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martedì 27 settembre 2016

Sergey Kuryokhin: The spirit lives


Musicalmente e politicamente le vicende di Sergey Kuryokhin si inquadrano in quella cornice di distensione che accompagnò l'arrivo di Gorbaciov e del liberismo della perestroika: è un periodo che segna una nuova presenza dell'avanguardia russa, che si basa solo parzialmente su quella del primo novecento. Quello che si forma in quegli anni è un movimento che accoglie le decostruzioni e un certo modello bolscevico della musica, ma è anche un inclusivo ricorso a quanto parallelamente si sviluppava negli Stati Uniti: lì i suoni si erano induriti e forme di industrial music o stilemi di punk music, accompagnati dalla distorsione, rappresentavano già visuali avanzate del tipico rock americano; la tipologia statunitense costituiva un sottobosco musicale che fornì gli stessi pretesti di libertà alla scena underground che si sviluppava nelle principale sedi della gioventù russa. Kuryokhin, eclettico pianista in possesso di una tecnica vibrante tale da far invidia ad un solista classico (stessa forza nelle dita di un Jarrett), fu in grado di sviluppare un proprio stilema, riconoscibile, che seguiva tre direttive: l'aggancio ai modelli formativi del suo paese (dal classicismo russo alla Rachmaninov alle condensazioni dei futuristi), l'improvvisazione jazzistica del post-Taylor e quello che forse la sperimentazione al piano di Cage non si preoccupava di scorgere, ossia di provocare scintille nell'esplorazione, trovare forme alternative di emotività diretta nei suoni tramite vibrazione della tastiera e delle sue propaggini esterne, vivendo la materia con irruenza ed energia. Ancora oggi tutti i suoi albums per piano rivelano queste fenomenali caratteristiche, in cui si rintraccia questa incontenibile forza espansiva, che tiene dentro uno dei concetti più leggibili dell'improvvisazione totale: siparietti pianistici e fantasiose trovate negli interni dello strumento, bombe di clusters ed armonizzazioni jazz castrate sull'atonalità, pezzi di melodie popolari, di ragtime, di barrelhouse boogie o di blues degli anni venti. Kuryokhin fu uno dei motivi per cui Leo Feigin espatriò in Gran Bretagna nella speranza di poter mostrare a tutto il mondo il valore di quell'avanguardia e ne coltivò i suoi lavori. Il più grande progetto di Sergey, morto prematuramente a soli 42 anni, fu quello del Pop Mechanics, una rappresentazione musicale e scenica con elementi disparati, in cui il russo mise ironicamente alla berlina tutta la cultura russa, dichiarandola nient'altro che follia. A proposito della creatività Kurykhin diceva: "...Creativity is a spirit, a liberation from the burden of matter, and when the spirit leaves, what is left is a dead work of art, a museum exhibit, an object of worship. That's why I think that the real essence of art is to be found outside art, but is contained within the creative process. A real artist is always a nonconformist..."
Sul set più di cinquanta persone, pronte con le loro parti, delle più stravaganti possibili: una fanfara in stile russo, un band rock con suoni martellanti ed un sassofonista che più free non si può, attori che si presentano come pezzi simbolici di momenti storici dell'arte che frullano dappertutto, recitazione tra crash gutturali e poetica essenziale, divisa tra operistica drammaticamente insane ed avanguardia teatrale post-guerra; ma, in fin dei conti, soprattutto un evidente effetto dadaista che tiene l'ascoltatore avvinghiato alle evoluzioni del pezzo ed inevitabilmente riporta alle operazioni di Zappa. In definitiva, quasi un circo che incontrava un'orchestra sinfonica. 
Fu un momento molto sentito dalla società russa quello con cui ebbe a che fare Kuryokhin, che riconobbe in tanta stranezza un alto valore musicale e filosofico indiretto: la sua figura in Russia viene costantemente omaggiata (a differenza di un inspiegabile oblio del resto dell'Occidente) e, a ventidue anni dalla sua morte, artisti come Alexei Aigui, compositore e violinista di Mosca, continuano a rendergli tributo, lavorando sul senso delle operazioni simil-orchestrali che accompagnarono Pop-Mechanics. "Spirit lives" è composto da un cd con musiche di Kuryokhin e da un dvd in cui è replicato in forma visiva il concerto riportato nel cd; inoltre il dvd contiene una prima parte con musiche di Aigui. Il percorso seguito dal violinista russo è quello di ritrarre un lato parallelo ma non meno importante di Kuryokhin, ossia l'enfasi cinematografica e quella operistica: grazie ad un accordo con il Conservatorio di Mosca e alla partecipazione di un'orchestra in grande stile (la Ad Libitum Orchestra), Aigui affianca il suo ensemble di musicisti (l'Ensemble 4'33") in un concerto-celebrazione ventennale della scomparsa di Kuryokhin ed invita per l'occasione alcuni musicisti che condivisero la sua musica (tra questi Sergey Letov, Vyascheslav Guyvoronsky, Vladimir Volkov). Aigui ripercorre così molta parte di The Designer (Mystics, Game 2, Dart off, Donna Anna e Roof) aggiungendo brani sparsi in opere come Capriccio (The last play), Sparrow Oratorium (Sparrow fields forever), Just Opera (Last waltz), The rich's opera (Tragedy in the style of minimalism), Tragedy in rock style (Tragedy, rock style), Insert Culture (Tibetan tango); si tratta di amorevoli rifacimenti che mantengono intatte le partiture, lavorando sul cambio di qualche strumento rispetto all'originale, sull'allargamento della prospettiva orchestrale e naturalmente sulla dimensione live delle composizioni, offrendo un ricco menù di benemerenza e bellezza. Sembra che Aigui abbia anche cercato di sviscerare temi che si insinuavano sotto le voci degli attori delle pellicole, ma di questo non posso dar conto statistico (The scientific Session o The effect of macro aphasia sono pezzi che non sono riuscito a classificare).    
Lo stile delle composizioni di Aigui, deve ovviamente molto a Kuryokhin, poiché si impossessa di alcune strutture ritmiche e melodiche, sebbene poi l'ampio ensemble utilizzato (sezione archi con molti raddoppi, presenza di strumentazione rock con batteria e chitarra, nonché mini sezione di ottoni) viri verso i lidi della modern classical o di quello che potrebbe dedursi come un consunto minimalismo, raggiungendo il suo miglior obiettivo in Zimobor, dove la ripetizione, maggiormente definita nei suoi aspetti formali, viene quasi biologicamente innestata in una globale visione orchestrale, piena di forze rigeneratrici. In una notevole suggestione prodotta dalla musica, scorrono quindi 50 minuti di gradevolissima classicità con interposizioni moderne.



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