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sabato 9 aprile 2016

Sainkho Namtchylak

La recente nuova pubblicazione discografica della cantante Sainkho Namtchylak spontaneamente rigurgita i prodromi di una carriera: le molte, convenienti, recensioni di Like a bird or spirit, not a face sembrano voler impostare per la cantante russa dei percorsi innovativi tutti da scoprire. In effetti c'è un livello intricato di ingresso che si deve affrontare nell'arte della russa che va giudicato in tutte le sue pieghe, ma soprattutto si deve tener conto di come le operazioni musicali di Namtchylak urtino con una modernità accecata dalla transizione. 
Colgo l'occasione per ricostruire brevemente l'iter musicale compiuto dalla Namtchylak, che agli occhi di tanta audience e critica specialistica, si presentò come un uragano di creatività nelle grazie di Peter Kowald e Butch Morris; nel '87, con uno straordinario impeto, la Namtchylak pubblicò il suo manifesto in perfetta solitudine, dando seguito a quelle operazioni di vocalità improvvisativa di alto profilo nate in quel campo lontano e sparuto della anti-convenzionalità: in Lost Rivers si avvertiva una dimensione ulteriore a quella provocata dalla ricerca canora (che peraltro all'epoca era stata già scandagliata dalla contemporaneità classica, dalle prese di posizioni di Meredith Monk e incredibilmente, dal basso, dagli esperimenti di stelle come Stratos): lavorare sugli armonici, sul canto Tuva della vicina Mongolia o sui suoni indesiderati emessi dalle corde vocali, non ha solo il potere di dimostrare che esiste una dimensione vocale tecnicamente da esplorare ma anche che è possibile ricavare un contenuto emotivo, dal soffrire al ringhiare, dal lamento fanciullesco alle stranezze incontrollate del suono gutturale o dello stridore. Sainkho, lavorando sull'improvvisazione, riusciva ad approfondire Yoko Ono e la Newton, liberando un potenziale impressionante che irrimediabilmente si conciliava con le irregolarità degli sciamani. Il periodo inaugurato con Lost Rivers fu molto fecondo per lei e, anche a livello discografico, la cantante russa ebbe modo di mostrare in pompa magna le sue capacità con accostamenti ad artisti che del jazz sposavano soprattutto le sue parti di avanguardia: quell'idea di cantante stridente ed incontaminata fece ancora scalpore in operazioni come "Letters" (un set di lettere paterne autenticamente sonorizzate in compagnia di Leandre, Gustafsson e Sandell), "Mars song" (con Parker in continua eccitazione circolare), "Amulet" (con Ned Rothenberg assalito dagli spettri armonici), "Aura" (un triplo contenente tre esibizioni della cantante rispettivamente in solo, in duo con Peter Kowald e in trio con la sezione ritmica di Tarasov e Volkov), nonché nei laboratori orchestrali della Moscow Composers Orchestra. 
Qualche controversia, invece, la può suscitare la direzione "world" intrapresa dalla cantante: per questa dimensione Sainkho profuse inizialmente un omaggio nazionalistico con un'incursione piena di pathos nel '93 in un album intitolato Out of Tuva; ma la principale bisettrice su cui farà confluire nuove idee, anche con un ambiguo raccordo alla tradizione, fu l'avance della tecnologia musicale; entrando nel nuovo secolo Stepmother city si presentò come il primo, vero episodio divergente delle prospettive canore della cantante, che cominciò a distribuire l'esuberanza improvvisativa nelle sindromi di un faccia a faccia con l'elettronica leggera; in questo periodo la cantante è molto presente in Italia dove riceve le attenzioni della Ponderosa Art&Music e del produttore/musicista Roberto Colombo: in Stepmother city si cercano nuove sintesi, si cerca nuova melodicità nelle pieghe del beatbox o nel rinnovo del blues e Sainkho entrerà in un alveolo di ricerca talvolta impalpabile, che stempera la splendida aggressività vocale per dosarla in un suono che è frutto dell'incontro di elementi di culture e generazioni differenti. Ad un certo punto la Namtchylak ha tentato di abbracciare tutte le maggiori vie di fuga nello sviluppo dell'improvvisazione vocale, sia quelle delle accademie che quelle provenienti dal basso della catena, in un mix che non ha comunque proibito alla cantante di continuare ad esibirsi con una doppia personalità artistica: la storica, libera improvvisazione, è stata ancora coltivata su alcuni lavori fatti alla Leo Records, lavori che si intagliano anche nelle prospettive di integrazione offerte dall'elettroacustica (vedi le performances molto interessanti con Nick Sudnik in Not quite songs), d'altro canto Sainkho sembra egualmente affascinata dal potere dell'elettronica leggera occidentale (in qualche caso avvicinandosi alle sortite fanciullesche di Bjork o dichiarative delle sorelle Casady) e agisce in stretto contatto con un produttore etnicamente impastato come Ian Brennan. 
Ritornando a Like a bird or spirit, not a face, per la prima volta si segnala la comparsa di un mix con la cultura ad ovest del Sahara grazie all'intervento di Eyadou Ag Leche e Said Ag Ayad (membri dei Tinariwen), per un esperimento trasversale che vive sull'importanza della produzione, che cerca di proporre un "trattamento", un esperimento chimico in cui si possa ricostruire nello stesso tempo un sound in cui allineare le asperità della voce di Sainkho e del suo bagaglio culturale, il beat ritmico tipico della chitarra di Ali Farka Touré e tappeti di elettronica cangianti in cui verificare qualsiasi impronta (linee concrete o ambient, riverberi, etc.). Il tentativo è di assemblare il lamento e la speranza di un canto nomade di qualsiasi appartenenza (Tuva, nordafricano, occidentale) in una rinnovata situazione di disagio in cui versa oggi il globo. L'impressione è che questi nobili esperimenti abbiano sempre una chance di rendersi più perfettibili: quello che si ricava in termini emotivi è qualcosa di leggermente sproporzionato rispetto al potenziale delle idee e delle capacità. Ma certamente essi si pongono come delle sapienti autostrade da seguire.



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