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venerdì 26 agosto 2016

Storie di trombe jazz atmosferiche


La popolarità raggiunta dall'Ecm Records negli anni settanta non potè fare a meno di attivare una serie eccellente di trombettisti: Tomas Stanko (vedi nella discografia che ho consigliato in un mio post qui), Mark Isham e Markus Stockhausen fecero felici una generazione di ascoltatori pieni di sensibilità e devozione al colore strumentale e si posero come interposizioni musicali in funzione degli sviluppi che il jazz stava prendendo dalle parti della musica di fusione (anche di stampo new age o world) e del minimalismo. Stilisticamente tutti pagavano un essenziale tributo al Miles Davis più a loro contemporaneo, ma ognuno di loro ne arricchiva i contorni con una propria predisposizione all'improvvisazione gonfia sugli umori e sulla lunghezza delle note; spesso erano dialoghi effettuati in duo, affrontati con il pianoforte.

Mark Isham si fece conoscere presto sia negli ambienti rock che in quelli jazzistici: per i primi fu per molti anni il trombettista di Van Morrison nella svolta celtico-letteraria che l'irlandese attraversò da Into the Music fino al live Grand Opera House Belfast, mentre per i secondi venne in evidenza nella formazione in quartetto del pianista Art Lande nell'album Rubisa Patrol, inserendosi con tromba, flicorno e persino sax soprano, in una pastorale confluenza di elementi jazzistici (l'ombra di Evans su Lande è fortissima) e moderatamente etnici (si spazia in melodici frammenti di provenienza balcanica ed un flauto cinese). La splendida cornice improvvisativa di Rubisa Patrol sarà corroborata dal successivo Desert Marauders, in cui compare una certa muscolarità, un ritorno alla solidità che portò Isham (sempre condotto da Lande) nei territori del Davis del periodo Columbia; Lande e Isham cercano di far scattare una relazione intuitiva con il cosmo e le sue parti, ma nei fatti musicali questa non si percepisce. La chiusura della collaborazione, però, profusa in We Begin riflette persino un'intento sperimentale: in Ceremony in starlight campane sintetizzate vengono usate in funzione speculativa di fronte ad un piano che ricorda le serie e una tromba che si amplifica come lo spandersi di una macchia d'olio; così come in  Surface and symbol un campionamento in loop della tromba sostiene un tema minimale che si dipana arioso e colorato. We begin, anche nelle parti suonate e composte da Lande, è un lavoro lirico e bellissimo, che tutti hanno dimenticato.
Nel 1983 Isham fa il suo esordio su Windham Hill Record (la famosa etichetta discografica dedicata alla new age) con Vapor Drawings. E' il momento in cui si prefigura una prevalenza dell'idea compositiva rispetto all'esecuzione libera, che diventerà la pietra originaria di paragone delle opere della sua carriera: è un album quasi totalmente di elettronica in cui Isham suona tutto (dai synths al pianoforte fino alle percussioni sintetiche) che contiene alcune grandi illazioni di confluenza come in Sympathy and Acknowledgment o Men before mirror, in cui si fondono un tema principale, improvvisazione e costruzioni minimali sintetizzate; o come nella marcia di On the Threshold of liberty, che coniuga ante-litteram l'estetica melodica jazz del musicista con un'elettronica composita, da un lato implacabile, dall'altro evanescente e molto vicina alla profondità ambient; ma ciò che è cambiato è che la tromba muove solo un itinerario e non rende più possibili godere delle trame e dei fraseggi dell'epoca Lande. Da quel momento partirà un'intensa e continua attività musicale che lo coinvolge anche nella responsabilità di colonne sonore per films: essa abbottona suoni elettronici onirici, impulsi ambientali, new age e world riassettati, talvolta di grande fascino, con ampio uso dell'eco alla tromba (in Castalia esibisce un parco strumentisti da urlo, da Mick Karn a David Torn, da Paul McCandless a Patrick O'Hearn, mentre un video prodotto sul Tibet gli dà ispirazione per un album omonimo onirico e più meditato).

Markus Stockhausen entrò nella scuderia Ecm dopo essersi messo in evidenza in un collaborazione con il tastierista Jasper Van't Hof nel 1980: ristampato proprio in questi giorni da un'etichetta italiana specializzata nei recuperi in vinile, Aqua Sansa già metteva in luce le qualità virtuosistiche di Markus, che bazzicava naturalmente anche nei territori classici per via di luce paterna; tuttavia il suo interesse principale era diretto ad una visione del jazz di alto profilo. Lo splendido Continuum in trio con Rainer Bruninghaus e Fredy Studer è il primo tassello di una triade di lavori per l'etichetta di Eicher* che presentano un trombettista che calca le note come in un ancestrale afflato medievale o al massimo rinascimentale: la lunghezza di esse e il senso di serenità che se ne ricava si combinano con articolazioni difficilissime e lussuose per le orecchie. 
Discograficamente parlando, l'ampio catalogo che caratterizza la carriera di Markus, si può delineare, a grandi linee, per obiettivi: le interpretazioni classiche o contemporanee che coinvolgono anche tutte le esecuzioni delle composizioni del padre Karlheinz (che qui escludiamo dall'analisi), un'attività compositiva riversata su orchestra (piuttosto impressionista ma che non lascia grosse tracce), una serie notevole di improvvisazioni  (a numero di partecipanti variabile) e un'ambizioso progetto visuale e sonoro.
Riguardo all'improvvisazione ovviamente, oltre alla citata esperienza in pieno stile Ecm, Markus ha quasi sempre preferito esibirsi con un nucleo di musicisti ai quali prestava empatia; sarei propenso a segnalarvi:
1) Possible worlds, Cmp Records, con Fabrizio Ottaviucci, Rohan de Saram, l'altro fratello Simon e Ramesh Shotam;
2) il trio con Angelo Comisso al piano e Christian Tomé alla batteria (soprattutto Lichtblicht-Prima-Altrove) che diventa dal vivo Quadrivium con l'aggiunta del cellista Jorg Brinkmann;
3) le registrazioni che aprono le pubblicazioni della sua etichetta discografica, la Aktivraum, ed in particolare il suo primo solista, Solo I, registrato nella cornice dell'acustica naturalmente amplificata delle chiese di S. Bernhard e St. Maternus a Colonia e con le stesse caratteristiche anche il successivo In Deiner Nahe-Close to you, con l'apporto di Enrique Diaz, Ottaviucci, Dhafer Youssef e Manos Tsangaris;
4) il trio estemporaneo con Gianni Lenoci e Giorgio Dini in Ergskkem;
5) le collaborazioni con il chitarrista ungherese Ferenc Snetberger (soprattutto Joyosa e Streams)**.
Stockhausen esalta il lato meditativo anche nei concerti e nei workshops, posti in cui invita a sviluppare una condivisione degli effetti delle perfomances, invitando il pubblico a cantare e gli improvvisatori ad imparare a far uso delle tecniche di yoga. Ma è con un'installazione gigantesca che Stockhausen ha cercato di alzare il tiro, cercando di dimostrare che la musica alla fine è un flusso di energia vitale: si tratta di Abendgluhen, una composizione per solo tromba e famiglia di ottoni, presentata alla Convention della chiesa protestante tedesca a Colonia nel 2007: uno spettacolo incredibilmente organizzato, in cui sotto la supervisione di Markus, 1800 strumenti hanno improvvisato in 6 aree dislocate sul fiume Reno creando un fantastico riverbero esteso per chilometri. Un fiume di luci artificiali e il coordinamento di Tara Bouman, clarinettista classica e compagna di Markus, sui gruppi regolati con trasmettitori a distanza hanno composto l'evento. Per tutti coloro che non hanno potuto assistere agli accadimenti, Markus ha messo a disposizione una registrazione, in una versione ridotta naturalmente negli elementi, nell'Auditorium della scuola Waldorf di Erftstadt nei pressi di Colonia.

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Note:
*gli altri due sono il duo con Peacock (Così lontano...quasi dentro) ed il trio con Simon Stockhausen e Jo Thones (Aparis).
**Markus è molto riconoscente dell'apprezzamento che l'Italia gli ha sempre riservato: in tal senso mi preme sottolineare la sua assidua presenza nel fissare date nel nostro Paese. Markus sarà nei prossimi giorni proprio in Italia a suonare con Comisso e il suo trio.



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