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giovedì 1 settembre 2016

Suoni della contemporaneità italiana: Osvaldo Coluccino

L'attribuire un senso specifico agli oggetti e alle relazioni che ci circondano non è un esercizio di allenamento della mente, ma una virtù posseduta da chi, in quegli oggetti e relazioni, riesce a scoprirne l'anima (in una situazione in cui l'anima non sembra poter apparire). Il senso dell'arte è spesso correlato alla capacità di poter vedere qualcosa che gli altri non vedono. Se vi avvicinate a Osvaldo Coluccino (1963) e alla sua musica, vi renderete conto di quanta sensibilità, attenzione e profondità essa trasmetta: di lui la stampa specializzata parla di compositore "appartato", lontano dai clamori e dalle dimostrazioni di parvenza, ma in realtà Coluccino sta avendo (e continua ad avere) riconoscimenti da tutti i fronti: dopo aver accantonato la poesia, in Italia ha ricevuto commissioni dalle principali istituzioni della musica contemporanea, dalla Biennale di Venezia all'Orchestra Sinfonica della Rai fino a Milano Musica; è censito con magnificenza da musicologi e giornalisti di peso e, a differenza di molti suoi colleghi, ha avuto anche la voglia e la possibilità di creare un supporto fisico o digitale su un bel pezzo delle sue composizioni.
La principale associazione che vi propongo per entrare nella sua musica è quella di farvi un ripasso sulle opere del pittore Piero della Francesca e su quelle pianistiche che seguono quel sottile filo conduttore che lega Webern, Messiaen e Feldman: se prendete tutta la produzione per archi di Coluccino (rinvenibile in una raccolta per Neos come String Quartets) e le esplorazioni di "Stanze" al pianoforte solo (rinvenibili in 12 elucubrazioni su Col Legno con l'esecuzione di Alfonso Alberti), ritroverete come d'incanto alcune delle tematiche sviluppate da quegli artisti. La più grande riflessione che Coluccino ha trasfuso nella musica è stata quella introitata dai dipinti di Della Francesca in Leggenda della Vera Croce, effettuati nella Cappella della basilica di S. Francesco ad Arezzo: di fronte alla visione degli affreschi noterete una struttura globale con tema a più dipinti, con plurime colorazioni e senso della prospettiva (Piero della Francesca era anche un matematico), ma grazie ad un adeguato stare in visione si viene catturati dai volti dei partecipanti che sono in grado di aprire un panorama di riflessioni: seri, solenni, immobili ed impassibili, con una posa che non ha la pretesa di creare un effetto mistico, questi attori del dipinto restituiscono all'osservatore un'impensabile volontà di dialogo e comunicazione. Quanto ai pianisti succitati si entra nel novero dei fantastici depositari del tempo, templi della sua cristallizzazione sonora o del suo annullamento, teso all'abbattimento dei confini dei suoi estremi. 
L'opera di Coluccino segue un rigoroso filo logico, solo a lui ascrivibile, che coglie le particolarità oggettive dell'intimo, descrive un luogo consueto della nostra vita dopo adeguata interrogazione delle sue proprietà: la struttura portante della sua musica è continuamente tenue ed evanescente, ma non perde in sostanza; in Attimo il quartetto d'archi copre una gamma sentimentale atonale capace, nelle sue sfumature tra accordi e note, di evocare stati di luce soffusa, una luce che inquadra; in Aion si è rapiti dal mistero, dalla leggera oscurità e dagli archi che simulano in maniera perfetta gli effetti del soffiare; in Talea la tensione complessiva è magnificamente costruita su alcune tecniche non convenzionali e sulla potenza dell'immedesimazione (superbe le esecuzioni del Quartetto d'archi del Teatro la Fenice). I 12 componimenti a lunghezza variabile di Stanze suddividono 12 momenti musicali in cui riconoscere le entità che ci appartengono, oggettivandole con dei suoni liberi che siano in grado, tramite la loro morfologia, di fissare un valore o dare un significato a ciò che ci circonda: in breve un rinnovato ordine di produzione del puzzle del dipinto di Della Francesca, senza sistemazione temporale, seguendo solo quello delle armonia delle immagini. Coluccino, stilisticamente parlando, trasmette comunque differenze rispetto all'arte richiamata: non c'è astio né complessità, né tantomeno ripetizioni; la musica prende corpo nelle sue espansioni.
Coluccino ha anche trasferito il suo pensiero nei meandri dei suoni acustici ed elettroacustici, pervenendo ad un turbamento che non sempre regala la gioia della scoperta di un buon intendimento: l'oscurità spesso non dà scampo nemmeno ad una sua buona rappresentazione e risulta molto più difficile mettere in allerta il sistema neurale con "elementi astratti, invisibili o paralleli" plasmati sulla semplice acustica dei suoni. Tuttavia nell'edificazione di una composizione che scambia informazioni tra strumento e processo elettronico, Coluccino interpreta molto bene l'umanesimo delle antiche/nuove forme (da una parte il clima artistico rinascimentale, dall'altra le ricercatezze dei pionieri degli studi di Fonologia di Milano), mentre resta sempre aggrappato ad un ottima esecuzione l'allargamento dei confini del dialogo strumentale: Gamete Stele è la conferma che la stessa intimità ricavata nel sussurro o nella calma quasi sconfinata di un piano o di un viola, si può ritrovare nel "chiasso" di un ensemble di almeno 9 elementi.



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