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mercoledì 25 maggio 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: da Ismene al riduzionismo


In questa puntata ci dedichiamo alle percussioni, in un ipotetico cerchio che si chiude tra ancestralità e modernismo.
Sono in molti coloro che vogliono oggi riportare l'ascoltatore nei territori ancestrali della scoperta della loro interiorità e fragranza culturale attraverso la musica, ma uno di quelli che ci riesce meglio di tutti è Massimo Barbiero. Il suo nuovo solo, dal titolo Mantis è strutturato come suite che raccoglie le idee profuse in una carriera che ha fatto di tutto per riportare in vita l'umanesimo dei suoni delle percussioni. In questo lavoro la diversità è provocata dall'utilizzo di un ampio parco percussivo e non solo delle tradizionali marimbe o vibrafoni, tale da destare l'impressione di organizzare un disco in tendenza progressiva e non celebrativa. Ismene, una dei soggetti richiamati dalla titolazione, era una rappresentante della rassegnazione nella mitologia, ma in Mantis più che di rassegnazione si deve parlare di flusso proponente, specie quando si arriva agli 8 minuti di Rahat Lukum, che sembrano funzionare su un monito. Le operazioni svolte da Massimo, il suo modo di toccare gli strumenti e quell'odore di consacrazione alla riflessione partita dai filosofi greci, sono elementi imperturbabili, tremendamente legati al suo stile, che accetta solo suoni buoni, evocativi. Una meraviglia per le orecchie pensanti.

Piombati nella contemporaneità, il progetto Adiabatic Invariants (Luca Gazzi e Marco Matteo Markidis) lavora alacremente su quell'area progettuale che si sostanzia della sovraesposizione o rilievo dei suoni. Il mondo percussivo è il candidato ideale per sviluppare questo concetto, nonostante di strada in tal senso se ne è fatta; la proposta di Gazzi e Markidis è però del tutto particolare, perché cerca di trovare risposte dal lato dei contenuti dell'ascolto.  Inciso live presso gli studi di Tempo Reale a Firenze (vedi qui), dopo aver ricevuto la residenza dal centro di ricerca toscano, "Estensione e rimozioni" continua sulla linea espressa da HKPD, ossia quella della rappresentazione di un misteriosa e sottaciuta realtà sonora, una sorta di area nascosta dell'inconscio, guidata dai lenti, improvvisati ed inesorabili effetti acustici guidati da un set percussivo composito, tutto sbilanciato sul versante della risonanza acustica, con il live electronics che si prende il compito di rendere efficienti i processi delle dinamiche sonore e delle spazializzazioni, oltre a quello di accendere i focolari dell'interdizione elettronica. La volontà è quella di esplorare, attraverso i suoni così raggiunti con l'ausilio della tecnologia, l'istinto dei suoni una volta che essi si sono completamente liberati dalla fonte materiale che li ha prodotti. In tal modo è possibile ripercorrere la gamma sentimentale che si esplica "sottobanco" nella nostra vita e che Gazzi e Markidis hanno esplicitamente colmato nella titolazione dei brani: mai come in questo caso la cultura del sibilo di un metallo ha una valenza non limitata all'attenzione posta sui suoni prodotti; i ventiquattro minuti circa di Estensione non sono solo un perfetto ritratto dell'equilibrio raggiunto, ma consegnano uno spettro incisivo di un lavoro effettuato in sede avanzata e ciascuno per la propria parte, in linea con quanto si sta facendo nei migliori centri di ricerca e produzione contemporanea, ossia lasciar perdere le tendenze cibernetiche della musica per lavorare su un futuro che rispetti ancora le caratteristiche e la personalità dei suoni.

Intorno al 1995 a Berlino si parlava molto di "riduzionismo" della musica. Sebbene i musicisti coinvolti non fossero totalmente d'accordo nell'accettare una definizione riduzionista del loro lavoro, non furono pochi coloro che cercarono di applicare ai suoni quelle proprietà parcellari tipiche della riflessione filosofica scomposta nella biologia. E' oggi un ramo dell'improvvisazione libera coltivato geograficamente a curva tra l'Austria e l'Inghilterra con un senso un pò più specifico, dove i musicisti rivolti all'esplorazione del suono, introducono come essenziale l'atto costitutivo che introduce il suono (il gesto umano), ne fissano le coordinate secondo alcuni principi organizzativi e cercano soluzioni insite nella materia dello strumento. I Polwechsel (in cui militavano Butcher e Malfatti), il percussionista tedesco Burkhard Beins e molti altri musicisti hanno aderito a questa sorta di principio della scorporazione dei suoni, che può essere omologato al riduzionismo quanto meno per via dell'utilizzo di una struttura di base scheletrica, fatta solo dell'apporto del proprio strumento, spesso notevolmente ridimensionato nelle sue parti e nel tipo di approccio della ricerca. Le tecniche non convenzionali lavorano di fianco all'amplificazione (nel campo del percussionismo ognuno porta una propria ricetta, dallo strofinamento con archi fino a quello sulle pelli tramite oggetti o battenti), di fianco all'elettronica che è in grado di aprire la porta alla piena esplicitazione delle dinamiche dei suoni e, non ultimo, di fianco anche a luoghi prescelti per l'esibizione.
In Italia percussionisti vicinissimi alle teorie di Beins sono Enrico Malatesta, percussionista di Cesena, che già da tempo sta cercando nuove poliritmie tramite un minimale set di percussioni, formato spesso da un rullante sulla cui pelle si fanno ruotare oggetti in maniera circolare. Malatesta può essere ben ascoltato in Benandare, che offre un'ottima risposta all'aspettativa di creare una scultura sonora, ma anche la partecipazione al supergruppo di percussionisti formato da Beins, Christian Wolfarth, Michael Vorfed, Ingar Zach, lo vede maturare una delle formule più orgogliose di Beins, ossia l'esplicazione delle fasi Adapt/Oppose, un sistema di segni da lui inventato per seguire l'improvvisazione in alcune sue fasi.
Non meno va seguita anche l'attività di Vittorio Garis, piemontese residente a Vercelli, che pur non avendo ancora un lavoro discografico a suo carico, può essere ascoltato utilmente sulla sua pagina soundcloud, dove troverete un'artista di una sensibilità spiccata, teso anche alle scoperte "casuali" delle percussioni e dell'elettronica collegata ad esse, senza dimenticare le relazioni culturali con arti diverse (le sculture leggere di Fausto Melotti invocano una ricerca di articolazione musicale nello spazio). Oltre alla partecipazione a collettivi opportunamente organizzati (il laboratorio di improvvisazione Webindra o la IUHO Orchestra), Garis conduce la sua sperimentazione segmentare tra le sorprese dell'amplificazione e gli attriti degli oggetti negli "Spazi interstiziali" o tra le preparazioni subliminali di un tamburo congestionato dal live electronics in Kaoss 45.


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