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venerdì 3 giugno 2016

Venticinque anni di cambiamenti: Alexander Manotskov


Si è già detto in passato di come ci sia un punto d'incontro piuttosto evidente tra il post-minimalismo di matrice anglossassone e lo strutturalismo delle nuove generazioni di compositori russi. L'identità risiede in tecniche (si tratta di phasing, droni strumentali e cose simili) che sono tetre segnalazioni dell'incongruenza delle vicende del mondo; tuttavia nel caso russo c'è anche un'anima compositiva che si proietta però nella fantomatica sapienza della musica contemporanea. Un esempio ci viene fornito da Alexander Manotskov (classe 1972), in una raccolta di brani recentemente resa disponibile dalla FancyMusic, che sgombera il campo dagli equivoci di una novità voluta a qualsiasi costo; d'altronde, aprendo gli occhi sul contenuto ci si accorge di aver plurimi riferimenti validi non solo nel campo musicale. Dinanzi ai due dipinti di Dima Krasnyi c'è poco da stare allegri: in uno il colore nero, in contrasto sul grigio, delinea un vortice in cui un uomo in posizione di salvezza osserva un altro caduto dentro e con un braccio alzato in atteggiamento di richiesta di aiuto; in un'altro si raffigura un omino, che in un panorama di grigiore, è col capo chino di fronte ad un torre imponente, simboleggiando forse l'ampiezza dei problemi che circondano l'esistenza odierna. Due dipinti, perfettamente in tema con i tempi, che propugnano l'oscurantismo culturale della coscienza di oggi. 
Come spiega Manotskov "XXV" ha due ragioni d'essere: indica il lasso di tempo che intercorre tra le due composizioni composte agli estremi temporali delle venticinque annate; infatti dal '91, anno in cui fu terminata Down the river, un pezzo da camera con la presenza del music box ed elementi di aleatorietà, si nota l'evoluzione del russo verso una scrittura recente nettamente più matura; nei fatti "XXV" indica anche gli anni in cui mostrare il cambiamento dell'intensità delle strutture musicali in rapporto alla volontà di evidenziare alcuni eventi sviluppatisi nel periodo (Manotskov parla di sismicità, politica ed astronomia). Non ci vuole molto per capire, dunque, il clima magnifico che pervade Twenty-five years symphony, la composizione del russo deputata ad accogliere queste istanze: un clima orchestrale misterioso (un'interessantissima performance del The Baltyisky Dom Theatre Festival Orchestra) ed un coro (il Festino Chamber Choir) che lavora in microtonalità a flussi, con canto a legami sciolti. Viene suscitata la materia del ricordo subdolo avventizio (quel ricordo che spesso facciamo ripensando intensamente ad un episodio del passato che ci segna profondamente); la musica si muove così in un'ambiente straniante in cui si percepisce un'onirica confusione e un'incapacità voluta di messa a fuoco che depone a favore di un rimescolamento del pensiero. Quell'atmosfera prolungata di ventisei minuti, in cui gli strumenti ad ottone vegliano come in un de profundis, non ha nulla delle asperità ortodosse.
In Der Prozess #1 si stabilisce una linea di condotta sulle coordinate esistenziali tracciate da Kafka nel suo romanzo: due megafoni che fanno meraviglie e diventano non solo incredibili strumenti musicali (è lo stesso Manotskov che ne suona uno), ma oggetti del suono; emissione, calibratura, gestione del sibilo e dei suoni disturbati dall'introduzione di oggetti portano incredibilmente ad un approfondimento moderno del filosofo, trasposto quasi in una satira dell'umanità. 
Bezaubernde Gulbahar, raccoglie 13 strumentisti "estesi" che suonano 4 movimenti ispirati formalmente alla poesia della leggenda persiana del primo Medioevo, ossia Omar Khayam: costui non era solo un poeta dall'accento molto contemporaneo (con similitudini riguardo ai temi), ma aveva anche molti altri attributi (astronomo, matematico ed esperto di meccanica e mineralogia. etc.). Qui la composizione di Manotskov gioca sull'ambiguità delle sensazioni e lascia all'ascoltatore percepire un senso mistico del tutto diverso dal normale, lavorato sugli stridori e le carrellate meccaniche che i suoni producono.


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