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venerdì 2 settembre 2016

Ma il 3 è ancora il numero perfetto?

Nell'autobiografia di Charles Mingus del 1971 (Beneath the Underdog), Nel King apre i riflettori sulla figura del Dr. Wallach, psicoterapista a cui il contrabbassista americano depose il concetto di "I am three": tre personalità unite e distinte che lo possiedono. Una è passiva, guarda le vicissitudini delle altre due prima di poter esprimere un giudizio; un'altra è aggressiva, attacca per evitare di essere attaccato; la terza impersonifica la bontà, è la spugna delle situazioni difficili, quella che prende insulti o lavora per poco salario o nulla e non è capace di ribellarsi. Krin Gabbard, professore alla Columbia University, ha pubblicato qualche mese fa una biografia interpretativa sul contrabbassista americano dal titolo Better git it in your soul, nella quale tenta di spiegare il concetto di triplicità di Mingus, attraverso i saggi di Du Bois, che usava gli sdoppiamenti di personalità per descrivere lo stato interiore degli afro-americani: era una dualità della personalità favorita dal guardarsi con gli occhi degli altri, che permetteva di provare quelle sensazioni che albergano nelle fantasie mentali altrui, fatte di disprezzo e pietà: "...One ever feels his twoness,—an American, a Negro; two souls, two thoughts, two unreconciled strivings; two warring ideals in one dark body, whose dogged strength alone keeps it from being torn asunder...". In un momento in cui si invoca ancora un problema razziale, la triade psicologica di Mingus è il generatore musicale che dà esistenza al trio formato da Silke Eberhard al sax, Nikolaus Neuser alla tromba e Christian Marlen alla batteria: il loro "I am three" può considerarsi alla stregua di un best di Mingus dalla natura atomizzata, perché ove manca l'orchestra o gli strumenti utilizzati sono diversi, i tre musicisti sostituiscono la loro empatia e la loro forza. Qui le transizioni della personalità vivono una dimensione live, ricostruzione di un'arte povera. E' come bere un bicchiere di vino di cui si conoscono ampiamente le caratteristiche e ci si sta bene. In più, qualche effetto di elettronica, che per pochi secondi riporta in misura reale la macchina del tempo all'indietro, è la principale novità da metabolizzare oltre agli slanci improvvisativi. Mi chiedo solo se tutto questo è sufficiente per proteggere la modernità dell'icona jazzistica.

Il batterista Jim Bashford è invece un cultore della teoria Wing Chung, una tecnica usata nelle arti marziali che basa la sua significatività sul concetto di "linea centrale": sembra che esistano almeno tre principi fondamentali o livelli progressivi di utilizzo nel combattimento, che dividono il corpo umano in assi. Inglese classe 1977, Bashford ha imbastito un quartetto denominato Construction (Robin Finker al sax tenore, Hilmar Jensson alla chitarra elettrica e Tim Harries al basso) per valorizzare la teoria cinese tramite la musica. "Centreline Theory" però non deve farvi cadere in errore, perché qui non ci sono ascolti samurai o fraseggi da karate; la cooptazione avviene tramite un indirizzo musicale che ne utilizza solo la forza espressiva (che sembra interessare Bashford anche come principio vitale). I mezzi di lavoro appartengono al jazz ed in particolare ad una linea stilistica convulsa da appiccicare singolarmente ai partecipanti, un riconoscimento tra attori recenti del jazz, che scorre tra Kurt Rosenwinkel, Dave Holland, David Binney e Jeff Williams; Saam Pai Fut (Three times praying to Buddha) è sintomatica al riguardo perché li mette tutti assieme (ma anche la title track è estremamente valida da questo punto di vista). Questi pezzi sono anche trampolini di lancio per una più ampia veduta musicale che vada oltre le solite angolazioni di insieme, tutte nobili ma stampigliate in una più o meno attrattiva improvvisativa, qualcosa che possa permettere l'acquisizione di ulteriori sonorità, un pò più sperimentali e un pò regolate dalle tecniche non convenzionali (succede in Syueng Don Teen e Helm). 

Un ennesimo, idealistico "tre" da sviscerare è quello del rinnovato trio di Simon Nabatov di Picking Orders. Simon a New York, con il trio impostato a piano-basso-batteria fece molta fortuna (Rainey-Helias), distillando musica eccellente. Come spesso è successo nella musica del pianista russo, c'è sempre da cavare un intento letterario o filosofico: nelle note interne Nabatov rivela al suo intervistatore come il titolo del cd non sia casuale e l'intero lavoro segua il suo interesse per il materialismo dialettico che fu oggetto di una triade evolutiva, un legame che si genera nell'idealismo tedesco di inizio ottocento (Hegel, Engels e la variante economica di Marx), affronta il Leninismo russo ed arriva ad influenzare i recenti rappresentanti del partito comunista cinese. Il concetto di base è la contrapposizione nei meccanismi delle idee generatrici, che agisce come una potente arma di sviluppo delle civiltà e delle classi sociali. Nabatov si impegna nel donare lustro a queste incredibili forze congenite, lavorando su un impianto di improvvisazione totale: l'intera gamma delle azioni, passibili di esprimere un evento o un sentimento, passa sotto le mani del pianista russo e del trio, mostrando l'incredibile equilibrio tattile dei musicisti e soprattutto di Nabatov; qui c'è la convergenza ordinata di jazz, atonalità, libera espressione, modalità, inserti da virtuosità classica, combinazioni con ritmiche al limite rock e con clusters, estemporanee formazioni melodiche latine e accenni blues. Simon si proclama particolarmente attratto dall'attuale scena improvvisativa di Colonia (la sua residenza), che mai come in questo momento sta producendo uno sforzo educativo ed organizzativo per sviluppare i suoi talenti; Stefan Schonegg (contrabbasso) e Dominik Mahnig (batteria), i compartecipi dell'impresa Picking Orders, sono i prescelti di questa vitalità conclamata e vi consiglio di metterli sotto osservazione per il futuro, perché suonano davvero bene.
Picking Orders è un lavoro splendido, basterebbero solo i 19 minuti di Fill in the blanks per mettersi già in pace l'anima; le delizie che colpiscono le orecchie incorniciano uno dei migliori lavori di Nabatov, che invecchiando sembra aumentare il proprio carico di creatività, una situazione imprevista che nemmeno gli esperti riescono ad inquadrare: mi rincresce sottolineare che la giovane critica jazz internazionale è sorda di fronte a quegli artisti (oggi quasi introvabili) come Nabatov, che sono capaci di coniugare statura artistica e progetti senza scadere nel mestiere. Simon dovrebbe vincere ogni anno i referendum dei migliori pianisti internazionali dell'improvvisazione, poiché è sincero, curioso e terribilmente in forma, ma questo non succede. Picking Orders raccoglie concetti strettamente legati a gesti musicali ed esprime un pensiero cumulativo sulle musiche utili per quel mutamento rivoluzionario del mondo di Marx.


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