Translate

martedì 31 maggio 2016

Lavori scritti

Simone Santi Gubini, Berlin 2016
La presente raccolta è da intendersi volutamente priva di date e senza alcuna pretesa di sistematicità, poiché soltanto riflessioni che fanno parte dell’attività dell’autore.

Quando è la novità che riferisce, la vecchia comprensione taccia.

I nuovi sentieri seguono tracciati intangibili.

Postulato. Il suono per ogni forma forma ogni suono.

Mucchi di pietra: un sostegno alla qualità.

La cultura è molto legata alla parola. La musica non ha di che parlare.

La stesura è il corpo certo, l’esecuzione una narrazione.

La contemporaneità: il tempo di un lunario.

Dimenticare è appropriarsi di ciò che è stato.

Chi si distoglie da regole di coerenza ne fa di nuove e pur sempre se ne distoglie.

Non importa quale sia la destinazione di un’idea musicale nell’organo in cui essa è posta; rovesciare all’esterno ciò che è irragionevolmente interiore è sopportare delle formule senza un controllo attivo.

Il tempo è non la velocità ma l’unità degli eventi: relazione fra tempi.

La forma è nel punto massimo, il massimo della tensione, non nell’intensità ma nel dipanarsi della tensione inversamente proporzionale all’intensità generale.

La somma dei suoni configura la larghezza dello spazio. Non è l’altezza dei suoni a coincidere, bensì la posizione da essi raggiunta: spazio.

Il tempo musicale è rapidissimo quando la materia è povera.

Tutto quello che sconfina dal sangue e dallo sperma non mi interessa.

Vigore invettivo della scrittura: inventare nuove categorie e distruggere la categoria.

Testo vuol dire tessuto.

I sensi intelligenti? Scetticismo dell’intelligencija.

La composizione è sopra i denti.

Realizzare la luce, creare la luce, inventarla prima che si possa vedere il resto, ovvero oscurarla.

Ritorna ciò che rimane, morto ciò che è, permane.

La musica come tale, la composizione come fabbrica dell’oro.

Postulato. Laddove l’oggettivo è inteso come generico, il soggettivo è specifico.

Massa è collezione d’identità.

Non bisogna mai saperne troppo di tecniche che non sono le proprie.

Senza innocenza nulla si crea.

Nel profondo dell’opera si sfugge al tempo come agli altri e allo spazio sociale.

L’improbabile è più facile del possibile.

Ho paura di perdere ciò che non capisco.

La solitudine è un bene irrimediabile.

Quale quaderno vuole che utilizzi per la sua commissione? Quello nero o quello nero?

Siamo nella decadenza della disciplina, questo vuol dire che siamo nel massimo disciplinato.

Il creatore fa esperienza di ciò che è, l’uomo è ciò di cui fa esperienza.

Non sono nessuno? Non si è mai troppo qualcuno.

Bisogna pensare sempre in polifonia ovvero più pensieri contemporaneamente.

Per cultura non si avranno mai e poi mai intuizioni come per eccesso di questa.

La sovrabbondanza d’etica nell’opera basta a sopperire l’insufficienza morale nella vita.

Certezza formale: incoerenza.

Contrastare l’idea significa renderla più chiara.

Ciò che odio lo tengo sempre sotto mano.

Sono allievo di me.

Non esiste definizione per la musica; si può definirla soltanto musicalmente.

La qualità richiesta deve passare prima per il difetto da evitare.

L’esecuzione deve esaurire tutto ciò che una musica può offrire.

Il valore non appartiene all’ordine d’opinione.

La musica di casa: l’agevole degli uditori.

Un esempio di morfologia: concatenazioni in costante evoluzione.

Il tempo è non la velocità ma l’unità degli eventi - relazione fra tempi.

Il tram e l’autobus: Schopenhauer e Socrate.

La totalità della complessità? L’aria dell’onda.

Bisogna smetterla di fare pittura, cinema, musica, architettura ecc. e realizzare l’arte di là di queste costrizioni, di là del linguaggio, per un’opera naturale, di là degli uomini e del fare.

Si devono far uscire le proprie opere dal mezzo della musica, se si ritorna dentro la musica, le opere appariranno meno radicali.

Mettere in competizione significa creare relazione.

Materialità estrema: la musica deve essere come un rilievo su cui sbattere le corna.

L’ascoltare diventa cercare: il territorio estremo di una serenissima ambiguità.

La pelle della musica, questo è ciò che interessa.

La grande ombra di una proiezione, nessuna solarità alla proiezione, nessuna concessione abbagliante, nessuna consapevole corrosione, ma solo una propria, incombente caducità, questo è ciò che non si può rimuovere: una monumentalità la cui origine è composta da polvere. L’opera perciò reca in sé l’origine e la fine, la polvere e la pietra, questo è il mistero.

Ogni direzione è possibile, ogni dubbio praticabile.

Non faccio musica ma quel qualcos’altro, è come un andare continuamente dall’altra parte e, come spesso ripete un mio amico pittore: il problema è poi riconoscersi.

Un profondo senso di spiritualità dell’opera è la forza etica di un’arte che reclama la propria trascendenza, un processo di conoscenza che conduce alla definizione di una realtà “altra”; le stesse pratiche percettive subiscono sconcertanti modificazioni, il pensiero si abbandona alla purezza contemplativa.

In musica l’atto del pensare è legato al puro artigianato, indispensabile per un compositore, tutto il resto è contemplazione.

Non ci sono certezze nella mia musica, tutto è aperto e definito.

Bisogna scrivere una musica naturale. Che vuol dire naturale? Natura, ovvero? Questa è immensamente serena e di grande forza. Un fulmine è brutale? Non direi, rilascia una immensa forza elettrica, il vento, l’acqua, la terra? Lo stesso! E quando la natura è rilucente, l’uomo, essendo anch’esso natura, ne è profondamente appagato, ma anche la forza appaga, quindi, la musica (non il suono poiché elemento naturale) deve essere creata dalla natura dell’uomo immensamente forte e serena.

Credo sempre più che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato nella molta musica di tradizione classica che si scrive oggi; da parte mia scrivo una musica serena e profonda che è lontana da molte forme musicali attuali, scrivo una musica senza che gli altri davvero la distinguano, una scioccante espressione serena, libera da qualsiasi appartenenza.


Il piacere è l’inconsapevolezza della soddisfazione.

I compositori d’oggi scrivono ciò che si può. Si compone ciò che non si può.

Al dovere il suo dolore, l’innocenza alla sua fatica, maggiore è il dolore che scolpisce la ragione, più grande è la scalfittura, maggiore sarà il risultato della fatica; «focalizzare» in continuazione per esser parte della naturalità musicale nelle soluzioni da intraprendere per evitare malformazioni nell’arbitrio, riconoscendo unicamente il compiuto: l’identificazione dell’intuizione fra concetti da legiferare.

Essere una feroce autocritica, questa basta, ogni linea sta dicendo qualcosa e sappiamo esattamente cosa vuol dirci, l’importante è che non si veda la
soluzione!

Tutto ciò che si oppone converge.

La qualità richiesta deve passare prima per il difetto da evitare.

Si venera ciò che è inesprimibile; le sue pretese hanno un rigurgito continuo,

Musica: una scienza per l'arte.

Tutta la musica è tonale perché costituita da toni.

Un sogno. Defecare nella piazza: la soddisfazione della creazione. Una musica dovrebbe arrivare a possedere una memoria olfattiva.

La qualità è importante ma la persistenza di questa lo è ancor di più.

Il compositore non ha limiti, scrive l’illimitatezza del limitato.

Un obbligo: reinvenatre il suono e la musica stessa.

La forma è un diagramma di forze.

Si scrive ciò che non si può descrivere.


Come può la musica divenire scienza? Non serve a niente.

Nessun commento:

Posta un commento