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venerdì 22 luglio 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: un'esposizione del cambiamento tra mutazioni, movimenti e variazioni

In Uccellacci e Uccellini Pasolini, tramite le parole di Totò, indicò ad un certo punto l'impossibilità di poter redimere tra loro corvi e passeri; la soluzione di S.Francesco, loro committente, passò attraverso lo sguardo concreto sul mondo e sulla sua necessità del cambiamento. In musica il cambiamento è sempre stato oggetto di una particolare attenzione, una sorta di spartiacque tra genealogie diverse: esso può trovarsi nel bel mezzo di una composizione così come nelle pieghe dell'improvvisazione, può indicare continui e veloci inversioni di stato, può passare attraverso stadi sottilissimi, nonché in una sua accezione ancora più profonda, caratterizzare l'imperativo rivolgimento tra silenzio e suono. 

Nel Mood and Sketches di Sebastiano Meloni si parla di mutazioni, nel senso di cambiamenti osservabili in un processo organico della vita; è la meta di un viaggio non tangibile, condensato in appunti che colpiscono l'operato e l'innocenza del sentimento: si inizia con un risveglio catodico e si termina con una nostalgica dichiarazione in cui si comunica che le rivelazioni stanno per terminare; l'accorgimento sta nella tipologia di piano (un Fazioli grand piano F278) dei timbri scelti (un evidente e voluto effetto di riverbero che mette in primo piano persino il rimbombo dei martelletti all'interno) e la possibilità di farlo girare tra le armonizzazioni e alcune configurazioni di suono che si addensano in equilibri para jazzistici. Meloni conosce perfettamente le colorazioni di ogni singola nota nonché delle sue combinazioni e sceglie di creare contrasti agli estremi del piano, cercando affinità tra l'improvvisazione viva e i bicchieri musicali di cristallo (Cecil Taylor incontra Satie): non solo si evolve verso la bellezza delle soluzioni, ma viene messa a nudo una personalità forte, che riesce a creare nella trance improvvisativa dei patterns fantastici (come succede nell'accelerazione di Point Particle o negli arpeggi incantatori di Mutations). C'è oscurità e tenerezza, energia e speranza. E' sogno e realtà di un pianista assolutamente da tenere tra i vertici in Italia. 


L'effervescenza e le capacità compromissorie sono determinanti anche nei cambiamenti repentini del trio Guazzaloca-Trevor Briscoe-Mezei, che giunge alla seconda registrazione in Cantiere Simone Weil, un'esibizione in tre parti fatta a Piacenza nel luglio del 2015. Se è vero che la grandezza dell'improvvisazione sta nel superare le apparenti rigide barriere del muro asfittico di suoni che si presentano, allora le forme musicali espresse in Cantiere Simone Weil hanno del prodigioso. Di Guazzaloca non ho molto da aggiungere più di quanto di buono ho scritto in passato: versatilità estrema, interplay coniugato alla perfezione, pianismo infittito nei regni dei clusters e delle preparazioni, Nicola è attualmente un punto di riferimento della libera improvvisazione in Italia (ma sarebbe veramente riduttivo pensare solo al nostro Paese); Tim Trevor Briscoe è un sassofonista inglese residente a Bologna, di quelli che hanno sposato le tinte forti dello strumento, sebbene esse vengono alternate con un approccio piuttosto votato ai regimi contemporanei della musica (sax e clarinetti caricati di energia e vigore lasciano il passo a note strascicate e costruite su estensioni); Szilàrd Mezei è invece un violinista ungherese nato in Serbia, che relaziona perfettamente l'improvvisazione con la materia atonale (si tratta di pulsazioni continue che escutono Bang e Braxton, il patrimonio tedesco di Schonberg e seguaci, nonché gli addensamenti attuali di molta musica contemporanea).  
Cantiere Simone Weil (qui un estratto dell'esibizione) mostra un affiatamento incredibile ed una unità di intenti che lavora alacremente sulla capacità di fornire immagini narrative: le combinazioni si autoalimentano in continuazione e soprattutto non c'è nessun egoismo, il dosaggio perfetto delle personalità è un vantaggio di sorta, che ci permette di finire in quei regni musicali dove non c'è niente che sia prescritto, in totale balia degli assembramenti creati dalla musica.

Particolarmente soggetto ad una riflessione del cambiamento posto su due dimensioni è l'input che deriva da Movimenti Lunari della chitarrista Alessandra Novaga: qui pare necessario scoprirne una cosmica e l'altra terrena. Si tratta di due brani reimpostati da La chambre des jeux sonores, che insistono sulla ripetizione organica e sul drone in presenza di un'impianto compositivo non vincolante: In memoria, del compositore Sandro Mussida, lavora su un canovaccio di tocchi sulla chitarra elettrica che risuonano a mò di campana, mentre Untitled di Francesco Gagliardi sollecita il ricordo di un motore roboante o comunque di un mezzo di trasporto in rotta. La Novaga ha scelto la veste del LP per questa pubblicazione con un rosa tendente al fuchsia e per motivazione una maggior esplorazione dei brani non possibile in La chambre des jeux sonores a causa della più corta estensione. I temi delle relazioni organiche provocate da variazioni anche minime dei patterns sonori sono stati affrontati già qualche tempo fa da compositori che ne hanno fatto una ragione della propria arte (nel nostro caso impossibile non richiamare alla mente La Monte Young o Ellen Fullman) e da chitarristi illuminati dalla composizione (Glenn Branca o ancor più Rhys Chatam ne hanno fornito plurime rappresentazioni anche in funzione del numero degli elementi): Untitled si sporge in un territorio che al momento è in sovraffollamento ma lo sforzo della chitarrista è proprio quello di vincere le presunzioni allacciando una simbiosi con i suoni di tipo prolungato, poiché alla fine diverso può essere il potenziale della ripetizione alla distanza. Il pensiero della Novaga va inquadrato poi, anche alla luce dei filosofici approfondimenti dei compositori che si sono dedicati al silenzio, specie per In memoria; c'è da porsi domande in relazione all'utilità emotiva che sfumature del suono possono intraprendere: Cage costringeva l'ascoltatore a valorizzare i suoni udibili nell'ambiente, Nono diede agli spazi silenziosi un valore aggiunto mai pensato prima, Sciarrino ha ingrandito la sua lente negli attimi musicali antecedenti e susseguenti all'estinzione dei suoni o rumori. I Movimenti Lunari della Novaga sollecitano le teorie accennate e pretendono la verifica di queste sfumature del suono/silenzio; un vero problema di valutazione del viaggio intrapreso (in un ascolto che non può essere vissuto bene se non con una cuffia sulle orecchie) si pone invece per il recensore, che nella sua soggettività può non essere consapevole dei traguardi da raggiungere con il minimalismo di Alessandra, ma tuttavia non potrà nulla di fronte alla novità del mezzo utilizzato per produrlo. 

Le modifiche di stato possono naturalmente provenire anche dalle tessiture e dall'utilizzo di micro-intervalli non solo strumentali: di questo è ben consapevole il sassofonista Massimo Falascone che, nell'idea di costruire un alibi all'improvvisazione elettroacustica, propone un aggancio alle variazioni di Goldberg e le rinomina Variazioni Mumacs riferendosi agli studi di registrazione di Milano.
In quest'opera Falascone è accompagnato in misura più o meno variabile da Bob Marsh (violino, cello e liriche narranti), Alberto Braida al piano, Giancarlo Locatelli ai clarinetti, John Hughes al contrabbasso, Marcello Magliocchi, Filippo Monico e Fabrizio Spera alle percussioni, Emanuele Segre e Leonardo Falascone alle chitarre e i Musimprop, per un progetto che potrebbe essere disponibile anche per un ipotetico live painting: in Variazioni Mumacs sono coinvolti infatti anche il pittore francese Eugene Darredeau e Lidia Darredeau, chiamati in causa come speaking voices in un brano, ma Eugene completa la parte visuale del progetto con un dipinto che accampa colorazione in campi nella cover del cd. 
Variazioni Mumacs è un monolito di 32 frammenti tutti legati tra loro, in modo da formare una suite che di Bach trae solo l'involucro esteriore (32 variazioni) e lo spirito di rappresentazione dei tempi (totalmente differente del musicista barocco): è piuttosto una suite non sense di quelle che non ti aspetti dove un qualche riferimento sostanziale va prestato in relazione allo stile di Massimo (che ricalca spesso un free ammaliato da reminiscenze delle virate di Brian Hopper o soprattutto di Elton Dean). Dentro si librano pezzi scomposti dell'arte, della matematica o della convivenza sociale, recisi in ciò che può valere il loro rimescolamento, ossia la vibrazione sonora. Con gli strumenti spesso trattati ed irriconoscibili, Falascone compone il suo art sound, un frullato di suoni, voci e rumori dove il massimo sonoro ricavabile da strumenti, inserti radiofonici, tecniche, campionamenti ed elettronica live viene addensato in zone esplosive del senso, somigliando ad un dipinto espressionista astratto che dalle tinte vuole ammonire sul malessere del mondo senza comunque voler arrivare all'applicazione di particolari violenze coloristiche (traduci soniche) che appartengono alle generazioni recenti. Un'operazione sulla quale Falascone ha un pieno controllo, in cui le indigestioni emotive che si raccolgono strada facendo, vanno interpretate alla luce delle ricerche soniche del musicista che di fondo probabilmente s'ispira alla composizione elettronica italiana contemporanea dei sessanta; ci sono ritagli molto riusciti come le sequenze numerali di Fibonacci, l'assemblaggio tra recitazione e stridore di sax di Alias me, la dolcezza perversa di Generation Gap, il ricavato spettrale che insiste in Su Milano, il contrasto eccellente tra sax e field recording che si crea nello spazio tra Giardini Pubblici e la conclusiva Fri Bestia. 
L'unico difetto di Variazioni Mumacs è che deve combattere non ad armi pari con le Goldberg, dotate di una struttura naturalmente assorbibile: è più difficile tenere alta l'attenzione dell'ascoltatore quando c'è così tanta carne al fuoco e in questi casi la lunghezza dei risultati si scontra con la prolissità non necessaria. Tuttavia bisogna porre l'attenzione sul fatto che esso comunica una gran verità sull'improvvisazione e sulle capacità del sassofono di percorrere altre vie creative: pochissimi sassofonisti hanno il coraggio di costruire operazioni così intelligenti e poco decodificabili in prima battuta, attuandole con l'ausilio dell'elettronica. 




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