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lunedì 4 luglio 2016

Suoni della contemporaneità italiana: la sorpresa del gesto


Dovrei essere scandalizzato come italiano di fronte al giusto consenso che trova il compositore pisano Francesco Filidei in Francia, dove da molto tempo risiede: parecchi critici si sono occupati di lui in quella terra e l'Italia raccoglie solo sporadicamente i frutti di un lavoro effettuato all'estero. Tra i preferiti di Sciarrino, Filidei si è presto imposto per un paio di caratteristiche: la prima riguarda la sua competenza come pianista ed organista, una circostanza che ha avuto modo di esplicarsi attraverso il superamento dell'ottica classica, con l'apertura alla tattilità della superficie degli strumenti; la seconda è più centrata sul significato compositivo, ossia sul rapporto tra gestualità, produzione del suono e articolazione in sessioni prestabilite di oggetti che possono diventare musicali. Entrambi i punti comunque convergono verso una scrittura scheletrica, spesso light nelle quantità (con pochi strumenti o cantanti), che si focalizza sull'emersione di sorprese sonore, inediti panorami basati su un tenero coordinamento dei materiali che naturalmente vengono inquadrati in un pentagramma. Filidei ha dato delle grandi dimostrazioni di approfondimento delle teorie di Sciarrino quando nei Funerali dell'anarchico Serantini, ha prodotto un'insolita ed atipica rappresentazione in cui i suoni indesiderati o casuali del nostro corpo (gli schiocchi di lingua o delle dita, l'inspirazione, la movimentazione sincrona della testa e delle mani in funzione percussiva) hanno trovato nuove identità per manifestarsi a mò di sinfonia spuria catapultata nei territori contemporanei.
Tre composizioni della raccolta a lui dedicata dall'etichetta indipendente L'Empreinte digitale, impongono quella riflessione sui suoni che Filidei ha estrapolato da strumenti ed oggetti. La scelta è ricaduta su tre composizioni affidate alle cure all'Ensemble 2e2m con la direzione di Pierre Roullier, compagni di viaggio di molte delle avventure di Filidei: il Concertino d'autunno, una fantomatica decostruzione musicale che fagocita al suo interno tracce del Vivaldi della stagione autunnale, il Puccini alla caccia, per replicatori di uccelli e strumenti giocattolo e L'opera (forse), per 6 percussionisti provvisti di esche, bicchieri, pentole, bottiglie e tavoli, che condividono lo spazio musicale con quello testuale dello scrittore Pierre Senges, che in un'ennesima finzione letteraria, si adegua per l'occasione diventando lui stesso narratore di un rapporto amoroso tra un pesce ed un uccello. Pur non essendo chiaramente una raccolta esaustiva, si fa notare come essa può ingenerare l'idea di un accrescimento esponenziale del lato ironico della composizione, perché aldilà delle splendide strutture poste in essere, ciò che sembra venga esaltato è l'ilarità degli atteggiamenti spesso propedeutici alla produzione del suono: tutti i frammenti di L'opera (forse) e gran parte del climax di Puccini alla caccia (in cui Filidei raggiunge un incredibile grado di perfezione del rumorismo strutturale delle parti coinvolte) incitano al divertimento e alla gaiezza, così come succedeva anche per Macchina per scoppiare pagliacci. E' solo questo l'aspetto che varrebbe ridimensionare, dal momento che Filidei ha saputo invogliare, anche attraverso un umore decisamente diverso, un tipo di movimentazione sonora che è addirittura sofferenza, quando disposto per l'orchestra, affrontò in Ogni gesto d'amore, il tema della fine dell'amore per la musica e della musica stessa.  


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