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martedì 6 settembre 2016

Ross Harris: Symphony n. 5/Violin Concerto




Ross Harris' fifth symphony is probably his masterpiece, a very different piece from the previous ones (almost a dramaturgy) and written as a tribute to the Hungarian poet Panni Palásti, a refugee from the war who currently lives in New Zealand.
Harris' symphony seeks to relocate the absurdities of life in a texture that sails in a sort of memory of pain: beautiful adagios, well built scherzos and the innocent song of Sally-Anne Russell are the elements that provoke a turbid vision of reality: we remain in a state of lack of emotional direction, a circumstance that you can also feel in his Violin Concerto, in a very good perfomance of Ilya Gringolts and the Auckland Philharmonia Orchestra.


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Quando si passa in rassegna la storia musicale della Nuova Zelanda non si può fare a meno di ricordare la figura seminale del compositore Douglas Lilburn: la sua figura è stata determinante non solo nelle forme riconosciute del mondo della classica, ma anche in quei vicoli apparentemente ciechi delle sindromi dell'elettronica e della musica concreta. Da Lilburn è partita la composizione moderna in Nuova Zelanda, una composizione che aveva dentro di sé molte delle caratteristiche somatiche della scrittura classica inglese; Lilburn gettò i semi, ma tra i suoi allievi c'è n'è stato uno che ha portato avanti con dedizione e gusto la sua ricerca su nastri e sui suoni acusmatici, in un momento in cui l'interesse sulla musica elettroacustica in Europa e nel resto del Mondo si manteneva ancora forte; a Ross Harris si può certo attribuire un posto di spicco nello sviluppo di un intrinseca forza dei suoni campionati, lavorati su strutture al limite della prestanza rock e nel mimetico rapporto vissute dalle tecniche di live electronics (ritardi, campionamenti, etc.). Di questa apprezzatissima fase, che qui non posso approfondire, esistono delle cassette ormai introvabili (nell'esperienza dei Free Radicals) e una registrazione monografica che si può trovare invece in un cd per una defunta etichetta australiana (il lavoro è Inner World), in un'altrettanta defunta collana di musica elettroacustica neozelandese.
Per Harris si può dunque tracciare un'evoluzione stilistica che comprende una formazione composita che, negli ultimi anni, sta portando i suoi migliori risultati anche nel settore tradizionale della composizione; con la 4° sinfonia (scritta nel 2011), Harris ha cominciato ad adombrare il tenore tonale delle sue composizioni, pretendendo dalla sua scrittura una più ampia condivisione di elementi: utilizzo della serialità, costruzioni sonore incanalate nei meandri degli umori dei compositori di Manchester, tessiture mutuate dall'esperienza elettronica, sintesi popolari e paesaggistiche; riguardo all'iniezione della componente etnografica nella composizione Harris ha sempre avuto un'idea discutibile, vissuta su alcuni retaggi della classica: non esiste un confine stabilito tra la cultura, le usanze e i canti popolari trasfusi nella partitura e gli elementi naturali, paesaggistici del paese di provenienza. Se per le conoscenze popolari le occasioni non si sono fatte aspettare, per quelle naturalistiche Harris sembra aver attinto alle idee similari dei sinfonisti nordici: in tal senso la Nuova Zelanda offriva diversi appigli geografici a cui aggrapparsi, principalmente pensando alle sue coste (la quarta sinfonia metteva comunque d'accordo tutti mimando la poesia di Mahinarangi Tocker, gli alberi di kanuka e la rappresentazione indigena con la scrittura occidentale).
La pubblicazione della quinta sinfonia, per livello e scopi raggiunti, potrebbe rappresentare facilmente il suo capolavoro; un pezzo decisamente diverso da quanto fatto finora, che insinua una drammaturgia essendo stato scritto per omaggiare la poetessa ungherese Panni Palasti, rifugiata di guerra che oggi vive proprio in Nuova Zelanda: la Palasti ha scritto dei versi incredibilmente potenti sul suo passato di bambina alle prese con una situazione tragica, in cui la figura paterna assume un ruolo predominante:

I have to run
on the double
to warn him to hide
climb out the window
before the soldiers arrive....

....he taught me how
to stay alive
how to lie
to hide
to smile
and above all
to wait until
the devilʼs fall

da Lesson learned from my father.

La sinfonia di Harris cerca di trasferire le assurdità della vita in una tessitura che naviga in una sorta di resipiscenza del dolore: si comincia con gli strumenti a fiato che si impegnano in un Adagio che assume le sembianze dello stupore e sembra avvicinare certi equivalenti incantati di Ravel, ma ben presto l'umore degli archi trasborda in un clima più fosco, in cui i continui scambi tra linee melodiche tonali e piccoli spunti di serialità si incrociano. La composizione a questo punto vive essenzialmente del contributo del mezzo soprano Sally-Anne Russell, che fa della semplicità espressiva il suo punto di forza e dei due scherzi, figure scelte da Harris per proiettare l'ascolto nei territori del pieno movimento, sia musicale che immaginativo di situazioni. In sostanza un lied oscuro ed innocente che si incrocia con le frequenze orchestrali di Stravinsky. Il finale è un ritorno alla presa di coscienza dove l'adagio conclusivo ristabilisce il contatto con i resti della realtà e lascia l'ascoltatore in uno stato di mancanza di direzionalità emotiva. 
La frizione psicologica si avverte anche nel concerto per violino, composizione affidata al violinista Ilya Gringolts, un'estenuante e rapsodica partitura tra Bach e Schoenberg, che vive di luce propria nel mezzo di un'impianto orchestrale impegnato a fornire continui cambiamenti di prospettiva della tonalità. Non è scontato rimarcare come in entrambi i casi la Auckland Philarmonia Orchestra (diretta da Garry Walker e Eckehard Stier) faccia un figurone.



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