Translate

giovedì 15 settembre 2016

Sovrapposizioni e ambientazioni nella musica di Wooley e Vandermark


"...My actions are my only true belongings. I cannot escape the consequences of my actions. My actions are the ground upon which I stand......" (Thich Nhat Hanh)

Nella musica di Nate Wooley e Ken Vandermark c'è un bel pezzo di storia masticata dalla musica jazz. La collaborazione trasfusa in East of Northwest e All Directions home, dimostra come i due musicisti siano non solo profondi conoscitori del jazz statunitense, ma anche coscienti di essere portavoce delle tendenze più avanguardiste di esso: il primo riferimento che viene direttamente palesato dai due musicisti è l'impostazione pratica mostrata dai jazzisti post-Ornette Coleman; il sassofonista raccolse attorno a sé una serie di musicisti intenti nello sviluppare un free jazz maturo, in contesti che si osservavano accuratamente per provocare nuove e differenti espansioni della musica: accanto al tema melodico la parte improvvisativa guadagnava sempre più autorità. Il raccordo effettuato da Wooley e Vandermark è ascendente del pensiero di un'altro duo, famosissimo ricordo del passato dalle parti di Los Angeles, quello di John Carter e Bobby Bradford (clarinetto e tromba), che si fecero subito costruttori di maestosi ritrovati sonori improvvisativi, con vigorose e libere intersezioni in un impianto musicale che già godeva di per sé di un suo indice di libertà; molti li considerano come dei tutori intelligenti della libera improvvisazione, quando alla fine dei sessanta in quel campo si cominciavano a preparare i veri miscugli. Carter e Bradford potevano essere considerati una forma altera a quella newyorchese o chicagoana (la prima straziata e drammatica, la seconda con un corpo classico), in cui particolare importanza veniva attribuita anche al contrappunto, elaborato per fornire una descrizione e un dialogo interattivo più interessante alla forma musicale.
L'interesse versato a favore di Carter e Bradford da parte di Vandermark e Wooley, è proprio concentrato su quest'aspetto della rielaborazione, è un puzzle rigenerativo che si muove sulle superbe capacità musicali di ognuno dei due e che fissa un processo creativo in cui Vandermark si presenta come uno stantuffo ritmico e Wooley come un dissacrante correttore di melodie; la differenza rispetto ai musicisti californiani è che oggi l'avanzamento in senso avant-garde di Vandermark e Wooley passa per lo stile e per l'interesse nutrito dai jazzisti per una recente causa dei suoni, quella delle immagini neurali alimentate da una specifica attività improvvisativa, zeppa di riferimenti a tecniche non convenzionali ma funzione anche di un substrato culturale delle intenzioni; è inevitabile che si condivida un'empatica riconoscenza verso una filosofica presa di posizione inneggiante ad una ripresa di coscienza dal lato dell'estetica, uno stato cognitivo che pervade la musica e che ci fa ritrovare in sintonia con personaggi noti, impegnati (nei settori artistici di appartenenza) a produrre quelle provocazioni utili per la riflessione e per il cambiamento in positivo dell'umanità (le dediche profuse in favore di Walter Benjamin, Edward Burtynsky, Rainer Werner Fassbinder, Muhammad Ali o Elfriede Jelinek lambiscono il lato politico della ponderazione). 
Sia Vandermark che Wooley affrontano un problema di tipo "ambientale": per un Vandermark che si è trovato a sparare fuoco in un'epoca (il decennio novanta) in cui probabilmente il jazz aveva cominciato ad assorbire la durezza e perciò, facendosene una ragione, si proiettava con più semplicità nelle grazie di una new music delle espressioni graffiate e spezzettate, dedicarsi ad un progetto solista che ricalcasse esperimenti sulla tenuta emotiva dei suoni in posti specifici e microfonati a campo di registrazione, ha un valenza alternativa a quella che Wooley ha messo in pratica dopo aver dovuto accettare l'avvenenza degli stadi non jazzistici della musica di fine novecento, spingendosi in soluzioni che nel loro complesso contemplavano quel salto in avanti da rincorrere attraverso tecniche estese, elettronica, rumore e concretismo . 
Tirandosi fuori dall'impaccio del riciclaggio delle idee profuse dopo un veemente periodo iniziale di improvvisazione coraggiosa, Vandermark ha rialzato la testa con un lavoro che si inquadra in uno speciale rapporto dialettico con le risonanze ricercate in spazi determinanti, un tema non nuovo ma sempre foriero di fascino e di sviluppi: in Site Specific (per la sua Audiographic R.) Ken propone una gamma speciale di sensazioni, montando musica e fotografia itinerante (un libro allegato di 167 scatti che documentano viaggi, segnalazioni urbane ed altre particolarità), attraverso il parco essenziale degli strumenti a fiato (clarinetto e clarinetto basso, sax tenore e baritono). Quattro ambienti di lavoro delineano le giornate dedicate alle improvvisazioni, svolte per la maggior parte piazzando microfoni a Louisville: nella caverna di Workhouse Ballroom, sul Phoenix Hill Train Trestle, allo Skate Park e nella cornice di un concerto presso l'abitazione di Kate Dumbleton a Chicago. Il sassofonista apre dei veri e propri soliloqui discorsivi con una propria dimensione, con lunghi approcci bagnati in una pletora di suoni non convenzionali e con tanti umori differenti che però restituiscono un magnifico senso di vitalità e di simbiosi con gli ambienti prescelti, e alla fine riescono persino a suscitare, nella loro globalità, un profondo senso melodico, impensabile in queste operazioni. I tributi qui vengono innalzati a Min Tanaka, Buster Keaton e Jay Adams.
Di Wooley, invece, mi piace sottolineare in questo 2016 due operazioni riguardanti quella parte progettuale che lo vede protagonista di forme aggiornate dell'improvvisazione e del jazz: la prima è Argonautica, una trasposizione estatica del programma epico degli Argonauti, i cinquanta eroi alla ricerca del vello d'oro (un potente ariete in grado di volare); Wooley adotta una formazione con piano, cornetta, fender rhodes, sezione ritmica su un recondito stile alla Bitches Brew, ma ne impone una riflessione rispetto a quest'ultimo: qui più che gli abissi creati da Davis ci sono eccellenti stati compulsivi e capacità letteraria descrittiva a iosa. Nella solita congruenza della misura temporale allargata (circa 43 minuti) e con l'aiuto di un fondo di effetti elettronici che serve per mischiare ancor più sagacemente gli scenari, Wooley e i bravissimi Cory Smythe, Jozef Dumoulin, Devin Gray, Rudy Roystov e Ron Miles impongono le proprie caratterizzazioni e allontanano il rischio di esorcizzare fantasmi o repliche.
La seconda operazione che vi segnalo è anche il 5° volume della saga dei Seven Storey Mountain, un progetto partito qualche anno fa per sperimentare forme di estasi musicale nell'improvvisazione, attraverso un metodo di creazione che si fonda sullo sviluppo di alcuni elementi essenziali (micro-composizione, utilizzo della forma allungata a mò di jam, largo spazio a tecniche estese ed elettronica subdola); in questo progetto con Wooley si sono avvicendati nel tempo musicisti come Paul Lytton, David Grubbs, C. Spencer Yeh, Chris Corsano ed altri, lasciando l'impressione che esso si arricchisca sempre più di contenuti con il suo dipanarsi temporale; il numero V vede il trombettista alla tromba amplificata assieme ad un ensemble nutrito di musicisti (tra cui  Ben Vida, Matt Moran, Colin Stetson ed il Tilt Brass Octet) e si fonda su una magnifica separazione umorale degli stadi improvvisativi: superando tutti gli altri prodotti già pubblicati (notevoli erano il III e il IV episodio), "V" è un vero e proprio viaggio alternativo dell'improvvisazione, di quelli che solo Nate riesce a produrre, che regala una finissima interposizione con l'ambient music e l'elettronica facilmente supportabile, ma assolutamente lontana da qualsiasi banalità espressiva. Anzi, restituendo alla musica il suo protagonismo.
Queste pubblicazioni, in edizione limitata e liberamente ascoltabili sulle pagine bandcamp degli autori, rappresentano alcune delle più interessanti e godibili operazioni di jazzfree improv degli ultimi anni. Non fatevele sfuggire.


Nessun commento:

Posta un commento