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giovedì 11 febbraio 2016

George Crumb e famiglia


..."Perhaps two million years ago the creatures of a planet in some remote galaxy faced a musical crisis similar to that we earthly composers faced today. It is possible that those creatures have existed for two million years without new music? I doubt it...."
(George Crumb, saggio da Music: Does it have a future?)

In ciò che per definizione comune chiamiamo "contemporanea", un elemento fondamentale fu quello che molti compositori scelsero di lavorare sulle evoluzioni del timbro: fu uno spazio ampiamente coltivato negli anni settanta, quando sembrava che la serialità non potesse dare più frutti. In questo spazio i compositori si diressero verso i mondi inesplorati delle tecniche estensive degli strumenti, alla caccia di suoni nuovi e di risonanze immacolate; quello dei glissandi, dei pianoforti modificati, degli oggetti acusticamente interessanti etc., divenne un mondo ideale per rappresentare determinate sensazioni come non mai nella musica e da Xenakis a Cage, da Partch agli spettralisti, emerse un apparato coeso di studi sulle potenzialità espressive dei nuovi metodi di approccio alla composizione e all'esecuzione. Tra coloro che hanno avuto un posto di rilievo in questa rincorsa soggettivamente parametrata al proprio ambito espressivo non può certamente mancare l'americano George Crumb (1929), che ne costituisce un caso specifico ed originale: un vero cacciatore di timbri inascoltati rientranti in una filosofia compositiva che qualcuno, con una prospettiva parziale, vide come un modello di moderna accessibilità della proposta musicale. Crumb piacque subito perché non si addentrava con aridità nei territori impervi delle sonorità, ma ne cercava una subdola caratterizzazione emotiva: al top dell'idea compositiva Crumb risucchiò in vortici l'ascoltatore, facendolo viaggiare tra mondi ora sepolcrali, ora mistici, una continua esercitazione sull'alienazione umana e sulla potenza dell'infinito del cosmo; tra microtonalità e risonanze Crumb intercettava influenze orientali come nelle esperienze di Harvey, ma esperiva al compito dell'affascinante simbolismo tramite atteggiamenti concreti posti dagli esecutori: la movimentazione sul palco ed oltre degli stessi, le maschere indossate durante l'esibizione, la possibilità di utilizzare strumenti elettrificati, nonché lo spazio dato alle tecniche non convenzionali (studiate nei minimi particolari), davano una chance anche all'aspetto scenico. 
Crumb resta un faro sul fronte della vocalità contemporanea e sulla produzione strumentale da camera, due direttrici che gli hanno permesso di stabilire alcune composizioni guida della storia bistrattata dei contemporanei: con una evidente preferenza per il pianoforte, il compositore americano ha scritto una delle più belle e sinistre pagine del quartetto d'archi (Black Angels, 1970), un idiomatico saggio rivolto al linguaggio recondito delle balene a suoni elasticamente riprodotti da un flauto elettrico, un violoncello ed un piano (Vox Balaenae, 1971), nonché quattro splendidi volumi dedicati all'astrologia e alle meccaniche celesti, mai così ben rappresentati dalle amplificazioni del pianoforte (i Makrokosmos, dal '72 al '79). Di tanta carne al fuoco ne beneficiò anche la parca attività orchestrale (vinse con facilità il Pulitzer Prize con Echoes of time and the river e il Grammy con Star-Child) e naturalmente quella pianistica, quest'ultima col tempo gradatamente spostata sul versante vocale ed affiancata ad alcuni temi cari al compositore, quelli del ciclo e della citazione, un percorso da lui battuto attraverso varie prospettive, in cui le più recenti sembrano avere un credito maggiore: nelle American Songbook, una rielaborazione in chiave personale del grande repertorio della canzone americana, George si è avvalso dell'apporto canoro della figlia Ann, soprano ed attrice che si può ascoltare in The River of life (Songbook I) e Unto the hills (Songbook III), nella completezza dell'edizione portata avanti da più anni dall'etichetta di riferimento di Crumb, la Bridge Records. Qualche scontentezza deriva dal fatto che tali saggi risentono sempre meno del fascino avanguardista delle vecchie pagine del compositore, che ad un certo punto si è sentito particolarmente attratto dalla circolarità melodica di Debussy, un fantasma latente che risucchia in molti. 
E come lui, anche il figlio David (1929) ne ha da subito incamerato le proprietà, facendolo comunque nel modo migliore: Red Desert, una raccolta monografica concentrata sulla produzione da camera, restituisce i percorsi avanzati della composizione romantica od impressionista e guida al piacere intelligente dell'ascolto; sono diversi gli stadi immaginativi intercettati da David su cui ognuno può far affidamento, dalla composta tristezza delle formazioni di September Elegy alle cartoline multicolorate di Soundings, passando dalle virtuose capacità di un concerto romantico in Red Desert Triptych (un plauso al livello interpretativo di Marcantonio Barone); si impone una cameralità pensosa ed ugualmente introspettiva, un marchio familiare che proietta, in questo caso e per espressa scelta, verso i lidi della tonalità.



Discografia consigliata:
-George Crumb: Orchestral Music, Thomas Conlin, Warsaw Philharmonic Orchestra, Bridge R.
-George Crumb Edition Vol. 1: DeGaetani, Sylvan, Kalish, Orkish, Bridge R.
-George Crumb Edition Vol. 3: Conlin, Warsaw Philharmonic O., Bridge
-George Crubm Edition Vol. 10 (George e Ann): Orchestra 2001, Freeman, Bridge
-Black angels, Kronos Quartet, Elektra
-Complete Makrokosmos 1-4, Telos 2011
-Songs, drones and refrains of death, Ensemble New Art, Kent, Naxos 2006
-Vox Balaenae, Zurich New Music Ensemble, Hat Hut, 2007



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