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giovedì 7 luglio 2016

Slava Ganelin's new experiences

Come definire un musicista come Vyacheslav (Slava) Ganelin? Un post-moderno della storia musicale russa, un uomo del contemporary jazz o terra d'incontro tra free jazz e dadaismo? La sfuggente definizione dell'artista è d'altronde di natura storica: con lui, non solo comincia il miglior jazz russo negli anni settanta, ma passa anche la scure di una prodromico nuovo assetto dell'improvvisazione in tutta Europa. La grande istituzione del Ganelin Trio, che impose la figura di Slava Ganelin e dei suoi partners (Vladimir Chekasin e Vladimir Tarasov), offrì un vero e proprio modello di musica che lambiva i territori concettuali dell'improvvisazione "totale": creatività a mille ed immediati processi di decostruzione musicale avevano l'effetto di portare il jazz molto più avanti di quello a cui si era abituati e in maniera molto più soft rispetto alla radicalità delle intenzioni che macchiava gran parte dell'improvvisazione europea; spingevano sull'effervescenza dei suoni e della ritmica (con un'apertura indiretta ai sapori progressive a mò di contaminazione del loro jazz) e contenevano qualsiasi cosa, da un'asperità improvvisativa ad un tema popolare, da un caratterizzazione folk al limite della forgia psichedelica (una similitudine aurale mi fa sovvenire il Balaklava dei Pearls Before Swine) ad una risoluzione ilare fatta quasi scherzando con strumenti od oggetti. L'utilizzo di termini come Concerto grosso, ancora, da capo, poco a poco, etc. non evidenziava solo una passione per le forme classiche ma la voglia di costruirci dei workshops integrativi attorno, contenuti variabili ben lontani da presunte pastoie politiche che pur gli vennero affibbiate come conseguenza delle vicende in Russia di quei tempi.
L'esuberanza del Ganelin Trio subì un ridimensionamento nel '78 circa, a cavallo del concerto di Berlino Est immortalato in Catalogue, quando le operazioni di musica totalizzata virarono verso un più ordinato e giudizioso svolgimento teso all'emersione dei contrasti: dal punto di vista qualitativo non cambiò nullo (Catalogue, Ancora da Capo, Con affetto non avevano nulla da perdere rispetto a Con Anima, Poco a Poco o Con fuoco), ma la dimensione "contemporanea" allora raggiunta non venne più abbandonata. 
Slava Ganelin, dal canto suo, fu sempre più ambiguamente attratto dal synth e dalle sue capacità replicative, così come cercò di mantenere in vita la formula del Trio Ganelin anche dopo la conclusione ufficiale dell'esperienza nel '89: mise in piedi due nuovi formazioni in trio che usavano il nome di quello più famoso: con Victor Fonarev al contrabbasso (e violoncello) e Mika Markovich (alla batteria) in Opuses, l'organizzazione del lavoro fu rivolta alla passione che Slava ha avuto nei confronti del sintetizzatore, mentre più tradizionale si rivelò quella del trio imbastito con il sassofonista Petras Vysniauskas e il percussionista Arkadi Gotesman in Trio Alliance; quanto al synth la sua presenza diventava spesso ingombrante rispetto al piano e di natura sperimentale: in On Stage...Backstage, di fianco ad una vena solistica al piano ancora molto affascinante, ci passa una ventata di apprendimento delle emulazioni elettroniche degli strumenti musicali in funzione delle rivelazioni che costruiscono l'identità di Slava per la composizione classica; un apprendimento che vedrà Ganelin, nelle due collaborazioni con la cantante Esti Kenan Ofri, immergersi addirittura nei catalizzatori di musica prestati alle soundtracks. Tra i progetti recenti del russo non posso fare a meno di segnalare però l'ottima integrazione tra musica e pittura nell'operazione di live painting, fatta con il pittore Alex Kremer durante l'esibizione al Levontin 7 di Tel Aviv (qui il video),  dove Slava dimostra la sua classe, la sua bruciante creatività che stilisticamente è del tutto personale e non soffre dell'esser suddito dell'espressione di Cecil Taylor (circostanza che la stampa ha erroneamente evidenziato), possedendone solo alcuni elementi. 
I due cds che Ganelin pubblica per Leo ricalcano due delle direzioni artistiche appena succitate: un ennesimo nuovo trio con il batterista Oleg Yudanov e il sassofonista Alexey Kruglov in Us, costituisce un tuffo nel miglior passato delle encicliche del Ganelin Trio; sebbene Yudanov sia molto più composto di Tarasov e Kruglov più armonico di Chekasin, il nuovo Ganelin Trio non alza nessun palazzo della nostalgia, ma ribadisce un sound che non ha perso un millimetro in termini di fascino musicale ed emoziona ancora a distanza di decenni frutto com'è di quei bilanciamenti tra forme e libertà espressive.
L'altro cd è invece Hotel Cinema con il giovane sassofonista Lenny Sendersky, che rientra in quella ossessione di Ganelin di dar vita ad una vera e propria instant composition seguendo le regole di un direttore d'orchestra che mette assieme i pezzi orchestrali non tramite i suoi effettivi ma con la tecnologia dei sintetizzatori: è una lunga suite obliqua che però detronizza il pianista russo, le cui scelte in tal senso sono naturalmente discutibili.


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