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lunedì 13 giugno 2016

I neuroni magici: Changeux, Boulez, Manoury

E' un ambizioso tentativo quello di sistemare i rapporti tra le neuroscienze e la musica: l'obiettivo iniziale è quello di tentare di verificare se le scoperte scientifiche (nel caso in questione la visualizzazione del sistema nervoso del cervello, lo studio delle relazioni in base alla sua principale fonte di investigazione, il neurone) possano essere confermate dall'esperienza dei compositori e dei musicisti; ma è solo l'inizio di qualcosa che può diventare importante per il futuro. Jean Pierre Changeux, neurobiologo di risonanza internazionale, assieme ai compositori Pierre Boulez e Philippe Manoury, nella apparente sommarietà di una sorta di dialogo-dibattito a tre, si fa carico di istruire questa materia nuova ed interessante: l'oggetto di tale sorta di indagine si colloca in una pubblicazione per Odile Jacob nel 2014 dal titolo Les Neurones enchantés: le cerveau et la musique, pubblicazione che la Carocci Editore ha prontamente tradotto in italiano con I neuroni magici: musica e cervello. Changeux guida le fila dei ragionamenti e si propone come una specie di moderatore degli argomenti, solleticando l'interesse dei due compositori francesi attraverso l'illustrazione di alcuni punti fermi raggiunti dall'analisi neuroscientifica; è così che ci si inoltra in territori avventurosi che partendo da definizioni specifiche della musica, dell'arte e dell'estetica, arrivano alla comprensione di un sistema fatto di stimoli e di comportamenti concludenti più o meno coscienti, allo scopo di trovare nel confronto dei punti di incontro delle analisi proposte: aldilà della discussione di altissimo livello che si deve apprezzare nello slancio interpretativo delle proprie discipline, ritengo che il libro contenga alcuni disallineamenti significativi o questioni di notevole interesse, che andrebbero ulteriormente approfonditi e dibattuti:
a) gli schemi profusi nel capitolo dedicato alla fisiologia della musica, a proposito della percezione musicale (realizzata anche con schemi grafici) evidenziata in alcune parti del cervello, realizzano che l'organizzazione e l'abitudine al riconoscimento strutturale dei suoni è condizione essenziale per stimolare l'apprendimento maturo dell'ascoltatore; in sostanza, accanto ad una predisposizione genetica, colui che ascolta musica non usa il cervello come riflesso dei suoni ascoltati, ma riesce tramite esso a comprendere la complessità della musica, sviluppando una capacità di analisi che è frutto dell'esperienza acquisita. In merito a quest'ultima, Boulez sollevava dei pertinenti problemi dovuti al campionamento degli esperimenti, all'età e alla formazione musicale dei "cervelli" analizzati, un'enigma che d'altronde si spera di risolvere in futuro. 
b) dall'imaging celebrale risaltano dei processi di mascheramento delle attività celebrali in relazione agli stimoli musicali: gli stimoli veloci e frazionati nel tempo non vengono percepiti, dando vita ad un'elaborazione non cosciente del materiale musicale. Inoltre le zone deputate nel cervello a rispondere agli stimoli normali (che possono essere anche visivi o tattili) ritardano comunque la sincronizzazione neurale del suono ascoltato in un intervallo di tempo piuttosto considerevole (da 0,15 a 0,30 secondi), mettendo in crisi l'esperienza di Boulez che invece non percepisce questa differenza temporale.
c) i rapporti tra musica ed altre arti, in particolare quelle visive (pittura o arti plastiche), mostrano che è possibile una convergenza dello spazio aurale in cui esse si presentano: la pratica della sinestesia, così tanto sviscerata nel novecento da alcuni famosi compositori (Scriabin o Messiaen) e pittori (Klee o Kandinskij), verrebbe sostenuta dall'imaging celebrale che mostra una notevole mole di connessioni nelle aree interessate del cervello. E' un'affermazione che non trova conforto nelle idee di Boulez e Manoury, che suggeriscono che trattasi di suggestioni estetiche, non verificabili nell'ambito della potenza dell'immagine mentale.
d) Changeux, nell'esaltare l'importanza della creazione dell'IRCAM come centro specializzato per favorire la creatività dei compositori e musicisti, critica allo stesso modo la mancanza di studi sui rapporti tra musica e le scienze cognitive al suo interno, ossia di quelle discipline che si interessano alle leggi acustiche, fisiche e psicologiche dei suoni, che possono essere di supporto all'analisi creativa.
e) i bambini occidentali hanno una cosiddetta disposizione "universalistica" all'apprendimento musicale, ossia la tendenza ad assimilare qualsiasi tipologia di musica (da quelle orientali alla contemporanea) e a riconoscerne le variazioni (cambiamenti nella melodia e nell'armonia): si tratta di un patrimonio genetico che verrebbe a formarsi già subito dopo i primi mesi di vita. Nonostante le sparute analisi in possesso dimostrino che, almeno fino ai 6 mesi di vita i bambini sembrino amare la consonanza e i procedimenti armonici semplici dell'Occidente (le "commerciali" ninna-nanna ne potrebbero essere un veicolo), non si esclude il contrario. I due compositori contestano il tipo di esperimento che parzialmente proviene dal campo della psicologia sperimentale, adducendo che questa potenziale apertura notata nell'infante non sia nemmeno auspicabile per una coscienza che non si è ancora formata.
In definitiva I neuroni magici è senz'altro un libro stimolante e per niente difficile se rapportato agli argomenti trattati, uno di quelli che liberamente invoca la rilettura.



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