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sabato 18 giugno 2016

Peter K Frey e Daniel Studer: 15 anni di contrabbasso

Quando si parla del contrabbassista Peter K Frey si ripassa inevitabilmente la storia dell'improvvisazione libera in Svizzera, e questo per due ragioni: la prima è legata alla creazione della prima scena di improvvisatori a Zurigo, avvenuta sotto influenza indiretta tedesca grazie all'interessamento del pianista tedesco Urs Voerkel, che nel 1970 si stabilì a Zurigo dando vita al pionieristico quartetto dei Formation (oltre a Voerkel e Frey anche Markus Geiger e Herb Hartmann), suonando in un appartamento sul fiume Limmat in cui andarono a vivere Markus Geiger, Michael Seigner e Irene Schweizer (poi diventò residenza temporanea anche di altri musicisti tra cui Waldron); in Svizzera non c'era nessun interesse per l'improvvisazione libera ai tempi di Frey e lo stesso contrabbassista (così come gli altri musicisti) dovettero lavorar duro per tenere in vita quella sconosciuta oasi musicale: sembra che quasi tutti dovettero inventarsi un altro lavoro per sostenere la carriera del musicista e quella prospettiva.
La seconda ragione è legata invece alla nascita del Wim (Workstatt fur Improvisierte Music), che risale al 1978 circa, all'epoca in cui Frey, assieme al sassofonista Christoph Gallio e lo stesso Voerkel, organizzarono a Zurigo un vero e proprio laboratorio dell'improvvisazione, prendendo in gestione un locale specifico per l'uso e mettendolo a disposizione della comunità degli improvvisatori svizzeri e non, con organizzazione di corsi, esibizioni e pratica improvvisativa che durano tuttora. Lo stile promosso da Frey era un perfetto viatico alle segmentazioni innaturali dei compartecipanti: se Voerkel aveva sviluppato una tecnica pianistica che scavava negli anfratti disagiati di un Paul Bley, Frey era l'emblema della compulsività al contrabbasso: schiocchi, dissonanze trovate nei più beceri anfratti dello strumento, trasformazioni cerebrali da micro-mondi surreali. Intorno a Frey e a questi musicisti creativi (soprattutto svizzeri e tedeschi) si raccolsero molti improvvisatori che ne potevano condividere il potenziale, tra i quali (rimanendo in terra svizzera) si ritrovarono il cellista Alfred Zimmerlin, il clarinettista Hans Koch ed il pianista Fredi Luscher, finché nella nuova generazione di improvvisatori svizzeri post-anni ottanta Frey incontrò Daniel Studer, contrabbassista dal profilo meno invasivo dal punto di vista ritmico, con una propensione maggiore alla risonanza dei suoni e all'uso di tecniche coinvolgenti il live electronics. Il progetto tra i due cominciò nel 2001 con un'interessante esplorazione timbrica veicolata su Zweierlei, inciso solo nel 2006, ma non c'è dubbio che Studer intercettò nella sua formazione musicisti preparati ad un ammodernamento del linguaggio in termini di mezzi espressivi (danza, video, poesia) e a tal fine ebbe la possibilità di arricchirsi con Jacques Demierre, Giancarlo Schiaffini e molti musicisti italiani nel lungo periodo trascorso in Italia prima di ritirarsi in Svizzera.
"Zurich Concerts: 15 years of Kontrabassduo Studer-Frey" è dunque la summa delle impostazioni dei due contrabbassisti svizzeri, poiché qui si passa in rassegna la concezione di 15 anni di tecniche e collaborazioni, non solo ottenute nello scambio interpersonale ma anche relazionandosi all'attività improvvisativa svolta con i partner privilegiati: coerentemente organizzati, i due contrabbassisti dispongono del loro ampio bagaglio timbrico per tutti i musicisti che li hanno accompagnati in questi anni, offrendo un saggio della loro bravura in soluzioni tecniche adatte per un trio d'archi + trombone (le evoluzioni dei due assieme al violinista Harald Kimmin e a Giancarlo Schiaffini), per un quartetto di contrabbassi atipico (assieme a Christian Weber e Jan Schlegel all'e-bass), per un quartetto d'archi + piano e chitarra elettrica (i due assieme al cello di Zimmerlin, al violino di Kimming, al piano di Demierre e alla chitarra di Michael Seigner), nonché fornendo sostegno per le avventure solistiche spezzettate di Magda Mayas, Jacques Demierre, John Butcher e Gerry Hemingway ai rispettivi strumenti. In tutti i casi queste lunghe elucubrazioni che sembrano appartenere alla terra di nessuno, sono stati sensitivi che esprimono un mondo subdolo, stratificazioni di suoni non leggibili in prima istanza che tuttavia hanno una propria logica del raggiungimento: è un'officina dei suoni che va immaginata come un dialogo in totale estraneità delle regole del linguaggio corrente, a cui però bisogna fare attenzione per scoprire le proprietà finissime dei climax comuni alle specificità di un'opera d'arte astratta.


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