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sabato 3 settembre 2016

Dominic Duval


Qualcuno si sarà interrogato su cosa rappresentasse il contrabbassista Dominic Duval nel panorama internazionale dell'improvvisazione, pensando ad un musicista minore e degno compagno di formule altrui. Niente di più errato. La scomparsa di Dominic (che al solito non è stata amplificata più di un centimetro dalla stampa specifica) lascia il mondo musicale senza uno dei più tenaci e preparati pensatori dello strumento e delle sue possibilità. Di Duval si può rintracciare una direzione comune, qualcosa che appartiene alle pastoie moderne della musica classica rinvenibili dall'ottica di un improvvisatore. C'è una bella e lunga intervista su All about jazz di Maxim Micheliov, effettuata nel 2010, in cui Duval rendeva visibili le sue prospettive di musicista jazz e faceva intuire qualità che oggi vanno accettate per procurargli un posto di precursore su alcuni argomenti: l'idea di Duval era quella di sperimentare nuove forme creative del contrabbasso, sia esso preso singolarmente che in connubio, tentando di stabilire un nuovo ordine melodico ed armonico degli strumenti a corda. Duval attingeva in materia dalle posizioni di Peter Kowald, ma da egli se ne distanziava per altri motivi: la padronanza dello strumento veniva abbinata ad una ricerca di forme classiche o da camera dell'improvvisazione, allo scopo di intercettare incredibili rappresentazioni emotive del contrabbasso.
Uno dei suoi più fertili incontri è stato quello con Cecil Taylor, che lo stimava immensamente, a cui Duval non diede solo supporto ritmico: con Taylor ebbe l'occasione di entrare in quel guazzabuglio che erano i rapporti tra composizione ed improvvisazione nei novanta. Duval si sentì in dovere di sviluppare un'esperienza da compositore di string quartets negli anni in cui il jazz newyorchese stava testando nuove configurazioni da chamber music e i musicisti (ognuno con il proprio stile) cercavano di diversificare e spostare in avanti gli orizzonti del jazz e dell'improvvisazione: artisti come John Zorn o Dave Douglas (tanto per citare quelli con una propensione più da avanguardia) proponevano i loro celebrali quartetti d'archi nel più assoluto riserbo e scetticismo del pubblico degli appassionati. I quartetti di Duval erano veramente interessanti e il C.T. String Quartet (dove C.T. è l'omaggio al grande pianista americano) inanellò alcuni dischi di elevato spessore artistico, lavorando sugli incroci tra un avanzatissimo free jazz e le civiltà fastidiose della composizione classica; in casa Leo Records si partirono le registrazioni eccellenti di Navigator Under the Pyramid, si stimolò il coinvolgimento di Ivo Perelman in Alexander Suite e poi, molti anni dopo, anche quello di Joe McPhee. I due sassofonisti citati sono stati tra quelli che più hanno avuto vicinanza teorica e pratica a Duval (altri furono Glenn Spearman e Jimmy Halperin) e condivisero il pensiero più lungimirante del contrabbassista; con Perelman, Duval oscillò tra il parossismo sonoro di un quadro di Pollock e una sonata mal riuscita di Beethoven, mentre nelle veloci scalate di McPhee (con il trio X) Duval fu sempre pronto ad offrire un supporto stilistico in bilico tra l'esaltazione di Kowald e un'archetto classico abrasivo ed atonale. Ad un certo punto Duval si rese conto di avere in mano una formula potente di improvvisazione e cercò anche di sviluppare un'ulteriore integrazione tra string trio e reparto di ottoni, lavorando magnificamente sugli standard jazzistici in American Scrapbook.
Non era facile il compito di Dominic: doveva cogliere sulle corde quella gamma sentimentale che la maggior parte della gente rifiutava nell'ascolto; quella che materializzava musicalmente la confusione, l'asprezza e l'eccesso di intellettualismo, ma che apriva anche a mondi sonori inaspettati ed immacolati; assieme ai suoi collaboratori Dominic è stato in grado di donare a quella gamma dei climax armonici fantastici (andatevi oggi a risentire le prodezze intriganti di Navigator) e, come rivelato nel suo pensiero, persino una via melodica.

Discografia consigliata:

con il C.T. String Quartet (con Jason Hwang al violino, Tomas Ulrich al cello e Ron Lawrence alla viola):
-The navigator, Leo '98
-Alexander Suite (attribuito a Ivo Perelman), Leo '98
-Under the pyramid, Leo 2000

con il Duval String & Brass Ensemble (con Hwang, Ulrich, McPhee, Varner e Swell):
-American Scrapbook, CIMP 2002

con Cecil Taylor:
-Qu'a Yuba, Cadence Jazz 2000

con il trio di Ivo Perelman (con Rosen alla batteria):
-Seeds, vision and counterpoint, Leo '98
-Suite for Helen (double trio con Rosen, Heminghway, Dresser), Boxholder 2003
-Soul Calling (duo), Cadence 2006

con il Trio X di John McPhee (sempre con Rosen alla batteria):
-The watermelon suite, CIMP '99
-Moods playing with the elements, CIMP 2005

con Glenn Spearman:
-Working with the elements, CIMP 1999

solo:
-Nightbird inventions, Cadence '97



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