Translate

venerdì 16 settembre 2016

Vivisezionando l'opera In C di Riley: il libro di Capitoni


La riflessione che offre una composizione come In C, la celebre opera di Terry Riley che ha sancito di fatto la nascita del minimalismo americano, si articola su un paio di considerazioni logiche di portata però debordante. In C arrivò (siamo nel 1964) in un periodo in cui la divulgazione della nuova musica (quella di Cage, Boulez, Stockhausen, Berio, etc.) aveva rotto la consuetudine della musica classica di fornire aggiornamenti visibilmente attratti da un idioma stilistico ben individualizzato;  l'ultimo dei movimenti rinvenibili con queste caratteristiche (il neoclassicismo di Stravinsky o Shostakovich) addensato temporalmente in quegli anni, metteva erroneamente in dubbio le potenzialità della musica colta come strumento suscettibile di nuovo approfondimento. La divisione critica che si instaurò già in prossimità del cambio di rotta dei "contemporanei", tendeva ad introdurre il problema di cosa si dovesse fare per portare avanti la ricerca musicale: i due russi sopracitati (presi come esempio) sembravano non poter tener testa alle riforme dei compositori post-guerra, nel momento in cui si aprivano spazi per rivoluzionare completamente gli approcci e proporre un uso alternativo della musica. L'intellettuale reazione che Cage e la scuola newyorchese di composizione avevano sistemato nelle immediate conseguenze di una guerra che voleva solo dimenticare e costruire un nuovo favoloso ordine culturale, portò alla modificazione di molti parametri musicali che fino ad allora erano stati imprescindibili: l'introduzione dell'alea, l'elevazione a potenza delle serie e degli abbinamenti matematici, nonché lo scivolamento surreale della musica verso l'happening ed altre forme di campo, conducevano di fatto verso l'inutilità di una registrazione (poiché la performance si presentava naturalmente sempre in forme diverse contribuendo ad un'ontologia dell'evento); in più quando salì in cattedra l'elettronica (allora ancora vincolata alla tecnologia dell'epoca) si trovò un eccezionale espediente per fornire all'evoluzione della musica una svolta di carattere scientifico, un modo per alzare i livelli e renderla conforme ad altre discipline a contenuto simile (l'esperienza degli spettralisti è essenziale al riguardo). 
Terry Riley con In C rappresentò una via di mezzo delle soluzioni futuristiche possibili: da una parte l'idea di una partitura costituita da 53 semplicissimi moduli in combinazione (aventi la proprietà estrema della ripetizione) suscitava un reale interesse per una tendenza avanzata della musica, un esperimento compositivo che, a dispetto di quanto si potesse pensare, presentava una difficoltà tecnica per gli esecutori completamente diversa dal normale e di uguale spessore a quella della composizione classica, in definitiva una differenziazione mai curata prima; dall'altra recuperava incidentalmente un tenore tonale che metteva a repentaglio la sua classificazione tra le opere a contenuto innovativo, riportando in vita recriminazioni che si volevano abbattere, in definitiva un ulteriore aggiornamento del passato. Paradossalmente e ideologicamente, In C avrebbe potuto scontentare tutti, invece nel concreto meravigliò persino gli attori dell'opera.
Su In C è stato speso molto inchiostro per spiegare l'importanza di tanti aspetti della composizione di Riley (sulla libertà dei mezzi espressivi e l'approccio semantico che parla di geografie universali e non strettamente occidentali) così come del minimalismo in generale, ma mai nessuno in Italia si era preoccupato di creare un corpo organico della materia che potesse riassumere esaurientemente tutta la problematica musicologica e critica del pezzo di Riley: questa lacuna organica è l'oggetto del bel lavoro di Federico Capitoni che costruisce una guida specifica a quello che considera il capolavoro del compositore americano. 
"In C, opera aperta" fornisce tutte le spiegazioni di cui avete bisogno per una corretta comprensione ed interpretazione del lavoro di Riley, sul quale si compie un'analisi completa e perfettamente condivisibile: l'opera viene analizzata prima nel suo contesto storico e poi nel suo impianto stilistico, addentrandosi nella partitura opportunamente divisa nei suoi moduli e commentata; per gli amanti del collezionismo Capitoni volge uno sguardo totale alla materia d'ascolto e, in mezzo alle centinaia di rifacimenti (ufficiali e non) che hanno interessato il pezzo, fornisce una guida commentata di tutte le versioni che hanno avuto modo di essere rappresentate attraverso una registrazione, dando al volume, nel contempo, un'essenzialità anche pratica per il suo acquisto. In questa parte del volume Capitoni minuziosamente descrive gli elementi di differenziazione di ciascuna registrazione (strumenti, tempi, aspetti critici contingenti) rispetto alla registrazione della prima versione, l'esempio filologico posto in essere dall'Ensemble riunito al Center of Creative and Performing Arts in the State University of New York, di Buffalo (oltre a Riley al sassofono c'erano tra gli altri, Margaret Hassel al piano, Jon Hassell alla tromba, Stuart Dempster al trombone e David Rosemboom alla viola): è un forte invito all'approfondimento della tematica di In C, l'evidenziazione di una bio-diversità dei lavori che si congiunge perfettamente a quanto detto in precedenza a proposito del movimento compositivo post 1948. Inoltre mi preme sottolineare la pertinente ed illuminata considerazione che Capitoni riserva nel finale del libro, quando mette in guardia il lettore dalla mala fede che automaticamente e metaforicamente associa la ripetizione e il phasing all'alienazione della catena di montaggio, stabilendo che "...un conto è sperimentare il linguaggio, un altro è il calcolato ricorso alla ripetizione per alimentare il consumismo e controllare le masse....Perché è così che si crea il pericoloso conformismo (o peggio ancora l'abitudine)....La ripetizione fallisce quando diventa prevedibile (da Glass in poi)....". 
C'è da essere molto d'accordo in questa deriva del minimalismo, che non è solo musicale ma anche sociale: così come indicato da tanti autorevoli scrittori, l'abuso dei principi non è stata forse la causa del malessere della società post-moderna? Queste proposizioni arrivano in un momento in cui alcuni movimenti musicali di espansione stilistica, che giocano con la materia minimale, stanno conquistando i palchi e i favori del pubblico anche più preparato: sotto questo punto di vista la lezione di In C, allora, oggi si deve far carico dell'imbarbarimento qualitativo delle platee, indicando che la strada per proseguire non può e non deve subire compromessi. 



Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.