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lunedì 25 aprile 2016

Stravinsky nell'ottica di Casella

La riproposizione effettuata dalla Castelvecchi del primo atto critico compiuto in forma editoriale ed in lingua italiana su Igor Stravinsky da parte del compositore/musicologo Alfredo Casella, è benvenuta sotto parecchi aspetti e mi permette di parlare dell'autore russo. Questo volumetto di circa 100 pagine si pone ancora oggi come un testo fondamentale, introduttivo alla comprensione logica della carriera dell'autore russo. Il libro fu ampliato e definitivamente divulgato nel 1947 un anno dopo la morte di Casella, raccogliendo spunti critici su tutta la produzione musicale di Stravinsky fino al 1946: permeato dalla diretta conoscenza della musica e finanche del compositore russo, Casella in una quadrupla divisione di capitoli (La Giovinezza, La Maturità, La Super-Maturità, L'Enigma) passa in rassegna cronologica tutte le composizioni di Stravinsky, mettendo nero su bianco una serie di considerazioni musicali essenziali, tese a dimostrare la stima che nutriva verso di lui. Va detto che fino al 1947, solo Casella e pochi altri ne avevano affrontato con dedizione un confronto completo (André Schaeffner o Boris de Schloezer) perché la materia veniva ampiamente dibattuta sulle riviste di critica musicale. Oggi la situazione odierna è cambiata, poiché numerosi sono gli studi intervenuti sull'autore russo e copiose sono le pubblicazioni di materiale a lui dedicato (in più cinquant'anni di tempo) che hanno prestato un gancio all'approfondimento e alla revisione estetica. Visto con il senno del poi, "Stravinsky" contiene ancora dei pensieri reali, appropriati per un racconto storicizzato degli eventi ma, d'altro canto, può meritarsi qualche diversità di opinione: la semplicità del linguaggio di Casella ci conduce per mano nei suoi capolavori, cominciando da quelli del periodo "russo" (in cui si tessono le lodi per opere come Petrouchka, Le Sacre du printemps, le Noces) e si termina con quelli del periodo neoclassico spoglio dell'elemento folkloristico (Casella mostra molta enfasi per opere come l'Edipo Re e la Sinfonia dei Salmi); manca naturalmente il periodo serialista di Stravinsky, invero un periodo tutto sommato debole del compositore russo, con il quale egli concluse la sua carriera artistica. 
In merito alle novità apportate nel campo del balletto e del teatro si sottolinea la portata rivoluzionaria di "Petrouchka", qualcosa destinata a scontrarsi con il linguaggio impressionista e romantico: le innovazioni sul ritmo, sulle dinamiche melodiche sono intuizioni necessarie per mantenere in vita il sistema tonale, un sistema che Debussy o Ravel stavano cercando di cooptare. La compiutezza dell'opera di rinnovamento di Stravinsky si ebbe in "La sagra della primavera", quel lavoro che merita di stare nell'olimpo dell'intera musica: non scatena solo elucubrazioni di carattere musicale o teatrale (che sono quantunque infinitamente di valore storico e musicale), ma solleva anche il lato estetico, dal momento che la rappresentazione del rito pagano in esso contenuta riconciliava una visione personalissima delle tradizioni del suo paese, evenienza sulla quale si scatenò anche un lungo dibattito che Casella decapita in origine con un'insigne ed arguta osservazione: ".....ciò che soprattutto divide Stravinsky dai suoi predecessori russi (si riferisce al gruppo dei cinque) è il fatto che, mentre quelli cercavano di inquadrare la melodia popolare nazionale entro forme europee, Stravinsky è invece un creatore europeo di forme..."; in definitiva un'arte oggettiva che non ha nulla a che vedere con quelle forme direttamente riferibili all'io del compositore. Queste composizioni, ancora oggi, non hanno perso un millimetro della loro bellezza, perché in possesso di una vitalità, di una luce propria, che non solo pretende un marchio di originalità, ma pure invoca libertà, vigore e buona frenesia. Stravinsky era anche personalità dirompente nel tratto, si definiva un artigiano della musica e rifiutava qualsiasi etichetta di modernità: un qualunquista dell'interpretazione altrui che scese in campo personalmente sia come pianista che come direttore d'orchestra auto-referente, cercando di rispondere alla domanda che ancora oggi molti si chiedono in merito a Firebird, Petrouchka o il Sacre, ossia quale fosse l'esatto pensiero da trasferire in composizioni che hanno visto numerose versioni divise in buona sostanza da una diversa funzionalità dei compiti affidati agli strumenti; Stravinsky criticò le pur splendide versioni dei suoi classici fatte da direttori come Boulez o Karajan, che esaltavano a dismisura la colorazione degli strumenti ed imponevano la voce singola dello strumento, a dispetto di quelle dirette da lui stesso, che si presentavano cerchiate da una ruvida patina di significato strumentale, tese a rivestire un ruolo da organico. Di Stravinsky Casella imparò a riconoscere le influenze, le splendide citazioni barocche e classiche, nonché le incursioni nel jazz e nella musica sacra: ciò che prevalse durante lo svolgimento del periodo neoclassico (definizione che per Stravinsky pecca di superficialità estrema, date le sfumature e i riferimenti) fu l'abbinamento delle soluzioni, un ricorrente grado di composizione da "baraccone" e soprattutto una lucentezza della composizione che domina quasi tutta la produzione.
Particolare risalto Casella lo diede alla Sinfonia dei Salmi, un corale sinfonico sul quale si espresse con visionario accenno critico, riconoscendo in quella sintesi musicale la vera natura del compositore russo, l'attaccamento cognitivo alle radici russe e un'alienazione di fondo che molte altre analisi hanno poi riscontrato e sviscerato in scritti personali. Non c'è solo quello splendido "ondeggiamento" che subiamo per effetto del trascinamento armonico del coro, ma anche un richiamo alle icone russe e al potere messianico universale di Dostojewski e del popolo russo. L'enigma del compositore costantemente dedito alla rielaborazione di idee altrui scompare immediatamente di fronte alle ricchezze della sua arte, un'arte che cerca il cambiamento in quella stanza piena di oggetti invecchiati, che era la tonalità. L'emancipazione da quest'ultima può essere anche vista come funzione qualitativa e quantitativa delle sue innovazioni, che non si risolvono solo nella forza strumentale delle orchestre o negli ostinati (indelebili testimonianze lasciate all'attività dei posteri); con una diversa prospettiva, lo si può tranquillamente inserire tra i fautori dell'atonalità, non solo quella conclamata dall'asse austriaco, ma anche quella che può essere intesa come modificazione non selvaggia dei centri di gravità tonale della composizione. 



3 commenti:

  1. Buongiorno Ettore, grazie per aver parlato del nostro libro. Non si tratta però di "ristampa", ma di edizione critica, con numerose note a piè di pagina. Oltre alla prefazione di Quirino Principe.

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  2. Salve Benedetta, grazie del suo intervento. Il termine ristampa è stato usato da me solo per ricordare l'iter di arricchimento della originale monografia del '26, che passa dall'edizione del '47 di Strawinsky e delle due integrazioni di Guglielmo Barblan. I lettori comprenderanno bene queste vicende leggendo la nota che opportunamente lei ha messo a disposizione nel libro. La saluto cordialmente.

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  3. Per una migliore chiarezza ho sostituito il termine "ristampa" con "riproposizione".

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