Translate

giovedì 1 settembre 2016

L'elettronica umanizzata e i "vuoti" di C.S. Mahnkopf

Il libretto plurilingue che accompagna le world premiéres di "Void" recita: "...Two central themes of my artistic work are the fate of Judaism and the disasters of the 20th century...". In verità, qui Void sta per tre composizioni di Claus-Steffen Mahnkopf, di cui 2 pensate per la grande orchestra (le registrazioni sono affidate alla Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks condotta da Roland Kluttig e alla Radio-Sinfonieorchester Stuttgart des SWR condotta da Ruper Huber) e la terza pensata per nastro ad 8 tracce in uscita, realizzata nei famosi Experimentalstudio des SWR di Friburgo. Il tutto si inquadra in una cornice di interesse culturale verso le costruzioni di Daniel Libeskind, lo sterminio fascista, l'11 settembre e la crisi del modello ebraico: sono temi che Mahnkopf ha affrontato sia per interesse diretto (essendo sua moglie ebrea) sia per interesse compositivo (la rappresentazione degli eventi, paragonata al "vuoto" fisico e ideologico, è stato oggetto di una commissione di un ciclo di dieci composizioni che coinvolgono anche la vocalità e le percussioni in solo). In tutti i casi il problema di Mahnkopf è quello di fornire una veste musicale al "vuoto": diversa la soluzione per i casi orchestrali e quello che coinvolge l'elettronica, ma entrambe coordinate verso una ricerca di umanesimo, visto sotto il profilo dell'estetica da ritrovare. Quanto ai vuoti orchestrali, Mahnkopf si dirige su turbe senza contesto, figlie della mancanza assoluta di centro gravitazionale: la scrittura è di attesa perenne, a tratti sepolcrale, con gli archi che disegnano linee volutamente incolore alternate a vibrazioni e dinamiche brevi ed esplosive in grado di darvi una sensazione simile a quella che si prova nel risalire dal vuoto di una giostra (i dieci minuti di Kol Ischa Asirit sono nettamente più subliminali di Humanized Void)
Void - Mal d'Archive, composizione per nastro diffusa con 8 altoparlanti, mostra che l'insegnamento italiano è tuttora attuale e vivo: Mahnkopf ha voluto lavorare sull'emotività dei suoni, elaborandoli dopo la visita al Jewish Museum di Berlino ed in particolare in quell'angusto androne che ospita l'installazione di Menashe Kadishman (Fallen Leaves), dove il calpestio viene fatto su migliaia di riproduzioni metalliche di facce commemorative. Ha rilevato quei suoni ambientali e poi li ha portati a Friburgo per una loro spazializzazione, qualcosa che emotivamente solleva il ricordo di Luigi Nono quando compose Ricorda cosa ti hanno fatto in Auschwitz, un pezzo magnifico per voce e nastro magnetico del 1965; la storia insegna che quel pezzo di Nono fu elaborato presso il centro di Fonologia di Milano, in quella fase di scoperta delle virtù dell'elettronica da nastro che privilegiava equamente procedimenti e risultati; Nono veniva fuori dalle esperienze di Omaggio a Vedova (1960) e La Fabbrica illuminata (1964), e stava compiendo una splendida ricerca diretta verso l'utilizzo degli spettri sonici delle voci e dei cori, non certamente onomatopeica quanto quella profusa da Berio. Le sua parole fissarono un principio destinato a durare "....secondo me, è necessario continuare a ricordare i crimini dei campi di concentramento del passato, ma anche quelli del presente. Ricordarli con la speranza, la volontà e la responsabilità di vederli scomparire. Un utopia?.....Non è una musica facile, è una musica dolorosa. L'unico consiglio che mi sento di dare prima di immergervi nell'ascolto: spegnete la luce, massimo silenzio, chiudete gli occhi....."
Il riferimento a Nono è del tutto emotivo, poiché lo stesso compositore ebbe nel centro di Friburgo l'occasione per intraprendere una seconda età dell'elettronica, imperniata sulla specialità del centro tedesco: il live electronics entrò con cognizione con Quando stanno morendo. Diario polacco n. 2 (1982), iniziale percorso pedagogico che nel seguito porterà alle realizzazioni di Guai ai gelidi mostri (1983) e alla Lontananza nostalgica utopica futura (1988). Friburgo era certamente centro più rigido nei processi compositivi, filiazione del Mantra di Stockhausen, una composizione totalmente invischiata nella trasformazione in tempo reale dei suoni di due pianoforti corredati di strumentazione elettroacustica (modulatori ad anello, potenziometri, etc.) o al massimo di Mikrophonie I, opera incentrata sui tam tam adeguatamente colpiti e microfonati con un collegamento ad una postazione di controllo deputata al filtraggio e potenziamento dei suoni; si era comunque in presenza di dinamiche completamente differenti da quelle volute da Nono: il suo scopo non era quello di mostrare respirazioni artificiali dell'attività strumentale indotta dalla manipolazione elettronica, quanto quello di levigare e donare profondità ad un suono onirico, terribilmente apprensivo.
Il riferimento di Mahnkopf a Derrida è appropriato, in quanto il filosofo francese si interrogò profondamente sull'utilità di spendere una parola su un fenomeno (quello dell'olocausto) in cui "...what can the philosopher say about....the remains of a body, a pile of cinders....? What can the philosopher find to say, as a philosopher, to the survivors of the death camps? ......".
Musicalmente l'effetto sulle derive psicologiche dell'olocausto è ancora più riuscito dei vuoti orchestrali, poiché in Void - Mal d'Archive i suoni metallici vengono esasperati e contengono nuova linfa emotiva, accompagnati da ricerche sonore nichilistiche che sviluppano in 22 minuti una perfetta apologia degli eventi: gli spari vengono organizzati in modo da scuotere l'ascoltatore, esaltati nelle dinamiche e distribuiti nel tempo (come nelle more di un plotone di esecuzione) e la spazialità ricavata, pazientemente cercata, mette a dura prova le nostre difese immunitarie.



Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.