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venerdì 18 novembre 2016

Alvin Curran


Ci sono più motivi per considerare Alvin Curran un misconosciuto innovatore della musica. Il primo parte dalla creazione di nuovo interesse alla musica improvvisata post anni cinquanta, allorché Cage introdusse i concetti di alea ed indeterminazione nella composizione, girando intorno alla valenza degli improvvisatori: in una ricostruzione sviscerata per flussi geografici in movimento, si può affermare che l'improvvisazione libera ha avuto un'origine accademica ed una jazzistica che ha lavorato quasi in tandem tra Stati Uniti ed Europa; quella accademica si ritrova intorno ai primi esperimenti dei compositori americani della Bay Area, attratti dal clima seriale introdotto da Boulez e dal primo Stockhausen: Lukas Foss o Larry Austin inserirono l'improvvisazione nelle loro composizioni da camera od orchestrali, così come Terry Riley o Pauline Oliveros, fecero confluire l'interesse alla pura e libera improvvisazione nei loro primi approcci, nelle loro lezioni condivise tra i conservatori e il Tape Music Centre di S.Francisco. Curran (e con lui tanti musicisti americani operanti nella zona) si ritrovarono ad un certo punto in simbiosi con le ricerche di Scelsi, Evangelisti e Guaccero a Roma (e di tutto il movimento romano). Molti di quegli americani, tra cui Curran stesso, scelsero di trasferirsi proprio a Roma per coltivare i propri linguaggi.
L'origine jazzistica viene invocata non appena si pensa alle estensioni di Cecil Taylor e alla costituzione dell'AACM, ma ha anche qui il suo ponte si può facilmente trovare nel movimento improvvisativo britannico dei sessanta, in cui una grande spinta era fornita dalle radicalizzazioni di Cornelius Cardew e quelle di Derek Bailey con il suo Joseph Holbrooke Trio (Oxley e Bryars). 
Grazie al MEV (Musica Elettronica Viva) il prototipo dell'improvvisazione libera congegnata con l'elettronica fece il suo ingresso sulla scena musicale e Curran prese una parte a pieno titolo di quella congregazione, suonando tromba, sintetizzatori ed oggetti selezionati. In una musica che (sembra strano a dirlo) si fregiava di una forte caratterizzazione personale, pur essendo lanciata nell'anarchia e nel caos riproduttivo, Curran esportava già un suo modus operandi: da una parte l'intelligenza della struttura operativa, di un'idea che traccia le direttive e gli involucri su cui sviluppare la massima capacità improvvisativa dei suoni, da qualsiasi fonte provengano; dall'altra marchiare le dinamiche sonore con uno stadio subdolo dei suoni, rivelazione di un forte attaccamento alle circoncisioni di Riley, ma con un grado di "esotismo" degli elementi nettamente diverso. E' una dimensione che si scontrava con la nervosa ricerca al synth di Teitelbaum o Bryant o con il pianismo totalmente decodificato di Rzewski: se l'obiettivo fosse nutrirsi solo di quella dimensione nell'ambito della musica dei MEV, non avrei dubbi a consigliarvi l'ascolto di The Original o di Roma Cansrt, a dispetto delle improvvisazioni di Spacecraft o di quelle contenute in LP storicizzati come Leave the city o The sound pool. Così come compresse (per ovvie ragioni di compresenza) furono le sperimentazioni del MEV, quasi prive totalmente di struttura elettronica, allorché il potere di Lacy era qualcosa su cui dover fare i conti (United Patchwork resta comunque un gran lavoro e contiene un eccellente episodio chiarificatore dell'influenza ebraica di Curran).
La progettualità di Curran, che sarà disseminata anche su installazioni e registrazioni su cassette, emerse tutta intera nei primi lavori da solista: in tali sedi Curran integrò nella sua musica parecchi concetti sparsi nell'epoca post-moderna. La ripetizione, il drone, la musica concreta, il collage elettronico, la temperie progressiva, la pragmaticità orientale e il lamento ebraico, persino resti o scampoli del retaggio degli hippies, vennero ripristinati in un'ottica personale, che fosse in grado di lasciare un segno nell'ascolto e lanciare nuove opportunità in un mondo musicale divenuto nel frattempo tutto da decodificare. Alvin, una volta fatta attenzione ai processi, alla natura, e ai nuovi tools delle tastiere elettroniche, diede corso alle magnifiche e subdole operazioni di Canti e vedute del Giardino Magnetico, dove ogni suono strumentale o concreto concorre a creare un incredibile benessere, che stimola l'esperienza sonora, il viverla in tutta l'interezza temporale; e di Fiori chiari, fiori oscuri, in cui ancora oggi si avverte un candore bellissimo, come obiettivo di una interposizione musicale plasmata su una tavolozza di suoni e racconti, quelli della bambina Mio Hani (una cantante giapponese, purtroppo deceduta due anni fa, che all'epoca aveva 5 anni) che conta i numeri italiani cercando di non sbagliare o quelli innocenti del figlio di Rzewski che parla al suo amico Johnny della Luna o delle torte finché viene sopraffatto da un brandello rimasticato al piano di Georgia on my mind. Questo periodo ebbe anche il suo capolavoro, quando Curran pensò di imbastire Canti illuminati, un vero e proprio studio sulla vocalità, sulle sue sfumature e sulle sue possibilità armoniche, nonché sul loro ipotetico interagire con la tecnologia. 
Il ritorno temporaneo in patria coincise con un ritorno alla composizione e ad un parziale stop della vocazione digitale: di questo periodo rimangono molte buone cose, soprattutto le composizioni dedicate al pianoforte che spaziano in una forte impronta minimalistica che va da Satie a Riley e solo a fine novanta Curran riprese con vigore la sua ricerca elettronica, andando più spedito sulle capacità dei samplers e dei laptops. E' naturalmente un combattimento quello a cui va incontro Curran per rappresentare forze musicali oggettivamente diverse, e sebbene egli ha il grande merito di non perdere mai il controllo della realtà avventurandosi in esperimenti futuristici, ha anche l'ingrato compito di costruire un contrappunto con strumenti che spesso hanno un'anima differente, come succede nell'approfondimento dello shofar, un corno ebraico ricavato dalle corna dei montoni ed usato in alcune cerimonie religiose: ciò che viene evocato in Shofar rags, un cd frutto di una sperimentazione e sintesi pluriennale sulle possibilità dello strumento, è uno degli esempi più limpidi del Curran-style anche a distanza di tempo, poiché sottende una ricerca sopraffina nell'incastonare i dettagli (lo shofar non ha tasti, basa la personalità dei suoi suoni solamente sulla quantità di fiato e sulle differenti posizioni all'imboccatura) con la sofisticazione di un collage, una ricerca delicata e quasi innata di avvicinare epoche lontanissime, nel tentativo di ristabilire un equilibrio. Qui si sposano le impostazioni dei Maritime Rites con i temi esplorativi del patchwork ultramoderno del machismo digitale.
L'amore per l'esperienza improvvisativa, d'altro canto, è sempre molto presente, giacché i suoi corsi o workshops restano tuttora all'avanguardia, per la volontà di approfondire quel concetto di improvvisazione totale e funzionale ad altri elementi artistici (danza, recitazione, etc.) che è nelle pieghe della musica contemporanea classica già da tempo. Si tratta di attribuire una nuova funzione agli improvvisatori, un allargamento del loro essere musicisti fino a diventare attori e dispensatori di ulteriori stimoli, attraverso il movimento in scena o magari attraverso la recitazione non concordata: un'intersezione che, se per molti compositori può significare una tremenda mortificazione, per Curran costituisce il prossimo confine su cui porre le basi condivise della musica.



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