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lunedì 23 maggio 2016

Gyorgy Kurtag e la cultura della brevità


En vérité, une feuille blanche
Nous déclare par le vide
Qu’il n’est rien de si beau
Que ce qui n’existe pas.
Sur le miroir magique de sa blanche étendue,
L’âme voit devant elle le lieu des miracles

                                                   Que l’on ferait naître avec des signes et des lignes.
                                                   Cette présence d’absence surexcite
                                                   Et paralyse à la fois l’acte sans retour de la plume.
                                                   Il y a dans toute beauté une interdiction de toucher,
                                                   Il en émane je ne sais quoi de sacré
                                                   Qui suspend le geste, et fait l’homme
                                                   Sur le point d’agir se craindre soi-même.


                                                                             da Feuille Blanche, Paul Valéry


La significatività del bianco e la capacità di impostare un gesto di interdizione che appare quasi sacro lavorano nel momento iniziale, già prodromico della stesura di un testo. Valéry fu il massimo esponente del frammento in letteratura e, nella musica contemporanea, tale tendenza è stata oggetto della riflessione musicale di un signore, che alla veneranda età di 90 anni intenerisce ancora i cuori della gente di tutto il mondo, suonando assieme alla sua compagna Marta, il suo "libro" musicale: i Jàtékok di Gyorgy Kurtag (vedi qui l'esibizione a Parigi alla Cité della musique nel 2012), perle pianistiche a due o quattro mani, sono da tempo diventati meta dell'interesse di compositori e musicisti che le hanno oramai oggettivate come elementi del patrimonio musicale, distribuibili per funzionalità emotiva in vasti campi dell'attività umana (filosofia, scienza, letteratura, etc.). Molti i punti di contatto con Valéry, dalla ricerca della purezza del linguaggio attraverso la sintesi fino al potere che la musica può esercitare in merito ai "segreti comandi" del pensiero e del sentimento.
Musicalmente Kurtag ha promosso un miglioramento di forme già presenti vissute proprio nell'epoca di Valéry: la politica dei piccoli inframezzi era pratica già disponibile nel post-guerra, ma Kurtag ne ha costruito una seconda giovinezza, facendoli convivere con la dimensione misteriosa di Webern e dei serialisti aggiunti; in tal senso quel "foglio bianco" dello scrittore francese, che sembra tracciare un collegamento con Cage, Feldman o con i pittori del colore, estasiati dalla contemplazione del silenzio o dell'osservazione, in realtà è molto lontano da loro. Lo stile di Kurtag è teso alla scoperta di quei legami specifici del "momento", una sorta di mania di scoperta delle sensazioni di un attimo o di un breve ricorso di tempo: in quella sintesi, trovata scavando nei patterns di note degli strumenti che la potevano provocare, Kurtag è riuscito a far scorrere gli antecedenti della storia musicale e ha tratto indicazioni per il futuro. Una delle sue più grandi verità è che i suoni vanno "ricordati", si devono nutrire di capacità che nemmeno il linguaggio corrente può determinare, anzi suppliscono all'incapacità della parola; ma è una dimensione di "finito" che si vuole proporre e non di "infinito": ecco perché il suo primo quartetto d'archi, scritto nel 1959, va visto come un avanzamento della cultura musicale occidentale in assenza di prospettive scelsiane e sebbene Kurtag non abbia mai dato evidenze al riguardo, non pare una composizione con significati reconditi, dotati di quel trasporto pragmatico tipico delle opere che vi portano in quelle terre di nessuno care a Cage e a i suoi discepoli. Quel quartetto, quelli successivi, nonché l'operazione di Kafka's fragments (frutto di una personale rielaborazione dei rapporti tra narrativa e musica) lambiscono il parossismo dell'espressione, un'area dove il silenzio non è predominante ma propedeutico ad un dialogo: è su questo punto che Kurtag accentra la sua analisi, sulle interazioni non banali degli strumenti finalizzate solo dall'esigenza di chiudere la scrittura, una circostanza che rende così raffinata la sua composizione. 
Alcuni italiani sono rimasti letteralmente affascinati dal compositore ungherese: Abbado ne ha rimarcato i meriti cercando di insistere su un lato apparentemente meno appariscente della sua attività, quello concertante: negli intenti compositivi le orchestre di Kurtag tendono per concezione a quelle spaziali dei Gruppen di Stockhausen, ma sia "Stele" che "...quasi una fantasia..." o ancora "Grabstein fur Stephan", non propongono una rincorsa percettiva tra strumenti situati in zone diverse; la dislocazione funzionale di gruppi di strumenti sul palco non vuole "porsi all'attenzione", ma "rassicurare", provocando delle zone di conforto per l'ascoltatore tramite un codice sonoro implicito. Kurtag ricambiò la stima verso Luigi Nono con un omaggio memore della provenienza e del pensiero dell'italiano con una composizione corale lavorata sull'arbitrio della brevità, una brevità che sceglie la concussione e l'apertura con le tecniche contemporanee per mettere in luce quella relazione che Kurtag ha da sempre cercato nella composizione, ossia la finalizzazione di un simbolismo utilizzabile per creare il contorno di un messaggio, una circostanza che Kurtag ha trasferito nel ricordo, nelle celebrazioni di amici e colleghi presenti e scomparsi, un modo di far passare il suo pensiero sulla persona, una sentenza e non un anacronistico pensiero fermo all'oggettivazione caratteriale. L'imperativo è far passare la "sua" espressione.



Discografia consigliata:

-String quartets, Arditti String Quartet, Montaigne 1991 (oppure per una completa raccolta delle composizioni in quartetto d'archi, anche Athena Quartet, Neos, 2010)
-Jàtékok, Martha and Gyorgy Kurtag, Ecm N.S. 1997 
-Kafka-Fragments, Csengery, Keller, Hungaroton Classic 1995
-Grabstein fur Stephan/Stele, Berliner Philarmoniker, Abbado, Deutsche Grammophon, 1996
-Quasi una fantasia, Ensemble Modern, Eotvos, Sony 1993


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