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giovedì 27 ottobre 2016

Bach e la musica nel castello del cielo

Una costante delle ricerche musicologiche degli ultimi vent'anni si gioca su una nuova interpretazione dei documenti o manoscritti ritrovati: non c'è solo la voglia di nuove rivelazioni che spesso viaggiano in una corrispondenza fino ad allora celata o di deduzioni che si possono far valere dalla scoperta di un testo, c'è anche la precipua intenzione di smitizzare le figure musicali di cui si parla e portarle ad un livello "terreno". Per quanto riguarda Johann Sebastian Bach è fortissimo lo stimolo nel presentare un ritratto di un musicista scevro da questa trascendenza musicale creata oltremisura dagli adepti della musica. Persino uno dei suoi più grandi cultori, il direttore d'orchestra inglese John Eliot Gardiner, dominatore quasi incontrastato della parte clericale della musica di Bach (dalla Messa In B minor agli Oratori, passando per le Cantate e le Passioni), ha sempre cercato di remare contro gli eccessi. Nel 2013 Gardiner scrisse una personale biografia di Bach che oggi, grazie all'Einaudi e alla traduzione appropriata di Luca Lamberti, ritorna sul punto cercando di dimostrare come non si debba costruire una favola (seppur bella) insinuando nella leggenda dei valori che sono molto più umani di quello che si pensa e sia corretto analizzare vita, scritti e partiture sul compositore filtrando i falsi che si possono creare per varie ragioni (si inizia dalla casa natale di Eisenach, che è invece solo un mausoleo della sua arte, per finire a corroboranti dichiarazioni di evangelizzazione per musiche che potrebbero possedere altre caratteristiche). Uno dei difetti principali dei biografi o studiosi di Bach è stata la circostanza di non poter acclarare con certezza molti fatti desunti da lettere o manoscritti e il compito di Gardiner arriva, in un certo senso, come un momento decisorio pur non scevro dalla risoluzione dei rebus.
 "La musica nel castello del cielo", ha un titolazione che è frutto del riferimento agli interni della cappella del vecchio castello di Weimar, ove un altare si sviluppa centralmente attorno ad una galleria a tre piani con in cima un disegno di organo che, in virtù della sua posizione, ideologicamente trasmetteva sonorità al divino. Bach ci suonò molte delle sue cantate, una parte della sua composizione che più viene messa in risalto da Gardiner: è proprio la sacralità che viene confermata o sistemata nelle indagini dell'inglese, naturalmente dovendo sfruttare sempre il principio di corrispondenza tra la vita dell'artista e le opere, inevitabile per una scorrevolezza degli avvenimenti e delle affermazioni; 14 capitoli progressivamente sviluppati nell'arco temporale della vita del tedesco tracciano un quadro completo per dimostrare come Bach vada valutato alla luce della sua musica e della sua formazione creativa: si scopre così un Bach con specifici mentori (debitore del cugino Johann Christoph Bach e del maestro Bohm di Luneburg), un uomo religioso ma calcolatore, un eccezionale ricostruttore di pezzi musicali altrui, un lavoratore integerrimo che si doveva districare in un pubblico piuttosto infedele, poco incline ad assorbire con un attento ascolto le innovazioni portate dalla sua musica in chiesa, un sarcastico uomo che talvolta va fuori dai limiti inveendo contro maestranze musicali o amministrative non in linea con la propria rotta di pensiero. Le cantate, gli oratori e soprattutto le Passioni vengono qui sviscerate con dovizia di particolari, tentando di dare una risposta a vari interrogativi, ma la bellezza del volume di Gardiner sta nel fatto che descrive una "storia" dall'esterno, come un cronista informato che guarda gli eventi e deve testimoniare la comprensione dei fatti sulla base delle proprie emozioni: ne emergono comparazioni affidabili con la concorrenza (con Handel, Telemann, Mattheson, Scarlatti, Rameau ed Handel, Gardiner invividua una generazione dell'85 del seicento), una visuale consapevole degli stili e dei loro canali di trasmissione (una tradizione sacrale che parte da Palestrina, Monteverdi e Schutz), la ragionata connessione della musica bachiana con il luteranesimo e con la regione dei cicli e delle stagioni. Molto è condivisibile in ciò che ci propone Gardiner nella visuale sacrale e nella sua prefazione, a proposito dell'obiettivo del libro, afferma che ".....è molto diverso da quello di una biografia tradizionale: dare al lettore un'idea reale e concreta di ciò che l'atto del fare musica avrebbe potuto rappresentare per Bach, la possibilità di condividere le stesse esperienze, le stesse sensazioni....studiando i processi, strettamente connessi, del comporre ed eseguire la musica di Bach possiamo mettere in rilievo alcuni tratti, un'impressione che può essere rafforzata dall'esperienza di ri-crearla e ri-eseguirla oggi.....". Musica di Bach, quindi, vissuta come un'esperienza diretta, senza pregiudizi, che trova conforto in alcune bellissime intuizioni sparse per il libro.



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