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domenica 2 ottobre 2016

Odissee femminili: il senso della crescita di Jessica Sligter

C'è una visuale artistica terribilmente interessante che proviene dal mondo femminile nordico: non è solo qualcosa che celebra l'eversione delle problematiche compresse in tutta la storia dell'umanità, c'è anche una riscossa dell'arte posta come materiale essenziale di una diversa costruzione dell'universo femminile, visto in tutti i suoi aspetti, dalla moralità alla sessualità. Letterate come Jane Austen, Emily Bronte e la stessa Virgina Woolf, sgomberando il campo dall'ignobile prassi di formalizzare le attività delle donne (protagoniste ad oltranza delle proprie famiglie secolarmente indirizzate dalla volontà degli uomini), hanno aperto un corridoio di intellettualità ed intimità di stile. Oggi, nelle sedi più coerenti del pensiero, il problema è anche la conciliazione di una poetica femminile che sia in linea con gli interessi della società attuale: nell'arte le donne hanno un rapporto strettissimo con l'esternazione della propria esperienza, ma oggi si rendono conto che devono essere calcolati i rischi di un'incomprensione del loro vero sentimento. 
Jenny Hval, Susanna Wallumrod o Jessica Sligter sono un'espressione di un colto approfondimento del pensiero che passa attraverso la lente rifrangente del disgusto e della lacerazione: la Hval l'ha chiamata apocalisse femminile, Susanna e la Sligter la presentano come disperazione; guidate dagli arazzi di Hannah Ryggen e dal poema fantascientifico di Harry Martinson, le cantanti intercettano una profonda riflessione sull'isolamento al pari di quanto si avverte in Aniara, la fiction di Martinson che si sviluppa sulle vicende di un gruppo di sopravvissuti alla distruzione terrestre mandati in orbita senza più rotta. In quello scritto nemmeno un computer di bordo (Mima), nel tentativo di distrarre i passeggeri, è capace di ottenere il suo scopo e pian piano gli stessi si spogliano di tutti i loro principi o dogmi morali e spirituali. Sono effetti simbolici della totale carenza di una qualsiasi forma d'arte a sostegno (unica vera responsabile della tenuta del mondo), che distorce o spegne la sessualità, l'indole spirituale, la comunicazione. 
La recente pubblicazione discografica di Jessica Sligter, cantante/musicista di origine olandese trapiantata in Norvegia, traspone in musica questo recente "sentire" femminile: "A sense of growth" esordisce con una marziale Surrounds, surrounds me,  in cui la Sligter canta con piglio deciso:
"I went down to the city and tried
 although the promises I made could not be kept
 I went down to the city and tried
 even the cold could not chill my haunted mind...."
Porta d'ingresso di questa ambientazione elegantemente decadente, Surrounds, surrounds me è complessa ed oscura, e un sax monco in stile jazz è l'unico baluardo per spezzare la forza dei versi di Jessica; ma la dimensione poetica e musicale è la notevole differenza che Jessica può vantare rispetto alle sue concorrenti in un momento in cui procede sovrana la standardizzazione di idee, stili e progetti canori. La Sligter propone un folk che qualcuno ha chiamato a buon ragione "irregolare", ma scrive anche dei testi eccellenti, poesie che si appropriano di un linguaggio ermeticamente affascinante ed amaro e che vivono sulla forza di una riflessione alla stregua di una Love will tear us apart again. Rispetto al bellissimo esordio a suo nome (Fear and the framing) c'è un fattore in più, ossia la visuale produttiva trovata assieme a Randall Dunn, che si muove tra gli spazi sonori, seguendo un comportamento che incoraggia le soluzioni elettroniche trovate nella modernità da Bjork: suoni caustici e strumenti calibrati arricchiscono queste odissee del sentimento in un modo più forbito rispetto al live electronics profuso nelle perfomance in pubblico (vedi qui una sua bella esibizione, effettuata in semi-buio); è quindi possibile addentrarsi in un prodotto dell'anima, che musicalmente parlando, è il risultato di un coacervo di semi: senza provocare retorica alcuna, ascolti gli echi di alcune sincopi vocali della Joni Mitchell, sprazzi di K.D. Lang o del tenore narrativo delle cantanti country, avverti la presenza estemporanea di Marianne Faithfull, e scopri che il teatro musicale tra le due guerre è ancora un'espediente per produrre gli intenti declamatori della cantante, specie nella seconda parte del lavoro. Ma senza che niente somigli a qualcosa o a qualcuno!. Il bittico iniziale è un ko, composto da brani come Surrounds, surronds me e Wherever you go, capolavori di arrangiamento e scrittura che funzionano a perfezione, ed anche la poesia fa un figurone intrappolata nelle strutture recitate di The smoking tree o in quelle vagamente politicizzate alla maniera di una Grace Slick (periodo Jefferson Airplane) di Run, now!
A sense of growth è un riferimento in questo momento, una splendida manifestazione di come, a prescindere da nuove formule attivabili della musica rock, ci sia ancora la voglia di presentare prodotti dove trovare tutto: musica, produzione, testi, estetiche. In questo millennio fatto di ascolti veloci e distruttivi, la relativa facilità assimilativa di A sense of growth è un motivo in più per innamorarsene. 




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