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mercoledì 12 ottobre 2016

Masabumi Kikuchi e il testamento olografo di Black Orpheus


Masabumi Kikuchi è deceduto il 7 luglio dello scorso anno. Chi ha seguito il pianista giapponese fin dai suoi esordi non avrà potuto fare a meno di notare che Kikuchi avesse seguito un percorso eterogeneo nel jazz, con molti riferimenti ad alcuni maestri del jazz statunitensi: con una destrezza alle tastiere che coinvolgeva anche fender rhodes o piano elettrico, Masabumi sfruttò la scia del Miles Davis elettrico, mentre a turno si rifaceva ai pianisti hard bop, a Bill Evans e naturalmente a Herbie Hancock per la modalità e Chick Corea per l'impronta di fusione. Nei tempi in cui il jazz in Giappone stava cominciando a diventare qualcosa di più che una realtà tra i giovani musicisti, Kikuchi si trovò spesso a propendere verso forme di collaborazione con occidentali, suonando con Gary Peacock (che si stabilì per un periodo lì), con Gil Evans e con Davis stesso (una session che non ha mai visto la luce), mimetizzandosi alla perfezione nei contesti. Di quest'ampia fase iniziale, che comincia alla Philips nipponica con Poo-Sun nel 1970, gli appassionati di jazz scorgeranno ancora oggi delle improvvisazioni che non sono integrali copie carbone dei dischi di Miles Davis, di Coltrane o Bill Evans, poiché Kikuchi cercò anche di introdurre dei momenti di sottolineatura (che fossero melodie riconoscibili o accenti di notazione alle tastiere sintetizzate) che avevano lo scopo di presentare una propria variazione: l'intro di Dancing Mist o le linee orientali che si trovano in Susto, ne sono un esempio. Il modo migliore per farsi un'idea della ben congegnata improvvisazione che Kikuchi regalava al pubblico, in un momento in cui le miscele nel jazz venivano ampiamente accettate, è quello di ascoltare il suo In Concert, che dà la misura della fase coinvolgente aperta dal jazz in Giappone oppure farsi affascinare da Wishes, con il gruppo Kochi, in cui una parata di nomi altisonanti del jazz (Dave Liebman, Steve Grossman, Terumasa Hino, Antony Jackson, Reggie Lucas e Al Foster) sono al servizio di un bop scattante in cui si avverte lo sforzo di Kikuchi di evitare la clonazione di un In a silent way o di On the Corner, con soluzioni più individuali.
Tuttavia se volete farvi un'idea precisa del musicista è necessario rivolgere l'attenzione ad una parte più intima del pianista, quella forse che non aveva l'obbligo della rappresentazione, e che può rinvenirsi in almeno 2 albums: il primo di essi è Silver World, un lavoro intestato a Hozan Yamamoto ma con composizioni di Kikuchi; con Peacock (eccellente al contrabbasso) e Hiroshi Murakami alla sezione ritmica, Silver World costituisce un punto di riferimento speciale per il primo jazz giapponese, poiché la sensazione di aver trovato un prodotto di sintesi tra jazz e oriente è forte: la modalità prescelta è quella di costruire tessiture jazzistiche varie (che passano dalla modalità alla suspence classica) di contrasto alla serena soprannaturalità dello shakuhachi di Yamamoto. Il secondo album deriva dall'incontro con il percussionista con Elvin Jones in Hollow out, un taglio di Rudy Van Gelder con Gene Perla al contrabbasso, che si estende nei territori classici di un trio alla Evans.
Negli anni ottanta Kikuchi registrò poco e svolse molta attività concertistica e di lui, ad un certo punto, non se ne parlava più molto nelle riviste jazz, finché il giapponese improntò nel 1992 una seconda giovinezza della sua musica, ripristinando l'alleanza con Peacock e stringendosi nelle maglie di Paul Motian, che divenne il suo reale protettore. Masabumi ritrovò una vena romantica che ben si accoppiava ai ricami di Motian e Peacock, sebbene il trio avesse impostato la sua collaborazione sulla rivisitazione di standards e brani personali: nei gruppi di Motian (Tethered moon, Paul Motian Trio 2000+One, Paul Motian Trio 2000+Two, Masabumi Kikuchi Trio) Kikuchi coltivò quella legge del ricordo che è bellezza ed esportazione di un modello al tempo stesso. Tuttavia il pianista giapponese rivendicava da tempo una sua autonomia stilistica e più volte si era espresso a favore di qualcosa che non fosse più tecnica, ma libero e spontaneo sentimento.
Black Orpheus, ultima rappresentazione in pubblico fatta al Bunka Kaikan Recital Hall di Tokyo nell'ottobre del 2012, ha dell'incredibile, perché va oltre l'esperienza poetica comune a molti pianisti jazz dediti a ballads o a temi atemporali: è un "disegno" musicale perfetto, lavorato in una lunga suite in nove parti, che proietta velleità senza aver bisogno di crearle, è un agglomerato sensorio che si trasferisce sul pianoforte con un trasporto emotivo senza precedenti per Kikuchi: in Black Orpheus spariscono gli echi e i riferimenti e le note, adeguatamente valorizzate dal sostenuto dei pedali, espandono un'affermazione di amore per la musica e la vita. A caratteri cubitali ritorna quella sana malinconia che si trovava in Little Abi, pezzo che si trovava su Hollow out e che qui viene ripresentato quasi a chiusura di un cerchio. Faccio notare che molto spesso gli artisti hanno creato i loro capolavori nei momenti di difficoltà personale o quando anche presagivano la loro scomparsa: il titolo farebbe pensare ad uno stato depressivo ma Black Orpheus in realtà non è sonno oscuro, poiché si tocca il punto focale delle nostre esistenze, la sua summa, qualora fosse possibile raggiungerla con dei suoni. E' un testamento scritto di proprio pugno ove trova congiungimento spirituale il profilo del postludio di My companion (breve pezzo in solo alla fine di Poo-sun), senza essere condannati al benché minimo impianto retorico. Caro Masabumi, siamo tutti tuoi compagni di viaggio!


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