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sabato 4 giugno 2016

Jack DeJohnette in Movement

Come sottolineato da Berendt nel suo indispensabile The Jazz Book, nella batteria jazz si sono sempre viste coppie di modelli contrapposti per individuare riferimenti stilistici (ad esempio in era be-bop il dualismo era Roach-Blakey, in epoca free jazz Blackwell contro Cyrille, in Europa il free era condiviso tra Bennink e Favre e così via); per ciò che riguarda la fusion il pensiero immediato è al periodo Bitches Brew di Davis, periodo in cui orbitavano attorno a lui batteristi come Tony Williams e Jack DeJohnette, ma per una più forte contrapposizione forse si dovette aspettare qualche anno, quando emerse il potente drumming di Billy Cobham. Si può comunque affermare che un contrasto tra quest'ultimo e DeJohnette era piuttosto netto dal momento che Jack, negli anni in cui Cobham si affermava con le sue cavalcate ritmiche, si faceva portavoce di una multidirezionalità raffinata dello stile della batteria. Naturalmente diverso anche da Motian, DeJohnette con dischi eccellenti come Have you heard e Picture, pose in rilievo la sua raffinata poliritmica idea, perfetta congiunzione della concezione di impianti ritmici trasaliti con un istinto compositivo. Le improvvisazioni di DeJohnette sono dialoghi di una ipotetica partitura, come strutture che rimbalzano nella mente del musicista al momento dell'esecuzione. Questa caratteristica è stata la sua grande fortuna poiché quell'istinto è stato compreso e si è ritrovato nella sua opera praticamente dappertutto: l'esperienza del gruppo Special Edition, in cui i ritmi moltiplicati vengono adattati ad un progetto di condivisione di generi, ne costituirà una prova inconfutabile ma essa rappresentò solo l'inizio di un percorso in cui Jack mostrerà interesse nell'applicare la sua visione a qualsiasi collaborazione musicale o rapporto posto in essere. In definitiva uno standard del pensiero. La Special Edition pubblicò una cinquina di albums ammanicati con le più varie aperture, partendo dal jazz (spesso quello più edonisticamente vicino al rock), al free jazz senza disdegnare ponti con l'improvvisazione più spinta e con alcune realtà musicali etniche: di quel gruppo ognuno può scegliere l'album più incline ai propri gusti, così come deve riconoscere che l'interessamento ai canti indigeni e alla musicalità africana attuata con Foday Musa Suso, pur nella sua avida ricerca di compromessi, lasciava inalterata l'importanza della funzione popolare. D'altro canto DeJohnette compresse notevolmente il suo drumming integrale nei progetti allargati (compreso la Special Edition), lavorando quasi come un gregario in essi e dando spazio ai musicisti e alla loro personalità, in un modo che nemmeno essi pensavano di avere (si pensi a Murray, Purcell o Freeman). Un ritorno inaspettato ed esaltante alla radice stilistica, senza troppi inquinamenti, ci fu nel '95 con "Dancing with nature spirits" in trio con il pianista Michael Cain e il sassofonista/flautista bansuri Steve Gorn, ma in verità anche la collaborazione con John Surman in Invisible Nature non può essere elusa dalle primizie discografiche del musicista.
L'abitudine che gli ascoltatori jazz hanno fatto degli ultimi quindici anni nei confronti del batterista americano si crogiola sugli avvenimenti del trio con Jarrett e Peacock, impegnato a dipingere una serie colorita di standards; tuttavia DeJohnette ogni tanto si è fatto vivo con operazioni solo a lui ascrivibili, anche se esse in verità non si caratterizzano per l'indole del ricordo esteso nel tempo: quanto a Frisell prima di lui c'erano stati Abercrombie, Scofield, etc., così come quando pensiamo ai quartetti del tipo di Music We Are si entra in un quasi decadimento se confrontati agli Special Edition. Perciò il recente "In Movement" arriva con sorpresa e piacere in un momento in cui la batteria jazz è satura nel trovare novità generazionali: il trio con Ravi Coltrane e Matthew Garrison si basa sull'ottima scelta dell'interazione, facendo confluire vecchie idee (le sue, mai tramontate) con nuove idee adeguate ai tempi, che non contengono più quella dose di sereno dinamismo; il basso di Garrison è una superficie marmorea sulla quale il batterista americano non ha mai lavorato (vedi Alabama o Two Jimmys), così come il percussionismo latente di DeJohnette a doppia velocità, risulta di stimolo per Coltrane, che si addentra anche in territori più ruvidi del solito (vedi la title track ma soprattutto l'ottima Rushied). 


Discografia consigliata:
-Have you heard (con Maupin, Ickikawa e Peacock), Milestone 1970
-Pictures, Ecm 1976
-Tin Can Alley, Ecm 1980
-Inflation blues, Ecm 1982
-Album album, Ecm 1984
-Music for the Fifth Wordl, Manhattan 1992
-Dancing with the nature spirits, Ecm 1995
-Invisible Nature, Ecm 2000
-Music from the hearts of the masters, Golden Beams P., 2005


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