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giovedì 9 giugno 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: influssi nei perimetri etnici del jazz

Sebbene in ritardo, recupero una puntata sull'improvvisazione italiana, dedicata a lavori di jazz con compresenza etnica della loro musica. 

La storia insegna che gran parte delle tradizioni popolari musicali dell'Italia hanno delle forti stigmatizzazioni di elementi indo-orientali. I flussi migratori di tribù e popoli in cammino verso l'Europa in epoca ante la venuta di Cristo, testimoniano ancora oggi la fortissima l'influenza esercitata. L'aspetto etnico-musicale si espande, su una regione in forma peninsulare, facendo tesoro delle labili barriere dei paesi confinanti per via terra o per via mare: in attesa di risposte definitive dalla musicologia, si è sempre creduto che il jazz fosse una forma popolare di musica afro-americana che non avesse niente a che fare con i moti di derivazione orientale; ma ci sono jazzisti in giro, particolarmente sensibili al problema derivativo, che propongono una confluenza tra tutti gli elementi.
Qui vi sottopongo alcuni casi di musicisti jazz italiani che espandono la loro visione improvvisativa in quella popolare (passatemi questo fraseologia) e viceversa, preoccupandosi di caratterizzare nella loro musica origini e provenienze, senza banalizzare un sentimento o un flusso. Mi occuperò soprattutto delle periferie geografiche, nelle terre in cui celti, arabi e persiani sembrano aver lasciato un segno indelebile nelle culture, ancor prima che l'Europa si cristianizzasse per produrre i propri canti gregoriani e cantus firmus.

Partiamo dall'opera in trio di Claudio Cojaniz al piano coadiuvato da Romano Todesco al contrabbasso e Alessandro Mansutti alla batteria: nato tra i diversi progetti del pianista di Udine e suscettibile di vedere anche una sistemazione discografica entro l'autunno in corso, racchiude uno dei punti di forza dell'artista, ossia la perfetta compenetrazione tra ideale jazzistico e rapporto con la melodia. Presentato al Palazzo del Quirinale il 7 febbraio scorso nella Cappella Paolina (qui il link per l'ascolto), il concerto del trio nasce per rendere omaggio a tutte le vittime delle guerre o dei soprusi perpetuati al confine con l'Istria e la Slovenia: Cojaniz si trova in un apparato geografico in cui sono molteplici le influenze slave, soprattutto quando si pensa che tutto l'agglomerato dei confini friulani (anche Austria e Croazia) ha caratteri musicali che si ripetono: stesse melodie popolari che si riversano con lievi differenze nella cultura popolare friulana. L'improvvisazione si insinua in strutture blande, bluesistiche, che racchiudono lo spettro melodico che avvolge la musica popolare dei circondari del Friuli ed avvicinano all'unitarietà del mondo odierno: raffinatezza estrema nel tocco dei partecipanti ed un melodismo trainante, dimettono una gioiosa e vitale gradazione jazz che coglie similitudini con lo stile di Abdullah Ibrahim e con l'incedere dei temi quasi pastorali del Jarrett dei settanta.

Dell'esperienza celtica è anche la corresponsione di gighe, balli e canzoni popolari che hanno avuto una condivisione con le danze provenienti dalle regioni mitteleuropee (mazurka, polka e valzer) in una striscia del nostro Paese che si proietta nell'Emilia: non è per nulla singolare che il fisarmonicista Simone Zanchini abbia pensato di realizzare un tributo a Raoul Casadei. In un live al festival di Ravenna, Zanchini in quartetto, a dispetto di quanto si possa pensare, imposta lunghi brani riaperti a nuova vita dall'accostamento dell'impostazione jazz alla dimensione popolare, dove naturalmente il jazz ne è prevalente. Una fisarmonica, ora accondiscendente ora protagonista, mostra evoluzioni singolari come in Non c'è pace fra gli ulivi, brano in cui il groove viene oliato alla perfezione: vi sono modalità sufficienti per far emergere nuove pressurizzazioni delle dinamiche ritmiche (Senni e Frattini) e si demandano al sax i lavori che spetterebbero ad un jazzista di rango (notevole il lavoro di Stefano Bedetti) I controritmi e i tagli di Romagna e sangiovesela mia gente,impongono una modifica al normale percorso del tributo: si va oltre in Casadei secondo me, con intelligenti mix lasciati anche ad un collage con il parlato pre-registrato di testimonianze di stima (Verso casa mia). A ben vedere una nobilitazione dell'aspetto tradizionale tramite il jazz, in cui la fisarmonica gioca un ruolo fondamentale per la riuscita dell'opera di trasmigrazione dei sentimenti di opposte direzioni musicali.

La direzionalità sembra essere anche alla base delle operazioni del fisarmonicista Giorgio Albanese, in una propensione quasi politica: "Vento di maestrale" potrebbe indicare una corrente di aria fresca dopo il caldo e il caos degli odierni anfratti che ci ritroviamo nella musica; Albanese si serve di un quintetto di base (quattro brani con Lenoci, Gallo, D'Ambrosio, La Volpe), di un'orchestra (un solo pezzo) e dei solismi del sassofonista Steve Potts, per imbastire un jazz trasversale, che va oltre il solito abito chic alla Galliano, rifilando nell'ascolto un profilo immaginativo che para nei migliori quartieri espressivi del jazz, nelle combinazioni di suoni densi e liberi (Schizofrenie stila un resoconto free jazz, mentre inLobbying viene evocato un eclettico spirito progressivo), prospettando una quadratura sull'essenza "mediterranea" differente dalle solite manovre di grazia senza energia, in cui il dna anagrafico che la fisarmonica riesce quasi naturalmente ad esacerbare nell'ascolto porta con sé alcune prospettive musicali di cui vanno solo approfondite le soluzioni. Potete sistemare La Suite del Maestrale subito dopo In the land of grey and pink dei Caravan accorgendovi delle similitudini (i regni fatati) ma anche delle novità (la congruenza del caos).

Sulla Minafric Orchestra il suo fondatore, Pino Minafra, ha sentenziato così: "...un suono caldo e generoso, travagliato ed inquieto, dove il grido, la melodia, il ritmo, l'ironia e l'improvvisazione convivono in uno strano equilibrio. Un suono tutto meridionale, reale ed immaginario. Una terra di anime e voci in continua "metamorfosi", quelle della mia Puglia, naturale ponte e porta nei secoli verso l'Oriente, il Mediterraneo, l'Africa, i Balcani e oggi verso la Nuova Europa....". C'è da credergli. Pino ha messo su un collettivo che ha una qualità che pochi aggregati ottengono: riesce a dare l'impronta di un'orchestra per niente informale che sa ritagliare perfettamente uno spazio singolare per ciascun strumentista; in quello spazio di palcoscenico che idealmente si può ricostruire, i fantasmi dell'evocazione di una mistura tra Gil Evans, i suoi musicisti e una wind band la cui nazionalità oscilla tra la Bulgaria e la Tunisia è operazione possibile: mezzi tradizionali, molta organizzazione (o meglio dicasi conduzione) ed un jazz che non sembra presentare usure, tant'è ben costruito. La frase di Pino è emblematica perché individua un "carattere" oltre che una misura musicale: un uomo colto, amante della propria terra e della sua storia, che vive con riguardoso rispetto le sue tradizioni cogliendo l'opportunità di integrarle con il sentimento contemporaneo e le opportunità dell'improvvisazione; lo spettacolo che è arrivato fino al Jazzahead (il festival culturale di Brema, qui il link dove si può trovare l'esibizione) è stato racchiuso in un cd intitolato Minafric e mostra che l'organico oramai riceve spinte concrete da tutti i suoi elementi: vive in alcune impostazioni di Livio Minafra, nelle perfette ed irrinunciabili esecuzioni della parte brass(sassofonisti, trombonisti, trombettisti), nonché dal comparto voci tradizionali dei Faraualla, che è il momento più eletto per proclamare orgogliosamente la propria provenienza.

Restando ai Minafra, Livio Minafra ha recentemente pubblicato un paio di cds parecchio interessanti: il primo è la trasposizione di un concerto al Talos Festival di Noci del 2014 con il batterista sudafricano Louis Moholo (ora aumentato a Moholo-Moholo poiché diventato capo clan dopo la morte di sua nonna). "Born free" è uno spaccato delle capacità di Livio che si incontra con un padrone di stile come Moholo, un rappresentante storico di quel jazz orgogliosamente prodotto a partire dalla fine degli anni sessanta in Sudafrica. Una prova impegnativa per Minafra, perché Moholo nella sua lunga carriera ha registrato pochissimo in duo con pianisti e quando l'ha fatto si è trattato di dischi importanti.* 
D'altro canto i Minafra hanno da sempre guardato con una lente di ingrandimento quella tipologia di jazz, invitando i due Tippett e Moholo ad una prefigurazione integrativa di idee. Il risultato di Born Free nasce dall'esperienza del Canto General (il gruppo predisposto da Pino Minafra per accogliere la collaborazione), ma segue la necessaria interazione che deve esistere tra due personalità distinte e in definitiva è più Minafra che va incontro a Louis (il risalto è udibile nella notevole Kanya Apho Ukhona); tuttavia le cose diventano grandi nei quattordici minuti di Flying Flamingos in cui Minafra parte con una sequenza a mò di rullo compressore che poi diventa piena esplorazione della tastiera: c'è un motivo che ogni tanto sobbalza avvicendandosi con ampi strati di free jazz vittime di un trasformismo classico (intendendo con questo termine la contaminazione di quello pianistico del jazz del primo novecento). Moholo tiene le redini dei temi magnificamente con il suo solito training poliritmico, diviso tra l'esalazione dei piatti ed un caratteristico saltello al tamburo. Born Free sorregge quasi alchemicamente il passaggio di un jazz incredibilmente valido ma oggi trascurato, in cui capo clan Moholo suona ancora splendidamente e Minafra devia con profitto dai suoi percorsi naturali.

Per ritrovare il Livio Minafra progettuale c'è il nuovo Sole Luna in arrivo: Livio me ne parlò sommariamente all'ultimo Talos festival, indicandomi anche una strada nuova della sua musica, quella della utilità dell'ascolto. La suddivisione delle composizioni in una parte dedicata al sole ed una dedicata alla luna è come una sorta di contenitore/scrigno di emozioni che si vuole mettere a disposizione: nella musica imparentata con il jazz un'operazione simile fu fatta da Joe Jackson nel suo Night and day, un lavoro che pregustava suoni e temi della New York multi-etnica dei primi anni ottanta, quando il fenomeno migratorio era in pieno fermento nella città statunitense. Oggi Livio presenta un territorio differente (il suo territorio), che si esplica con le carte dell'attualità e con una diversa situazione creatasi in Europa, dove l'Italia e il sud giocano un ruolo importante e delicato. Ma non è un disco drammatico, che vuole seguire eventi luttuosi o senza soluzione, piuttosto si preoccupa di elargire sensazioni compatibili con diversi momenti della giornata, alcuni che stimolano la felicità, altri la riflessione, lasciando all'ascoltatore il compito di una loro sistemazione logica. Che il gioco strumentale con gli oggetti fosse una sua passione lo sapevamo dai suoi concerti, ma non potevamo immaginare che Livio avesse il bisogno di introdurre più tecnologia: piano elettrico, loop station, beatbox, varie melodiche, glockenspiel, balaphon e persino una diamonica bontempi. Probabilmente questo lavoro deve molto alla nascita del figlio e all'inusuale allargamento sonoro a cui un musicista attento fa fronte in quei casi: Born Dia, ossia l'apertura della parte Sole, è quasi programmatica nei suoi intenti e ci allontana abbastanza da quel Minafra classico e cosmopolita che abbiamo conosciuto nelle registrazioni precedenti: qui si evidenzia una linea melodica del toy o di un loop con il piano che riempie gli spazi a mò di un Metheny Group (quello apertamente melodico del post anni ottanta); un motivo pianistico vicino a Monk libera l'omaggio a Mengelberg e Bennink (Han e Misha), mentre dei tuoni e una voce in beatbox in Rio Solare, introducono Livio in un'estensione fenomenale del pianoforte (una fusion perfetta per salire su un autobus?); i giochini elettronici offrono una base armonica senza difetti al piano di Madre Stella, mentre El Huracàn, una veloce costipazione ritmica al piano e l'onirica conclusione diCieli ci avvicinano alle convulse operazioni di Jackson; resta comunque eccezionale la fluidità e la fruibilità del lavoro che, penso, non abbia precedenti validi in Italia.
Il passaggio alla parte Luna coglie anche quello che va dal trambusto del giorno alla riflessione serale: l'omaggio a Salis ha un vantaggio nell'uso risonante del pedale del piano che espande il tema melodico, mentre l'arpeggio estensivo privilegia Il mare; con grande intuito Minafra utilizza spezzoni dei temi dei films di Fellini per ritrarre il nostalgico sentiment odierno, così come un giochino accompagna il piano solitario di Sarajevo; ci si sente come in un teatro di marionette dove rappresentare un Pierrot ferito, e dove suoni sintetici accolgono la bellissima avanscoperta di La pioggerellina di Bogotà; c'è anche tempo per un tenero ritratto ai migranti di Haylan e la Luna, che grazie agli aggeggi infantili riscopre l'umanità dell'accoglienza. 

Nella terra del Salento un connubio che funziona è quello tra Valerio Daniele e Giorgio Distante: in Acqua minutilla e ientu forte, nuovo cd per Desuonatori, si ripropone un jazz implicitamente rivestito di quella carica nostalgica che abbiamo imparato ad apprezzare dai musicisti Ecm in tempo memore. Il progetto dei due musicisti ha certamente un'impostazione di base che ha quella condensazione, ma è anche una porta aperta all'improvvisazione d'effetto, che lavora anche sull'anti-convenzionalità delle metodiche di suono. E' così che quindi si sprigionano note volutamente confuse, contorte che smistano sensazioni alterne, di un imminente incombenza (Bianco) o di una fantastica liberazione (Me minore); se Frisell e Rypdal sono i test di Daniele, e Stanko e Rava quelli di Distante, è vero che c'è un percorso autobiografico sostenuto, quello di una melodia che parte da lontano, terra di provenienza mischiata a passione; l'importante è solo accorgersene, non solo quando si arriva a Leuca o a Due giornate nel campo di tabacco, un'ode acusticamente perfetta per celebrare il ricordo delle donne che arricchivano il controverso panorama del benessere salentino.

Le suggestioni di Angelo Adamo ci spostano in Calabria e Sicilia: Adamo è uno specialista dell'armonica, ma come ribadito da Maletto su Musica Jazz in occasione del suo primo cd, è anche un one-man show. Un viaggio tra Cosenza e Scicli è l'ispirazione di questo Caronte fra Calabria e Sicilia, dove il musicista con un attento lavoro di post-produzione compone, arrangia, suona l'armonica (anche preparata), piano, chitarra, percussioni ed elettronica leggera. Il talento di Angelo mi era sfuggito e posso senz'altro affermare che questo lavoro per la a simple lunch sia centrato con la desolazione dei paesaggi e delle narrazioni torbide che l'armonica sa creare naturalmente in assenza di vocalità pura. Pur incarnando una visione etnica recente, il cd è pieno di esperimenti riusciti: Marranzano è una sinfonia popolare dove le sovraincisioni fanno miracoli mischiandosi anche con un implicita vena ironica; L'Urlo polverizza la paura; Inno al dio di tutti sembra ricalcare le orme di una preghiera di donne in chiesa; Vespro ci riporta in un inno marziale ante-literam, mentre Visto da qui mostra per l'armonica una capacità elettroacustica che è raro ascoltare in giro. 

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Nota
*quelli a mia conoscenza sono quelli con Keith Tippett, quello nel '82 -No Gossip + Mpumi nel 2005 (in quest'ultimo c'è l'aggiunta di un brano con Mervyn Africa e uno con Pule Pheto), poi l'omonimo con Irene Schweizer nel '87 per Intakt, il Remembrance nell'89 con sua maestà Cecil Taylor, nel '95 con John Law in The boat is sinking, apartheid is sinking, ed ancora con Stan Tracey, Ogun 2005 e Marilyn Crispell in Sibanye, Intakt 2008.

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