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venerdì 9 settembre 2016

Cerniere essenziali del barocco italiano: Giovanni Legrenzi e le sonate dell'Ensemble Clematis

In una tripartizione dell'era musicale barocca contraria a Bukofzer si suole distinguere convenzionalmente un barocco iniziale (circa cinquanta anni dal 1620 al 1670 circa), un barocco maturo (dal 1670 al 1705 circa) e un barocco avanzato (fino al 1740 circa). Tutti e tre sono periodi perfettamente consequenziali dal punto di vista della crescita delle invenzioni e delle opportunità offerte dagli strumenti musicali. L'Italia viveva ancora una situazione artistica di ampio respiro, come centro mondiale dell'evoluzione musicale, grazie alle sue scuole, ai suoi artigiani e alle sue partiture a stampa. Nel barocco iniziale è oramai accettata erga omnes la tesi che vuole i nostri musicisti e compositori sorgenti della creatività musicale del periodo, con una visuale geografica diversificata (Venezia è il fiore all'occhiello, così come tutto il lombardo-veneto, ma importantissime sono le città emiliane di Bologna e Modena assieme a Roma e Napoli) e l'impegno di esplorare ulteriormente melodie ed armonie dove di fronte ai violini, essenziali protagonisti dell'epoca, si pongano nuove relazioni contro violoni, clavicembali, organi, fagotti, tiorbe ed arpe, (con clavicembali, violoni o fagotti inizialmente castrati nella funzione di basso continuo). Si impone la forma della sonata, con una distinzione tra quelle di chiesa e quelle da camera, dove per quest'ultime si ricorre spesso ad arricchimenti sonori determinati dall'inserimento tematico delle danze rinascimentali (allemanda, corrente, sarabanda, etc.). 
Per ciò che concerne il barocco maturo una figura che viene sempre più rivalutata è quella di Giovanni Legrenzi, compositore originario di Clusone, con diversi incarichi di organista e maestro di cappella presso varie sedi e che raggiunse la città di Venezia a fine carriera. Legrenzi, nonostante abbia composto notevoli partiture drammaturgiche ed alcuni bellissimi oratori, viene ricordato soprattutto per lo sviluppo della sonata italiana in quanto cerniera tra le opere di Marini e quelle di Vivaldi. L'Ensemble Clematis, guidato dalla violinista belga Stéphanie de Failly, ha da poco pubblicato un cd per Ricercar (sussidiaria della Outhere Music) dal titolo Sonate e Balletti, che per la prima volta cerca di affrontare in maniera organica le opus che Legrenzi ha dedicato alle sonate: in particolare si tratta delle opus II (1655), IV (1656), VIII (1663), X (1673) e il postumo XVI dedicato alle danze ma strettamente correlato alle sonate (1691). Sebbene fosse auspicabile un ordine cronologico di ascolto, il Clematis fornisce una buona ed esauriente idea di quell'evoluzione a cui si accennava prima: naturalmente non sono riprodotte per intero le opus succitate e trattasi di un'antologia di composizioni, ma sia per la sede scelta per le registrazioni (la chiesa di S.Bernardino a Molfetta e l'Eglise Notre Dame de Centeilles a Siran) sia per la qualità di esse (che incorporano una dose accattivante di partecipazione storica) si può essere soddisfatti del carattere divulgativo dell'opera. Ristabilendo idealmente le composizioni in ordine temporale, vi accorgerete come le sonate dell'op. II e IV abbiano angolature che le rendono simili a quelle di Marini, che sul punto era già intervenuto; mentre la VIII e soprattutto la X mostrano il cambiamento che il barocco sta subendo in quegli anni. Un primo elemento di novità lo si trova nella quantità di strumenti utilizzati, passando dai modelli in trio a quelli con più strumenti: qui scoprirete le innovazioni della polifonia corale applicata agli strumenti e le tecniche del doppio coro, un modo di costruire un contrappunto tra gruppi di strumenti spazialmente in posti diversi come una coralità di tipo vocale; inoltre scatta quell'estro che sarà poi ulteriormente elaborato nel barocco finale, ossia quegli effetti di simulazione di eco e quell'accresciuta apertura affettiva dell'esecuzione. L'apertura di Sonate e Balletti è proverbiale al riguardo: la sonata prima a 4 violini dell'op. X mostra un imperioso tema di violino che è un progenitore delle sonate e concerti di Vivaldi. Quanto a quest'ultimo è da tempo che gli esperti si rammaricano del fatto di non aver potuto analizzare l'op. 18 perché persa, e di non poter dimostrare il collegamento stilistico che possa legare il compositore bergamasco a Vivaldi, fornendone evidenza in adeguato anticipo temporale. 
Il quinto libro postumo dedicato alla danza (balletti e correnti) poi è una sorpresa, poiché lavora su cinque voci strumentali (2 violini, 2 viole e un basso continuo) in un concetto meno polifonico, dando spazio alle potenzialità melodiche e ritmiche dei singoli strumenti ed insinuando un aggiornamento sulla base dell'influenza dei compositori francesi, in primis Lully, per ciò che concerne le similitudini con l'ouverture, i suoi ritmi puntati e le vie fugali; a ben vedere qualcosa che ha delle strette consonanze con l'ouverture delle Orchestral suites di JS Bach. Quest'ultimo, d'altronde, chiuse il cerchio riprendendo in esame la figura di Legrenzi con un pezzo di organo, una fuga sulla sonata n. 11 dell'op. 2 di Legrenzi.
A prescindere dalle considerazioni storiche e critiche comunque, resta il fatto che queste sonate sono impermeabili al tempo e riescono ancora oggi a produrre un senso di soavità, senza dimenticare che certificavano un periodo veramente fortunato per l'Italia.



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