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martedì 15 marzo 2016

Philippe Manoury

Le dichiarazioni del compositore francese Philippe Manoury (1952) hanno sovente riguardato la crisi della musica contemporanea, l'organizzazione spesso infelice della gestione amministrativa e gli interventi sulle modalità di fruizione. Fornite con scritti mirati, le affermazioni di Manoury sono altamente condivisibili: approvo ogni virgola di quello che ha detto su rapporti tra politica ed arte, sull'importanza della creazione di istituzioni musicali specifiche per la musica e quella contemporanea in particolare, sulla necessità di una progettazione musicale che parta dalla scuola, sull'individuazione di nuovi spazi musicali.
Manoury fa parte di quella generazione di compositori che si è occupata di fornire degli sviluppi al movimento contemporaneo di Cage, Stockhausen, Boulez, Berio e così via, in anni in cui si solidificano nuove prospettive provenienti dalle intuizioni di Lachenmann e Sciarrino, ma che non parlano a sufficienza delle innovazioni dei compositori francesi.  Fortemente attaccato all'ideologia di Boulez, Manoury emerse con un gran pezzo di piano nel 1974 intitolato Crytophonos, che era un ulteriore monumento-omaggio al serialismo di Boulez e Barraqué. Ma i grappoli e gli ostinato prestati su una nota ben presto lasciarono il posto alla passione per l'elettronica, che il francese ebbe modo di concretizzare in maniera fattiva dopo la sua entrata in IRCAM: sposando la stessa filosofia del Boulez della sofisticazione elettroacustica, Manoury intraprese un percorso profondo nello studio delle interazioni tra strumenti e software musicali agenti in tempo reale, dando a vita a lunghe elucubrazioni sviluppate con il fine di mantenere e migliorare l'assistenza all'interpretazione e alla composizione: dopo Zeitlauf (per coro, ensemble e dispositivi elettronici real time con suoni sintetizzati fissati su supporto), immersa tra le stranezze del Buchla e di un glabro percussionismo, Manoury si introdusse nei regni enigmatici del caos con complessi processi di trasformazione musicale: coadiavuto dall'inventore del Max, Miller Puckette, Manoury diede vita al cosiddetto ciclo sonico (Sonus ex machina) che comprese Jupiter (per flauto ed elettronica), Pluton (piano midi ed elettronica), Neptune (percussioni ed el.) e La Partition du ciel et de l'Enfer (orchestra ed elettr.); per Pluton fu necessario il supporto del 4X, un elaboratore piuttosto cospicuo di dimensioni, collegato ad un piano in funzione midi, in grado di giudicare l'operato del musicista attraverso la valutazione delle dinamiche, del tocco e dei tempi utilizzati; una procedura che influenzava lo svolgimento dell'esecuzione stessa dal momento che real time veniva provocato un ritorno di informazione (non percepibile visivamente nemmeno da un'ascoltatore presente in sala). In Neptune le tre percussioni interattive ripartono dalle magnifiche intuizioni di Le Livre des claviers, per creare quel magnetico gioco tra vibrafono, marimbe e tam-tam. Nonostante qualcuno oggi giudichi il live electronics come un'esperienza di fatto archiviata, è necessario però ammettere che queste composizioni (meritevoli di stare a fianco a quelle corrispondenti di Boulez) sono state dei punti di partenza imprescindibili per nuove analisi sulla composizione.
I novanta, comunque, maturano l'interesse del compositore per la musica da camera (che privilegia il lied astratto), per le opere, il teatro e per le grandi formazioni (in cui strumenti come clarinetti bassi o marimbe, mal ricalcati nella storica struttura gerarchica dell'orchestra, fanno un figurone): il culmine arriva con Sound and Fury nel 1999 affidata all'orchestra sinfonica di Chicago e di Cleveland con una particolare cura posta alla posizione dei musicisti e alla spazializzazione degli effetti sonori. Nonostante l'alta qualità compositiva, l'impossibilità di poter affrontare una dignitosa carriera dal punto di vista economico, costringerà Manoury ad offrire le sue competenze a San Diego nel centro specializzato di La Jolla, un evento che stranamente diventa un catalizzatore di interesse: specie in Germania le sue composizioni diventano molto programmate e spingono il compositore nel 2012 a ritornare in Francia e scegliere Strasburgo come residenza strategica. In questo periodo, tra le altre cose, Manoury scrive due nuove sonate per piano e soprattutto tre spettacolari ed atmosferici quartetti per archi (Stringendo, Tensio e Meleconlia), che da una parte sfruttano quell'alea di suggestione sonora orizzontale presente nelle composizioni elettroacustiche, dall'altra trasferiscono nella scrittura per archi un peso seriale del tutto speciale, sistemato in varie modalità ritmiche sugli estremi sonori degli strumenti. Le strutture coltivano anche quelle saturazioni di suono che si allineano allo stadio abbandonato su Numéro Huit nell'80. 
In ossequio all'interesse precipuo verso il gioco delle relazioni tra elementi Manoury ha lavorato molto anche sul fattore tempo della composizione, apprezzando sia gli spazi brevi che quelli lunghi di essa: al riguardo ha scritto anche una grammatica musicale generativa che ha reso visibile nella partitura di In Situ, in cui incastonare in una struttura musicale polivalente più eventi sonori (un motivo musicale, un pattern sonoro, una morfologia, un gesto) che si incontrano in un ordine stabilito. Lo scopo è quello di creare sequenze eterogenee di partitura, tessiture che gradatamente possano trasformare l'umore della composizione in corso d'opera. 

Discografia consigliata:
-Le livre des claviers, Philips Classic
-Zeitlauf, Group Vocal de France, Ensemble Intercontemporain, Eotvos, Erato
-Jupiter et la Partition du Ciel et de l'Enfer, Ensemble Intercontemporain, Boulez
-Pluton, Ranta, Ondine
-An Echo et Neptune, Accord

N,B, Sulla rete sono disponibili, grazie a generosi benefattori, anche alcune importanti composizioni non registrate su supporto (tra cui anche quelle citate da me in questo articolo).


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