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venerdì 20 maggio 2016

A listener's guide to Free Improvisation di John Corbett

Che esista una didattica dell'improvvisazione è fatto acclarato. Più difficile è pensare che possa esistere una didattica dell'ascoltatore dell'improvvisazione. John Corbett, musicista, redattore di Down Beat, nonché produttore e segnalatore d'arte a Chicago, ha appena pubblicato un libricino di circa 200 pagine dove vi vuole dimostrare il contrario. Ha sfornato la prima vera guida all'ascolto di una tendenza musicale con molte frecce nel suo arco, ma che necessita (per via dell'estremità del linguaggio che sottintende) di un parco spiegazioni composito affinché sia agevolata la sua fruizione sin dal primo approccio, che di prassi comincia con la partecipazione ad un concerto. Non è fantascienza pensare che sin da quando si oltrepassa la porta del locale in cui si svolge il concerto, l'ascoltatore non edotto si trova in difficoltà, di fronte a qualcosa che non riesce a decifrare. Bene, lo scopo di questa guida è quello di rendere evidenti le qualità provenienti da un ascolto alternativo, completamente differente da quello che si è soliti fare e dare molti suggerimenti (azioni) per cercare di cogliere in pieno gli aspetti positivi della fenomenologia improvvisativa. Con una dialettica vivace ed interessante ed una capitolazione progressiva, Corbett vi prende per mano all'entrata del locale e vi accompagna con le sue considerazioni fino alla fine del concerto, lavorando gradatamente su una diversa idea di ciò che un potenziale novello ascoltatore ha percepito nel mondo della musica (in primis la completa decostruzione degli elementi fondamentali della musica (ritmo, armonia, melodia, etc.)), proiettando con chiarezza e passione tutte le identificazioni su cui basa l'improvvisazione libera (dinamiche tra musicisti e dinamiche della musica, cambiamenti di stato e riconoscimento di una struttura complessiva). C'è tutta l'esperienza di un uomo che ha avuto modo di saggiare in prima persona la realtà e soprattutto c'è la volontà di trasferire segreti e consigli professionali per un encomiabile sviluppo consapevole del gradimento dell'ascoltatore. D'altronde, su questi argomenti c'è sempre stata frammentarietà, una certa fatica a sprecare inchiostro oltre misura: aldilà di tutto quello che è stato scritto sui blog specializzati o sulle testate giornalistiche, mancava effettivamente un testo ufficiale, che fosse in grado di riepilogare concetti ritenuti oramai scontati negli ambienti dopo oltre 50 anni di pratica improvvisativa e fornire un supporto educativo minimo di tipo cartaceo ed ufficiale. Perciò il libro di Corbett è benvenuto e necessario in un settore della musica che, a livello editoriale, conta nel complesso poco quanto niente (lo stesso autore indica quei sette/otto libri essenziali in cinquant'anni di improvvisazione libera, che vedono oltre al sempreverde testo di Bailey quelli di pochi altri, intesi a sviluppare anche tematiche differenti (Whitehead, Prévost,  Lewis e Smith). Un'appunto si può solo nutrire riguardo la lunga lista di improvvisatori viventi che è contenuta in appendice, e che mostra appena tre musicisti italiani (Tramontana e Prati)*: il valore della nostra attuale scena improvvisativa italiana non penso possa permettere di avvalorare queste carenze.
Data la sua natura riassuntiva "A listener's guide to free improvisation" non si può permettere di fornire ulteriori scopi divulgativi, che sarebbero ugualmente importanti: in tal senso, le problematiche richiamate per evidenziare gli accostamenti con la composizione contemporanea classica sono solo occhi lanciati su un ampio panorama: si parla in poche righe della moment form di Stockhausen e del poly-free, termine che indica i rapporti variamente intelaiati con la composizione, quando assenti sono le indicazioni sulla corrispondenza dei rapporti tra free improvisation e musica contemporanea riguardo le tecniche estensive. Inoltre se si è pienamente d'accordo nel rifiutare la natura "superiore" che talvolta viene data alla libera improvvisazione (in quanto degne di nota sono anche le caratterizzazioni di altri generi musicali), non si può negare che l'apertura alla libertà assoluta è un veicolo indispensabile per giungere alla pienezza di quel risultato di riconoscimento dell'arte, che dovrebbe essere la prerogativa essenziale di qualsiasi musica ed espressione e probabilmente l'unico baluardo che resta per costruire un futuro della musica. Il mistero rinvenibile dai suoni dall'improvvisazione e suscettibile di approfondimento per cogliere una remissione completa delle abitudini d'ascolto è qualcosa di cui Corbett sente la potenza, nel momento in cui ne evidenzia le coordinate grazie alle parole di Evan Parker, un aspetto che nei casi più puri sente il bisogno di rimodellare totalmente il modo con cui gli improvvisatori hanno inteso esprimere la loro libertà. Trovare dei riferimenti espressivi validi deve restare l'imperativo anche nelle modalità decisamente autonome e prive di forma, una circostanza da sviluppare e conoscere in fase critica per evitare di convivere con un'improvvisazione scadente. 
Il libro di Corbett è ottimo e sarebbe utilissimo trovarlo all'ingresso di qualsiasi concerto di free improvisation o prima di qualsiasi ascolto casalingo, ma ora sarebbe ancora più utile che ci si facesse carico di sistemare su carta, in maniera estensiva, una storia ed un'estetica del genere, dato che gli elementi al riguardo son tanti e consentono una sua definitiva sistemazione.

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Nota:
*nel comparto elettronica/sintetizzatori c'è anche Marco Vecci, di cui chiedo lumi ai lettori, data la mia ignoranza sul musicista (leggi commento).


1 commento:

  1. Riguardo agli italiani presenti nella lista fornita da Corbett, il terzo ed ultimo è Marco "Bill" Vecchi (e non Vecci), sound projection nel progetto elettroacustico di Evan Parker. Grazie a Massimo Falascone per avermi segnalato l'identità del musicista, laddove c'era un evidente errore di stampa nel libro di Corbett.

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