in costante maturazione che molti conoscono per le sue esibizioni frequenti con Paolo Sanna. Tuttavia credo che Salis abbia altri motivi per la sua ricerca, che stanno sempre più emergendo come risposta alla necessità di collegare le profonde inarmonicità delle percussioni con un istinto musicale oscuro; prenderei due esempi per chiarire questo concetto: grazie alla sua pagina soundcloud potreste ascoltare da una parte gli oltre 11 minuti di Sheet metal solo, un vero e proprio viaggio estemporaneo nelle risonanze più intime ed atmosferiche delle lamiere; invece di usarle in funzione drammatica Salis le usa in versione acusmatica, cogliendo il potenziale di una vibrazione controllata. Dall'altra la suite My problem child fonde il fragoroso artificio delle percussioni con la più implacabile delle ricette elettroniche (dark drones, cani sintetizzati ululanti, trovate math, loops oscuri). Qualcuno potrà convenire che probabilmente si possono accrescere i risultati trovati in My problem child, cionondimeno mi risulta difficile trovare qualcuno in Italia che sia così specifico sulla materia. E' realmente un percussionista da coltivare.

Quanto all'elettronica c'è qualcos'altro. La ricerca di un costrutto ideologico che va oltre le semplici caratteristiche dell'esser musicista è qualcosa che ha evidentemente colpito in fondo il lavoro dell'umbro Massimo Discepoli; batterista senza preclusioni di genere e fondatore della Acustronica, Discepoli mira a raggiungere un difficilissimo risultato nell'attuale mondo musicale delle intersezioni o commistioni. E' noto che generi di derivazione elettronica come l'ambient music o la drone music sono stati aggrediti al punto tale da generare una polverizzazione degli intenti; troppa carne al fuoco, similitudini dilaganti e soprattutto mancanza di tessiture di una certa sofisticazione. Molta di questa musica oggi risulta violentata, abusata e spesso statica. Allora Discepoli ha sviluppato l'idea di mettere di fianco ad un pattern di elettronica ben congegnato (quand'anche esso sia espressione di una rielaborazione sintetica di un oggetto percussivo), un drumming profondo e poliritmico, che sviluppa relazioni. Succede nel suo solista dal titolo Parallax, lavoro pubblicato nel 2014 e succede nell'ultima collaborazione con il contrabbassista Daniel Barbiero in An eclipse of images, un lavoro in cui la contrapposizione è avvenuta a distanza tra Washington e l'Italia, lavorando su un modello elettroacustico che concilia le caratteristiche musicali somatiche dei due artisti. Daniel ha fornito i suoi spunti al contrabbasso con linee melodiche austere e intinte nella modalità che Discepoli ha inserito nel suo ingranaggio di loops e drumming sollevante, allo scopo di creare movimentazione. Si produce un eccezionale impasto tra qualcosa che sembra appartenere ad un mondo filosofico antico (l'arco sul contrabbasso simula forse la voce di una potente massima di Plato?) e la costruzione elettronica, proponendo un rinnovato punto d'incontro tra passato e presente. Flessioni inquisitive arrivano nella magnifica atmosfera creata in Multiple horizons in cui l'arco di Barbiero risveglia Socrate e il principio dell'atopos, ossia dell'essere radicati spiritualmente in altri posti pur non essendoci presente; a proposito di questa qualità metafisica, Franco Rella ne faceva notare lo straordinario valore allorché affermava che nell'atopos ci fosse un mistero simile a quello dell'amore, un codice di intrecci e di intrighi che lo rende unico. Ed unico nel suo genere si presenta perciò An eclipse of images, che merita un deciso rispetto per le soluzioni adottate e certamente rappresenta un vertice delle produzioni dei due musicisti.

Di Vittorio Garis vi ho parlato brevemente in altra puntata della rubrica. Uno dei pochi rappresentanti del riduzionismo percussivo in Italia, Garis ha spontaneamente intrapreso un'investigazione in trio con due eccellenti musiciste tedesche: la fisarmonicista Anja Kreysing e la flautista Ulrike Lentz. I tre, dopo essersi "sentiti" reciprocamente su soundcloud, si sono incontrati in Italia per un concerto al Castello medievale di Moncrivello nel vercellese e quasi magicamente hanno costruito una splendida simbiosi improvvisativa: la performance si può trovare alla pagina bandcamp di Ulrike Lentz ma è in programma la registrazione ufficiale dell'esibizione ed anche un tour per il 2017. "Live at Moncrivello Castle" si distingue per il suo umore sofisticato e delicato al tempo stesso, con approcci discorsivi misteriosi o enigmatici, alternati tra i musicisti: la Lentz è una delle migliori improvvisatrici al flauto della Germania e fa sentire il suo particolare glissato (ultimamente sta anche suonando in tandem con Robert Dick), mentre la fisarmonica spezzettata e trasversale della Kreysing è per me una bella sorpresa. Quanto a Garis il suo set percussivo si compone di una grancassa, un rullante con piatti ed archetto e tanti oggetti (pigne, metalli ed un altoparlante piazzato sulla membrana del rullante e collegato ad un app che fornisce un suono drone): nelle fasi a lui dedicate è perciò un effetto elettro-acustico che si vuole dominare, una vibrazione che parte dalle sue mani e proietta spesso in paradisi della sensazione e delle immagini liminali che vengono condivise nelle motivazioni umorali dalle sue partners.


1 commento:

  1. german translation: (….) "Von Vittorio Garis sprach ich bereits an anderer Stelle. Als einer der wenigen Vertreter des Reduktionismus im Percussionbereich in Italien, hat Garis spontan ein Experiment mit zwei exzellenten deutschen Musikerinnen unternommen: die Akkordeonistin Anja Kreysing und die Flötistin Ulrike Lentz.
    Die drei haben sich, nachdem sie sich gegenseitig auf Soundcloud gehört hatten, in Italien für ein Konzert im mittelalterlichen Schloss von Moncrivello  getroffen und haben auf quasi magische Art und Weise eine glanzvolle improvisatorische Symbiose kreiert: die Performance findet sich auf der bandcamp-Seite von Ulrike Lentz, aber es ist auch geplant die Aufnahme öffentlich herauszugeben und auch eine Tour für 2017. 
    Die Aufnahme „Live at Moncrivello Castle“ zeichnet sich durch ihren anspruchsvollen Charakter bei gleicherzeitiger Feinfühligkeit aus, mit diskursiven Ansätzen, mysteriös und rätselhaft, im Wechsel zwischen den Musikern: die Lentz ist eine der besten Improvisatorinnen auf der Flöte in Deutschland und lässt ihre einzigartigen Glissati hören (zuletzt hat sie im Duo mit Robert Dick gespielt) während das akzentuierte und verbindende Akkordeon der Kreysing für mich eine schöne Überraschung ist.
    Hinsichtlich Garis´setzt sich das Set aus großer Trommel, kleiner Trommel mit mehreren Zimbeln und Bogen sowie vielen Objekten zusammen (Pinienzapfen, Metalle, und ein Lautsprecher platziert auf der Membran der kleinen Trommel verbunden zu einer app die einen Dronesound liefert): 
    diesen begegnet er mit Hingabe und es entsteht ein elektroakustischer Effekt welcher dominieren will , eine Schwingung die durch seine Hände geht und oft ins Paradis der Empfindungen führt und zu liminalen Bildern, die zwischen seinen Partnerinnen durch die humorale Motivation mitgetragen wird."

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