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domenica 15 maggio 2016

Tai No Orchestra: Terra Australis Incognita o Terra promessa?

Sembra che i locali milanesi siano particolarmente ispirativi per i progetti importanti dei musicisti: ricordo che Giorgio Gaslini diceva, in un'intervista a Ielmini, che fu un adeguato locale della città che gli consentì la stesura del manifesto sulla musica totale; allo stesso modo, l'esperienza della Tai No-Orchestra, è venuta fuori oggettivamente nell'incontro di tre musicisti che hanno formalizzato ufficialmente le loro idee (Massimo Falascone, Roberto Del Piano e Roberto Masotti) nell'area di ristoro del piano seminterrato dell'Upim di Piazzale Corvetto nel maggio del 2013. Naturalmente non estranei a progetti alternativi di musica improvvisata, in quella sede i tre decisero di organizzare un palco nutrito di artisti senza concezioni idiomatiche, con la volontà di renderlo adeguato ai tempi. Si usa ancora il concetto di orchestra, ma di orchestra intesa nel senso comune del termine vi è poco e va interpretato. Il riferimento all'orchestra nasceva probabilmente dalle sollecitazioni culturali provate dai tre musicisti negli anni settanta, un periodo in cui il concetto tradizionale di orchestra nel jazz e nelle relazioni libere di esso, aveva un significato più stringente e non teso a determinate caratteristiche (se si pensa alle esperienze delle orchestre improvvisative inglesi, tedesche o italiane stesse è indubbio che l'ilarità di una prosa o di un atteggiamento alla Zappa erano elementi praticamente assenti). Tuttavia ripetere le esperienze già vissute dall'avanguardia milanese o toscana di quegli anni (un pedigree di certificazione umana riconosciuto ai tre fondatori) avrebbe alimentato l'anacronismo: c'è una nuova situazione dell'improvvisazione libera che va studiata, un progetto che per interessare deve fornire punti di congiunzione del pensiero in un'ottica rinnovata; un'orchestra "alternativa" oggi non può prescindere da un suo variabile comporsi, deve sottolineare individualità e al tempo stesso trovare un accordo nel complesso delle relazioni che legano i suoi elementi; deve far spazio alla poesia, al divertimento e alla recitazione suscitando un'enfasi quasi riduttiva da leggersi nelle righe degli eventi; deve dar posto all'improvvisazione "guidata" da immagini, proiezioni video o elettronica, che siano in grado di stimolare anche quelle nuove generazioni di musicisti cresciute anche con mezzi non strettamente acustici; sostituire i retaggi jazz di un'orchestra concentrandosi sulle proprietà del suono, incrociando le singole e variabili personalità dei partecipanti e per questa via, rendendole attraenti agli occhi del pubblico; uno spettacolo totale in cui trovare la giusta collocazione della musica in un'area di totale assenza di pregiudizi, dove mai come prima sono fondamentali le qualità professionali ed emotive degli artisti, gli spazi della rappresentazione e persino una super-matura tipologia di ascoltatore. Un progetto esplorativo, che necessità di musicisti preparati e di luoghi adeguati, senz'altro suscettibile di ulteriori perfezionamenti che forse non è solo teso alle sensazioni di un viaggio; è un monito indiretto a coloro che sono irrimediabilmente legati alle concezioni jazzistiche, un silenzioso avvertimento a puristi e mediatori circa il fatto che il futuro dell'improvvisazione passa attraverso altri parametri, una sorta di terra promessa in cui riconoscere il valore del proprio lavoro. 
Il primo Tai Fest organizzato al Moonshine è stato immortalato in una doppia registrazione su Setola di Maiale con una serie di partecipanti che vi riporto in nota*: è qualcosa che si apre a molteplici prospettive, anche di coordinata geografica, così come si percepisce sin dalle prime note tenute a battesimo nel primo volume dal trio Falascone (sax alto), Monico (percussioni) e Tacchini (tastiera) o negli interludi classicheggianti tenuti dai fiati di Arcari (clarinetto, ocarina ed oboe) e da Prati al violoncello; richiama astrusità che sono solo vittime di sincopi jazz (il trio Lugo/Del Piano/Monico); riaccende il lugubre e la psichedelia ante-litteram con la presenza della Moonchy oppure calca la mano su una modalità del tutto anticonvenzionale del banjo grazie a Botti.
Il secondo volume è ancora meglio: Falascone e la Novaga si impongono in una suite gigantesca di circa 18 minuti, in cui il sassofonista si ritaglia lo spazio del portatore d'immagini, impostando il suo sax frammentato, al limite del gemito o del crepitio, su una fornace ardente di suoni elettrificati, distorti ed imperiosi che provengono dalla chitarrista milanese; un pò di subdola "malattia" contemporanea emerge nelle cameratistiche visioni del quartetto Botti/Locatelli/Bolognesi/Arcari (impossibile non pensare allo Zorn della produzione classica), così come pressante è l'empasse dell'elettronica che si subisce grazie alle tastiere e al crackle box che si presenta come una componente curata da Masotti (di cui si apprezza anche il lavoro fotografico) e Lo Presti, anche verificabile sul versante che lega il potere associativo dei suoni alle immagini video. Finale dedicato alla "demenza buona" e alla lettura decontestualizzata di alcune poesie, nell'ottica di un'integrazione con la parte musicale.

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Nota*:
Gli "aderenti" sono: Filippo Monaco, Alberto Tacchini, Massimo Falascone, Mario Arcari, Claudio Lugo, Roberto Del Piano, Pat Moonchy, Stefano Bartolini, Eugenio Sanna, Paolo Botti, Giancarlo Locatelli, Alessandra Novaga, Silvia Bolognesi, Angelo Contini, Edoardo Ricci, Robin Neko, Roberto Masotti, Gianluca Lo Presti.
Qui il sito internet.


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