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giovedì 16 giugno 2016

Pindio: H.C. e la recente improvvisazione spagnola

Non penso di sbagliarmi nel pensare che l'attuale scena improvvisativa spagnola si svolga tra Madrid e Barcellona, e non penso nemmeno di sbagliarmi nell'attribuire una vena più sperimentale alla città madrilena rispetto alla realtà di Barcellona: c'è posto per eventi come quello svoltosi solo qualche giorno a Madrid, un festival-maratona dell'improvvisazione libera in cui hanno partecipato più di 30 improvvisatori del posto; sono kermesse costruite su basi specifiche, dove le usuali aggregazioni pluri-strumento che usualmente coinvolgono queste manifestazioni, sono state poste in secondo piano da quella improvvisazione geneticamente collegata alla danza, all'art performance o alla relazione con la poesia, lavorando sullo spazio elettroacustico con un fine consone alla sperimentazione. La nuova generazione di musicisti spagnoli sta cercando di recuperare un gap profondo con l'autonomia delle proprie proposte, tentando di boicottare coloro che pensano che il problema dell'isolamento sia solo stato una conseguenza di quello vissuto a livello politico, e sono molti gli attori che negli ultimi dieci anni cercano di trasferire nuova linfa e nuova credibilità in un settore, come quello dell'improvvisazione, in cui in linea generale gli spagnoli non sono stati considerati più di tanto: non è un caso che ancora oggi la stampa internazionale dell'improvvisazione sembra seguire con poco vigore le sue novità (in verità anch'io ho dato più credito alla linea portoghese), privilegiando le vicende artistiche di pochi suoi rappresentanti (penso ad esempio ad Agusti Fernandez, un emblema dello sconfinamento oltre il jazz), sulla convinzione che l'improvvisazione in Spagna seguisse solo canali tradizionali (quelli delle relazioni più strette con il jazz e della celebre tinta idiomatica in esso presente). Va da sé che nel nuovo secolo l'underground musicale, le infiltrazioni di genere e lo stesso jazz, sulla scorta di molti insegnamenti captati dall'esterno, hanno trovato rinnovato interesse in Spagna: specie a Barcellona, si può intercettare una nutrita schiera di artisti che scambiano esperienze, ritrovandosi a suonare in progetti condivisi che tentano di alzare l'asticella della qualità della musica. Non solo sponde riconosciute come Agusti Fernandez o Ramòn Lòpez, ma anche giovani musicisti come i sassofonisti Albert Cirera o Pintxo Villar, i percussionisti Arnau Obiols o Vasco Trilla, il trombettista Pol Omedes, il chitarrista Marcel Bagés, la cantante Maria Arnal, tutti artisti che mostrano una poliedrica preparazione ed in alcuni casi progetti validissimi.
La prima incisione spagnola per la Leo Records (che la dice lunga sul ragionamento appena fatto) dà la possibilità ad altri quattro giovani, talentuosi musicisti, di gettare le basi di quello che sembra poter essere un ulteriore ponte per il riconoscimento internazionale, dato che finora molto materiale passava per netlabels o microblogs specializzati: si tratta del progetto Pindio, un quartetto in cui suonano il flautista Juan Saiz, il pianista Marco Mezquida, il contrabbassista Alex Reviriego e il batterista Genìs Bagés, che si esprime in  "H.C.", uno straniante connubio improvvisativo che incrocia diversi elementi nella speranza di forgiarne uno nuovo. Con molta coerenza ognuno porta la sua personalità e se negli intenti Pindio sembra poter appartenere a Saiz e Mezquida, nella pratica dà risultato di insieme. Per Juan Saiz si tratta di tagliare in maniera trasversale le relazioni tra il jazz di Yusef Lateef e Roland Kirk con i soffi accademici che si avvicinano alle sincopi della scrittura contemporanea, quantomeno quella predisposta per l'acustica (Saiz può essere apprezzato per questo motivo anche per via di un cd in solo, che contiene esibizioni effettuate presso una cava), mentre per Marco Mezquida l'arcobaleno è fatto dei colori del pianismo di Mehldau e più in generale del nostalgico favore che i pianisti Ecm hanno profuso per la Francia del primo novecento; quanto a Reviriego al contrabbasso (che spazia anche nell'improvvisazione libera) e Bagés alla batteria, trasferiscono i loro modelli jazzistici in un'operazione che non tende al vantaggio solistico, ma ad un lavoro di équipe che incastona pezzi melodici e ritmici delle più svariate misure, sebbene sia il jazz ad avere lo sfondo nel complesso più vivo. 
Le operazioni come H.C. somigliano un pò a quei simposi biologici che tentano di trovare un farmaco utile per sconfiggere malattie: formazioni bop e introversi impasti impressionistici (XXL, Nena, La badia mes maca del mon), eccitazioni ritmiche che sanno tanto di mainstream, intermezzi vissuti come obbliqui incroci tra inner sound del piano e sovraesposizioni del flauto (Pindio #1, La cuena le cabres), l'assalto blues di un contrabbasso alla Mingus che lavora accanto alle finezze di una batteria in tentata emulazione Motian (Alex, nos enganan). Impossibile non consigliarlo, tuttavia non sarebbe male spingersi oltre questo progetto e approfondire questa scena in emersione, poiché penso che formazioni come i Pindio siano rappresentati della punta di un iceberg che ha sviluppato già al suo interno interessanti conglomerazioni musicali.




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