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mercoledì 21 settembre 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: un sistema di corde con varie propensioni

"....La vita è perpetua improvvisazione. Questa proposta un poco provocatrice nel confronto della razionalità comune, viene a dire che l'improvvisazione -o più precisamente la capacità d'improvvisare un discorso, un racconto, una fantasia musicale, ma anche gesti nuovi, movimenti inventivi, attitudini corporali inedite, inflessioni inaspettate della voce nell'espressione dei sentimenti e delle emozioni- è la vita stessa....." (Michel Imberty, Sguardi dello psicologo sull'improvvisazione ed i suoi contesti nella musica del XX secolo).
In questa puntata cerchiamo di trovare queste capacità in alcuni lavori effettuati sulla famiglia degli strumenti a corda: violini, chitarre, banjo, bassi elettrici e contrabbassi. 

Ho già sottolineato in passato come in Italia certi strumenti nel jazz siano stati sottovalutati: fanno parte di questa minimizzazione anche i violini, viole e violoncelli. Quanto al violino uno dei pochi musicisti che nel nostro paese sta cercando sommessamente di contrastare un predominio teorico, quello che i musicisti americani e di buona parte del resto d'Europa hanno esercitato negli sviluppi dello strumento, è Emanuele Parrini. Tratto da un'esibizione live effettuato al Posto segreto a Firenze nell'aprile del 2014, "The blessed prince" lo vede in compagnia di Giovanni Maier al contrabbasso, Dimitri Grechi Espinoza al sax alto e Andrea Melani alla batteria, in un quartetto che sposta la consueta veste stilistica presentata dal toscano, modellata con operazioni su corde in modalità free style (quelle con Botti e Maier di regola) verso gli impianti corredati da più tipici elementi jazz (il valore della compagnia delle linee melodiche di un sax e delle sincopi ritmiche). Naturalmente senza cambiare gli esiti dei risultati. In The blessed prince si apprezzano un paio di episodi introduttivi di Maier: una reinterpretazione di Disk Dosk dal suo best The talking bass e Transizioni morbide, un pezzo che si può trovare sia nel terzetto di Hic et Nunc (composto da Maier, Parrini e Botti), sia in La Mala afinàcion (sempre i tre più Maiore); due scosse in cui apprezzare gli innesti delle corde nella transizione ritmica del Mingus più blues. Tale propedeuticità serve per poi entrare con più forza nell'improvvisazione della title track, tre parti che evidenziano la specificità della ricerca di Parrini, che nel linguaggio incrociato gioca un ruolo binario, diventando gregario essenziale negli impasti sonori e protagonista assoluto quando deve svolgere le strutture melodiche e timbriche. Questo bel live, che assegna una parte non secondaria soprattutto alla bravura di Maier, dimostra che Parrini ha una chiara idea su come legare le sorgenti del suono del violino e la trance contemporanea.

Si può certamente concordare con le affermazioni del chitarrista Paolo Sorge allorché enfatizza l'empatia degli attori dell'improvvisazione, l'importanza dell'ambiente circostante e l'utilità relativa di una registrazione: sono elementi che sembrano avere un riscontro in questo nuovo cd effettuato in trio con Gabriele Evangelista al contrabbasso e Francesco Cusa alla batteria. "Triplain" (pubblicato per Improvvisatore Involontario) è uno spartano esercizio di merito, in cui il jazz viene definitivamente superato dalla scossa creativa. Sorge lavora sulla generazione istantanea di un flusso, un vortice eterogeneo che si trasmette direttamente dal pensiero alle mani; accanto alla libertà di gestire i segnali neurali non c'è solo la volontà di ricostruire il fardello di una comunicazione alternativa, ma di indicare immagini, ricorrendo parzialmente alle leve sghembe che da più parti vengono invocate come possibili punti di sviluppo (la Halvorson è uno di questi). Sorge è ben conscio di lavorare con due musicisti che sono al suo pari e si riesce a percepire chiaro il forte desiderio di ristabilire sugli strumenti una voce indotta, puntando su bravura e stile.
Triplain si rivela quindi come un posto essenziale, in cui scorgere piccole confluenze, sentieri riflessivi o sbilenchi che rimettono in moto un circolo meccanico delle possibilità: Ciclosfera è emblematica al riguardo, una libera improvvisazione in cui i presunti ostacoli uditivi fanno un figurone e si impongono, come conferme, quei valori di merito assegnati a Evangelista e Cusa, che virano verso approcci che vanno oltre la fusione: talking bass e cambi ritmici in esalazione sottolineano un'esperienza che, negli anfratti di una presunta stranezza, presenta molti aspetti del godimento.

Su queste pagine ho menzionato il nome di Alessia Obino a proposito del progetto Naked Musicians di Cusa. La padovana ha già però iniziato da qualche tempo un proprio percorso a cui purtroppo non ho avuto il tempo di porre attenzione. La pubblicazione di Deep Changes dei Cordas, ossia la denominazione di un quartetto in cui la cantante è accompagnata da Enrico Terragnoli al banjo, Dimitri Sillato al violino e Giancarlo Bianchetti alla chitarra, mi dà questa occasione e insinua una sorpresa oltremisura. Deep Changes è costruito su una personale rielaborazione di alcuni standards del jazz e del blues, soprattutto quello degli albori: ci si conficca nelle opere musicali di Kurt Weill carpendone gli aspetti somatici più vicini al jazz, oppure nella vena del crooner Rudy Vallée pioniere sulle composizioni di Charles Henderson, quando poi si introduce nella celata intensità di Hoagy Carmichael o nelle profondità di Skip James. Ma il trasposto è del tutto innovativo, poiché ad un certo punto la Obino lascia quello che non le appartiene e apre una relazione con elementi propri.
La scelta di essere accompagnata da tre strumentisti a corde è vincente: il rock e il jazz in America vissero una ventina di anni fa uno splendido revival che santificò l'espressione americana tradizionale, con artisti dediti ad un'eccitante esplorazione del patrimonio musicale statunitense, un movimento che però si spense pian piano. E' su questo versante che inizia invece l'esperienza della Obino, con i tre "cordisti" che segnano il passo tra riproposizione armonica e strane diavolerie ottenute con effetti amplificativi: è così che canzoni come Deep Henderson o Deep Night acquistano una nuova dimensione, un rustico orientamento che si scontra con la bellissima voce suadente della cantante. Poi succede qualcos'altro: in Sue's changes l'ambiente quasi popolare viene sostituito ad un certo punto da un surreale e strana esplorazione musicale, con la Obino che alza il tiro: davanti ad un capitombolo stilistico dei cordisti, la Obino lavora sullo stupore di un meraviglioso e disperato urlo, ma questa immersione in territori apparentemente contrastanti continua negli intrecci psichedelici che accompagnano Hong Kong blues o nel rifacimento di Hard times killing floor blues, in cui Reda Zine (un cantante e musicista marocchino) e alcune percussioni, trasformano l'ambientazione in un passionale brano world, dove la Obino ha peraltro modo di esprimere il suo potenziale al massimo, con caratterizzazioni vocali al vetriolo; anche Nightime passa con interesse attraverso il tradizionalismo, un violino aulico ed un canto che rimanda alle stagioni folk di Simon.

Un'esplicita dichiarazione: manca il sound degli Azimuth, quella meravigliosa combinazione tra la vocalità in cerca di animosità di Norma Winstone e il piano poetico di John Taylor. Il chitarrista Riccardo Chiaron è uno dei pochi che può riportarci in quegli spazi: prima che Taylor morisse, Chiaron riuscì a registrare una session con il famoso pianista inglese, in compagnia della cantante Diana Torto, di Julian Siegel al sax tenore, e di Alessandro Turchet e Luca Colussi come ordinaria e sperimentata sezione ritmica. Naturalmente Waves (questo il titolo del lavoro) ha le sue specificità, nonostante la presenza di Taylor: la Torto è in possesso di dinamiche vocali differenti dalla Winstone ma non meno importanti, ed in tal senso usa benissimo lo scat e la congiunzione con la lingua napoletana: si evidenzia comunque la scrittura di Chiaron, con il suo fraseggio pulito, sciolto nelle articolazioni melodiche e perfettamente integrato in quella formula musicale che ha tutti i mezzi per creare un delicato ed onirico delirio, un'eredità frutto anche di una investigazione sull'eleganza prospettica del chitarrismo del jazz moderno.

Di Oren Ambarchi conosciamo i suoi approcci strumentali: il musicista australiano ha creato attorno a lui un interesse specifico per l'innovazione che proietta nella stessa orbita musicisti di varie nazionalità con estrazioni sperimentali. Tra gli italiani personaggi come Stefano Pilia e Massimo Pupillo non mancano di esercitare la propria attrazione in quel languido confine che separa le tematiche del post-rock con l'improvvisazione. In un'ennesima edizione in vinile a tiratura limitata per la Karlrecords, un interessante etichetta di Berlino (con un catalogo succinto ma già in grado di suscitare attrazione), esce Aithein, che vede i due italiani con Ambarchi esibirsi al Freakout Club di Bologna, nell'aprile del 2015; dell'improvvisazione bagnata in acque ruvide ognuno può avere il suo punto di vista, ma certo non si può ignorare il fatto che essa possa lasciar tracce dalla prospettiva alternativa emersa a fine secolo scorso: i più preparati musicisti rock hanno effettuato esperienze musicali trasversali nel genere, in cui l'improvvisazione gioca un suo ruolo essenziale.
Aithein presenta due lunghi brani, da intendere come preludio e sviluppo, imparentati con il suono sostenuto, la ritmica controtempo e la distorsione e consentono di apprezzare il bel lavoro che Pilia e Pupillo sostengono da anni rispettivamente alla chitarra e al basso elettrico, in una situazione "lirica" ideale, che permette di ascoltare un lato ripulito dagli eccessi dell'impeto, contenuto nel gesto artistico.

Il protagonista del nuovo solo di Luca Pissavini è un contrabbasso elettrico a cinque corde Alter Ego, modificato in uscita da un paio di interfacce elettroniche (le tech 21 bass compactor e sansamp bass driver deluxe). Questo stilizzato strumento musicale, che sta un pò nel mezzo tra basso elettrico e contrabbasso, è oggetto di un'indagine sonora che si rivela essere episodio ancor più sperimentale di Metastanze, il primo solista. In questo More than this è visibile l'accanito interesse che Luca porge alla scoperta di nuovi suoni, frutto di una pratica costante di tentativi. Pissavini smista l'improvvisazione libera in un'area consunta da laboratorio, nella quale si intravede una situazione complessa, conseguenza dei rischi dell'esplorazione, in cui alcuni suoni sono già pronti per superare la barriera psicologica dell'ascolto mentre su altri sarebbe opportuno applicare qualche soluzione diversa per creare più attrattiva. Colpisce in positivo la costruzione metodologica del lavoro, che si sviluppa secondo le odierne tendenze della musica contemporanea: la congestione della title track si produce in un ambiente che coniuga la potenza all'architettura in fasi, FG(PARLANTE) e (GIRO)D'ARCO vedono Pissavini usare un archetto per tingere impressioni nella cameralità degli insiemi, TABLARASA arriva all'adozione implicita di un sistema percussivo di esecuzione, DOLCE(METAL) porta le distorsioni fino a spingersi alle saturazioni di suono, FINDING è cibernetico, laddove un ritardo di suono elettronicamente trovato, sembra sommessamente intercettare un tema dei Battles di Mirrored.



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