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domenica 6 novembre 2016

Christopher Hoffman e le idee del Silver Cord Quintet

E' stato un vero piacere ricevere la mail del violoncellista Christopher Hoffman e la novità di un lavoro di esordio a suo nome. Con ampio spettro della collaborazione, Hoffman ha suonato (tra i tanti) con Tony Malaby, Marc Ribot e Jeremiah Cymerman, ha sconfinato nel mondo del rock prestando il suo cello nella Now that the war is over di Willie Nile e si è seduto accanto a Martin Scorsese per scrivergli le musiche di Shutter Island. Ma, probabilmente, per chi segue il jazz e l'improvvisazione statunitense, Hoffman è ricordato maggiormente per aver partecipato a due episodi discografici dei Zooid, il progetto intrapreso nel nuovo secolo da Henry Threadgill, ed aver suonato nel suo splendido Old Locks and Irregular verbs; è in questa sede che l'asticella emotiva si è alzata nettamente anche grazie al suo apporto, riscattando l'aritmetica e spesso arida calibrazione tra improvvisazione e musica colta dei Zooid.  Escludendosi dalle esecuzioni e riproponendo all'attenzione del pubblico solo l'impianto dirigistico, Threadgill ha esaltato le individualità dei singoli musicisti, facendole diventare determinanti. Qualcuno può aver visto questo come un passo indietro rispetto all'idea compositiva, perché il jazz si è fatto molto più presente, dando un posto più selezionato alla fase cameratistica, ma forse era la formula che poteva funzionare.
L'esordio di Christopher, che si invola autobiografico in un notevole quintetto denominato Silver Cord Quintet (Tony Malaby ai sassofoni, Kris Davis al piano, Ben Gertstein al trombone e Craig Weinrib alla batteria), si districa proprio su questa fondamentale visione del jazzista americano, amplificando gli aspetti creativi e la risonanza delle parti: il violoncello di Hoffman suona con arco e rileva anche a livello percussivo e certamente detta l'idea originaria, ma il potere della musica viene configurato quasi sempre in organico. Petulant Petunia è di altissimo livello, esalta la coralità ed assegna a Tony Malaby il compito di avventurarla in spazi dinamici e dissonanti (la pietra angolare di Petulant Petunia è qui Soft Kill); Epistle vede Hoffman fornire con il suo violoncello una bellissima introduzione ai suoi partners, qualcosa che lo allinea quasi ad una produzione musicale post-moderna, dando spazio ad un tema ligetiano (il piano preoccupato di Kris Davis) e ai due strumentisti a fiato che modellano contenuti di continuo; la pietra angolare di Epistle è qui When I am laid in Earth, straziante e misericordioso tema di Henry Purcell, prelevato dalle opere dedicate all'Eneide, con una straordinaria lavorazione di Ben Gertstein al trombone. Il riferimento al compositore barocco inglese non è casuale, anzi è qui che si avverte la distanza e la diversità di pensiero di Hoffman, circostanza che colpisce anche la copertina del cd, dove si osserva un dipinto scabroso di una sala degli agonizzanti: rifiutando le relazioni scientifiche tra jazz e classica, si potrebbe insinuare una riflessione pregnante per l'improvvisazione al punto in cui è arrivata e che Hoffman sembra nascondere, rendendo deficitaria la realtà: la creatività mirata, il modo personale e convincente di esporsi, la forza emotiva delle buone combinazioni sonore ed oltremisura la selezione delle tecniche non convenzionali, sono elementi che possono far nascere, dalle ceneri in cui molti relegano il nostro decadimento musicale, una nuova età dell'oro per l'improvvisazione, da simulare sic et simpliciter per la continuità dell'arte.
Quelli del quintetto di Hoffman sono spazi oscuri e conturbanti, spesso costruiti alla radice con temi melodici di senso opposto (turbati o ristoratori), che lasciano che l'improvvisazione recuperi nelle mani dei musicisti la sua dimensione: forse non è utopia pensare che The golden bowl sia un affascinante zona di ripristino della bellezza, qualcosa di duraturo che possa sostituire i nostalgici dei cotton clubs.



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