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venerdì 26 febbraio 2016

Poche note sull'improvvisazione italiana: ingabbiati tra melodia e asimmetria

Pur essendo formalmente contrapposti i concetti di simmetria e asimmetria sono trattati spesso come un tutt'uno, poiché è evidente che nella rappresentazione musicale vengano visti come due stadi che possono comunicare tra loro: talora si è dovuto ricercare un loro spazio nelle trame melodiche, in ciò superando una visuale sbilanciata sulla ritmicità e fornire una giustificazione nell'ambito di un ordine prestabilito oppure di un caos organizzato; tralasciando il modo con cui le forme variabilmente geometriche sono state applicate nella musica (un numero di casi elevatissimo) è nella disponibilità dei musicisti la più ampia libertà di scelta nel porre rimedio alla trasposizione emotiva dei concetti. Nel jazz gli equivalenti della bellezza simmetrica di una partitura di Mozart o Bach non sono certo mancati, così come al contrario le amabili asimmetrie di Monk al piano sono state propedeutiche all'introduzione nell'improvvisazione di una nuova fase di sviluppo. 



Quando Lucio Tasca e Giuseppe Doronzo, rispettivamente chitarrista e baritono sax del gruppo Falga, mi hanno sottoposto il loro progetto, ho realmente pensato a quanti talenti perde l'Italia pedissequamente nei migliori settori musicali: il quintetto (che comprende anche il coautore Federico Pozzer al piano, Andrea Caruso al contrabbasso e Aleksander Skoric alla batteria) è praticamente nato in Olanda, residenza attuale degli artisti in questione. Di Falga si possono cogliere caratteristiche improvvisative molto interessanti, in primis la costruzione: c'è una linea melodica che incastra, dove ogni nota pesa un quintale e che si rende presente come un fantasma in qualsiasi fase, dove la sintassi dell'antico jazz e delle timide linee free si incrociano quasi delicatamente per dar vita ad una sorta di puzzle musicale. I musicisti hanno trovato un suono corale con una stretta interdipendenza nell'impostazione. Prendete Craters at the sunset, ad esempio, che si pone nell'ottica di un'improvvisazione a fasi: parte come un brano sperimentale e poi, con gusto, diventa all'improvviso un modale; poi ancora percussioni decontestualizzate si incrociano a loro volta con un ritorno melodico essenziale che si infrange in un magmatico e libero finale strumentale, con Doronzo sugli scudi.
In Falga vige la tecnica dei pezzi subdoli: i flashs portano veloci ed distraenti ricordi di Ben Webster, dei sassofonisti della generazione di James Carter e Joshua Redman, di Mehldau e dei pianisti classici, ma non c'è niente che si stampi nella memoria per ricordarli per più di un minuto. Un plauso va anche a Pozzer, che è autore di 4 dei 7 pezzi ed è il protagonista della tensione di H.V. is my favourite piano player, in un lavoro che è di ottimo auspicio per tenere in vita il fardello temporale della progettualità.

E' sulla base della M-Theory che si costruisce anche l'esordio (anche qui dalle nicchie italiane in terra germanica della Aut R.) del chitarrista potentino Matteo Tundo; gli studi della fisica in merito alle parcellizzazioni infinitamente piccole ed invisibili dell'Universo è da parecchio tempo un argomento di estremo interesse, utile per dare delle risposte che si conciliano con le teorie già verificate; per questo fascino, ovviamente, anche i musicisti più intelligenti mostrano attrazione. Tundo trasmigra il senso matematico o comunque dell'equazione/relazione tra elementi, appoggiandosi alle capacità cognitive della musica di cogliere i fenomeni alchemici: sulla scorta di un chiaro pensiero subliminale, il validissimo progetto del chitarrista è alla ricerca di sonorità equivalenti che possano indicare da una parte una complessità (fattore che viene pescato nella musica contemporanea) e dall'altra un tenore narrativo (tramite le proprietà dell'improvvisazione); in Zero Brane l'avvicinamento tra strutture jazzistiche e complessità viene effettuato assegnando un preciso compito emozionale ai musicisti che coadiuvano Tundo: in un prodotto che chiama a raccolta forze unificatrici, asimmetrie biologiche e plurimi mondi dimensionali musicisti come Bittolo Bon, Parrini, Riccio (all'elettronica) o Graziano (al fender rhodes) sono tasselli voluti e ricercati per elaborare un jazz progressista che non si trova in giro in nessun modo e suggella una sintonia dei partecipanti quasi naturale con le proposte avanzate di Tundo. Ecco perché, nel tenore da laboratorio che in Zero Brane si percepisce sin dal primo istante, tutti possono raggiungere vette strumentali che, per chi non si formalizza sul significato letterale del termine novità, seguono spessori da terza scuola di Darmstadt applicata al jazz.

Una visuale completa su come gestire impianti melodici e simmetrie viene anche dal gruppo del contrabbassista Luca Pissavini, LuPi (contrazione evidente del suo nome e cognome): in Everything will be fine Pissavini si avvale di un quartetto con un validissimo Filippo Cozzi al sax alto, Andrea Quattrini alla batteria e Simone Quatrana al rhodes, dirigendosi in quelle frammentazioni odierne che tentano di eliminare la retorica jazzistica agganciandosi alle problematiche recenti della musica in generale; sono quegli intrecci sottili che cercano legami impensabili ed immaginari tra Davis e Ligeti (Thanks for your foolishness), tra lo spasimo di Ayler e il candore di Zawinul (Your very eyes), tra le ambiguità estese di un Barry Guy cooptato da Coltrane negli scarti elettronici di Gesang der Junglinge (It's true), tra le pulsazioni di Wyatt e il mainstream jazz (Everything will be fine). Senza aver timore di un'applicazione malsana delle teorie dell'accoppiamento, le operazioni di Everything will be fine lasciano spazio all'idea netta che l'impiego più plausibile della formazione di un musicista è quello musicalmente onnicomprensivo, come in una scatola di ricordi piena di echi ed umori da cui farne uscire qualcuno a seconda dell'ispirazione: un vero movimento citazionista implicito, che invero si è riproposto fortemente nella musica dopo la Sinfonia di Berio e che i LuPi cospargono in molte direzioni.

Sul chitarrista Andrea Bolzoni qualcosa finora è trapelata solo indirettamente grazie alla partecipazione al quartetto dei Swedish Mobilia. E' stato quindi per mancanza di spazio e di tempo che non si è riusciti a sottolineare l'intrepida visione che anima questo giovane chitarrista elettrico e che si ricollega ad un concetto molto specifico degli ingredienti musicali utilizzati: si va dal jazz sghembo di Ribot e dei suoi recenti discepoli (vedi la Halvorsen) alle risalite di Hendrix e discepoli (Torn è individuato come un'influenza specifica dallo stesso Bolzoni in un'intervista per To Crash). AmI? è la prima prova perfettamente elaborata in solitudine ed è un modo per rendersi conto esattamente delle velleità artistiche del chitarrista; costruita come suite in 4 parti AmI? è una conturbante risposta emotiva ad una domanda profonda del divenire, in un momento in cui si fa fatica a vedere le regioni vere della comprensione a tutti i livelli; musicalmente si costruisce sui loops e su un uso quasi neoclassico dello strumento (le ripetizioni senza apparente geometria della Part I), sulle complicità garage, il feedback e le ritorsioni di un rocker (Part II), le strutture avant-garde che pagano il conto alla filosofia moderna della chitarra elettrica (Part III), le spigolosità di un'espansione free che sta tra Ribot e Bailey (Part IV). Il risultato è che AmI? ne esce vittorioso come un monolito che accontenta l'ascoltatore esigente, perché lo trastulla in sentimenti divisi tra l'enigma, la speranza e la dissoluzione.

Si sa che c'è una dimensione del jazz ancora molto vicina alla melodia boppistica: in essa il chitarrista milanese Roberto Cecchetto ci ha costruito proficuamente un'identità; riprendo quanto scritto nella primogenita stesura di Poche note sul jazz italiano a proposito della chitarra, quando dicevo: ".....particolarmente intrigante si presenta il fraseggio bop stralunato tra dubbi introspettivi e benessere armonico di Roberto Cecchetto, che può essere colto in registrazioni come "Slow mood" (con Giovanni Maier) o "Soft wind" (sempre con Maier, Guidi e Rabbia).....".
In quella sede presi a mò di riferimento due cds rappresentativi, ma non vi è dubbio che qualsiasi prova discografica non ha mai deragliato dagli intendimenti previsti: Blues Connotation è era vicinissimo a Slow mood in qualità, così come Memories o Mantra rappresentavano delle valide vie di fuga all'asfissia che può provocare una sbornia di suoni di fusione eretti come lampadine a capacità limitata nel vuoto. Penso che se in fantasia il chitarrista milanese abbia già da tempo tutte le carte in regola per essere un valido continuatore della tradizione jazzistica italiana della chitarra elettrica, in realtà quello che gli manca è solo un grande acuto a livello discografico e il live at Cape Town in trio con Andrea Lombardini al basso elettrico e Phil Mer alla batteria non penso possa essere considerato la prova del decollo: nato come progetto di una prodromica serie di live alla Nau Records, Live at Cape Town si crogiola in visuali prospettiche normalizzate, dalla vaga reminiscenza friselliana, vissute in interposizione con la dialettica alla Pastorius del basso di Lombardini. Qualcosa che si stempera solo nelle vicissitudini di Core Awake. Non c'è una nota fuori posto ma è proprio quello che non è bene che accada per lasciare traccia.


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