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sabato 6 febbraio 2016

Sarah Bernstein alle prese con il jazz


E' frequente trovare nel mondo dell'arte musicisti che sono qualcosa in più del settore a cui appartengono: oltre alla musica eseguita c'è la composizione e ci sono interessi letterari e poetici che, non appena possibile, diventano elementi essenziali della propria forma espressiva. Negli ultimi tempi, delle nuove generazioni di violinisti a New York, se ne parla pochissimo in una realtà musicale che andrebbe maggiormente esaminata; tuttavia Sarah Bernstein si lascia investire dall'interesse che si muove attorno alla sua figura. Eclettica nello stile, che si espone dal reading letterario fino alla composizione da camera, la Bernstein è venuta alla ribalta nel 2005 con un progetto particolarissimo in cui la massima abbinata ai violinisti jazz del suonare come un sassofonista andava rivista a favore di una chitarra elettrica: gli Iron Dogs di Field Recordings 1, l'esperienza portata avanti assieme al bassista elettrico Stuart Popejoy e al batterista Tommaso Cappellato (poi sostituito da Andrew Dury in Interactive album Rock), silenziosamente intercettava tutt'altro che ponti jazzistici, avvicinandosi ad una edulcorata forma di noise che sembra provenire dalle cantine dell'underground newyorchese: materia viva, attenzione per le atmosfere elettroacustiche, amplificazione e pedaliere soggiogate dalle impreviste relazioni dei partecipanti ed un violino asincrono e spesso modificato che potrebbe sostare nelle oasi dei Grateful Dead di Aoxomoxoa. Le sue sortite stranianti si ampliano nella creazione del Frikativ Quartet, un interessante comunione tra quartetti classici, l'esilarante fragranza del Kronos Q. e una propensione all'improvvisazione senza limiti; ma forse colpiscono di più gli shows sperimentali con il batterista Satoshi Takeishi, sfociati in Unearthish, in cui si assiste ad un teatrino pieno del sapore delle avanguardie newyorchesi, da reperire in più modelli: scheletri di Patti Smith o Laurie Anderson riempiono di fascino una proposta che corre nel senso della godibilità e dell'arte più rappresentativa dell'epilessia e della verbalità coincisa.
Negli ultimi due anni la Bernstein sembra essere scesa a compromessi con il jazz in una variabilità non preventivabile: da una parte ci sono le improvvisazioni radicali con il batterista Kid Millions, che la propongono senza barriere nel suo noise arroventato con tanto di processi; dall'altra c'è il quartetto che la violinista ha imbastito per l'esordio alla Leo R. con Still/Free, formato assieme alla pianista canadese Kris Davis, a Stuart Popejoy e al batterista Ches Smith; in questo frangente l'obiettivo della Bernstein di rimanere dentro nel jazz non è mai stato così chiaro, ma la permanenza viene studiata nelle sue modalità di approccio e segue una logica perfetta, che è conseguenza di quanto fatto finora musicalmente e di quanto si vuole costruire. Mantenendo fede ad una diafana forma di rappresentazione, l'obiettivo è quello di mettere davanti all'improvvisazione una serie di componenti prestabilite che sono espressioni di alcune prospettive raggiunte dalla storicità musicale: si tratta di sistemare il violino jazz in alcune battute riconosciute del linguaggio poetico, dell'armonia di un refrain da condividere con i musicisti o di una esatta riproduzione di cadenze poliritmiche; classicità vicina al post-modernismo e improvvisazione alla Bang convivono sotto forma di atmosfere e sfumature come irreparabile conseguenza dell'esigenza di puntare su un proprio canovaccio, di quelli che possa differenziarsi in qualche modo. E' così che l'austerità di Still/Free guida alle sembianze free bop della seconda parte del cd, in cui è arduo scegliere cosa sia migliore. 


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