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mercoledì 20 gennaio 2016

Suoni della contemporaneità italiana: la ricchezza dei significati in Nicola Sani

L'intraprendenza caratteriale è un ottimo viatico per costruire nella musica. Normalmente è quello che si commenta del compositore Nicola Sani, ma tale assunto andrebbe approfondito. La qualità di cui si parla è stata dal compositore spalmata su più fronti, da quello musicale a quello organizzativo, e solo per la sua opera tenace e valida, bisognerebbe ringraziarlo, specie in un periodo difficile per gli approcci musicali di un pubblico specifico, che ha bisogno di essere educato a vivere diversamente la moderna musica accademica. Dal punto di vista dei parametri espressivi di riferimento Sani ha cercato, con un anello di congiunzione tutto personale, di saldare la materia basata sullo sviluppo del suono come entità a sé stante, attraversando le due modalità utilmente disponibili per la ricerca, quella acustica e quella dell'elettronica: per la radice acustica Sani si è ispirato al pioniere Scelsi, di cui condivide l'idea del riscatto del suono dalla partitura, mentre per quella acusmatica è evidente un debito per le teorie franco-canadesi che nella seconda parte del novecento hanno monopolizzato l'attenzione dei compositori, intenti a provocare una scossa attraverso l'utilizzo rispettoso ed ecologico dell'elettronica. Come è risaputo, in Italia la materia elettroacustica è tanto ampia quanto misconosciuta e oggi si può certamente affermare che una storia mondiale ed italiana sia perfettamente disponibile in uno dei settori più contrastati della moderna arte musicale degli ultimi cinquant'anni a livello fruitivo; molta di essa è rimasta confinata nei “banchi di scuola” dei vari siti accademici, oppure è stata timidamente portata a conoscenza tramite festivals dedicati (sempre pochi) e registrazioni che rimangono sospese in un inspiegabile limbo del sapere musicale (comunque sempre insufficienti in quantità). A livello elettroacustico Sani ha fatto tutto quanto era possibile per arricchire e completare il proprio bagaglio formativo e per cercare di far comprendere la bellezza intrinseca delle sue teorie, donando al sistema attuale un'impronta ricca di contenuti; la Stradivarius ha da poco pubblicato un ennesimo cd monografico del compositore intitolato Raw, in cui si può ascoltare il lato compositivo acustico dell'autore, assieme ad un dvd denominato Chemical free (?), che ritrae invece il lato elettroacustico del compositore ed in cui vengono esplorate potenziali relazioni tra la chimica e la musica nell'ambito di un progetto intervenuto tra l'Università di Padova (dipartimento di Scienze chimiche), il Conservatorio Pollini e due figure eminenti della produzione video e della musica: da una parte David Ryan che cura una proiezione in real time sull'attività biologica degli elementi chimici e dall'altra Alvise Vidolin, musicista e regista del suono, nonché inarrivabile esperto di musica elettronica e digitale in Italia. 
L'etichetta milanese è già al quinto supporto in favore di Sani, un'evidenza che ha permesso di sistemare su cd opere di valore internazionale come il ciclo degli “Elements”, 4 incredibili lunghe incursioni nella proiezione dei suoni (con la strumentazione innovativa di Fabbriciani a farla da padrone) e i quartetti d'archi inseriti in “In red”; il nuovo esperimento di “Chemical free (?)” merita la stessa importanza di questi lavori elettroacustici e lancia un messaggio subdolo alla reticenza della scienza e della medicina nella pressante discussione che impegna la nostra salute e l'ambiente di vita: la rappresentazione di una drammaturgia da condividere con la musica e l'animazione video viene svolta con la presentazione di tre sets su un palcoscenico senza platea, in cui si avvicendano tre musicisti e tre pezzi appositamente concordati in spirito e ideologia: un senso di onnipotenza del contrabbasso guida Daniele Roccato nel difficile coordinamento con la tecnologia del Movement I (C'è tanto spazio là in fondo); Aldo Orvieto, servendosi di un braccio elettronico e di una filosofia pianistica del tutto improntata al modernismo di clusters e suoni in rilievo, consuma il pathos del Movement II (No Landscape); Roberto Fabbriciani ripropone la sostanza materica del suo flauto iperbasso nel Movement III (More is different): tutte le tre prestazioni sono intimamente collegate da un filo conduttore ed utilizzano tecniche estensive che vengono a proporsi come generatori di suoni da elaborare in real time con un'enfasi sui rapporti di spazializzazione; in tal senso Sani utilizza un sistema denominato "motion capture", che è stato implementato presso il SaMPL (Sound and music processing lab) di Padova. Resta solo un fattore da considerare, che risiede nella convergenza di discipline plurime e in definitiva anche lontane tra loro (la musica, l'immagine visiva sotto qualsiasi forma, le arti figurative, la tecnologia, etc.): i compositori della modernità ci hanno lasciato eredità contrastanti al riguardo, con alcuni particolarmente scettici sulla possibilità che eventi di tale portata possono provocare nel preservare i linguaggi differenti delle singole discipline. L'omogeneizzazione di segnali metalinguistici di provenienza diversa resta la principale scommessa del futuro, in cui la musica non sarà altro che un filtro al pari di altri; persino il silenzio sarà rappresentabile in una forma vitale.

Quanto a Raw, esso ci permette di ascoltare la produzione cameristica di Sani in successione di quantità di utilizzo degli strumenti (dal duo fino all'ensemble) grazie all'intervento specialistico del Contempoartensemble diretto da Mauro Ceccanti: nella consapevolezza che molto è stato scritto in materia, ritengo che composizioni come A Time for the evening (1997) o Verso un altro occidente (2001) abbiano quel naturale collegamento cercato da Sani per esporre i suoi concetti di dilatazione del suono, creati per offrire nuovi panorami di esso (multifonie e timbri curati nelle loro pieghe dinamiche); in più non si può neanche trascurare la bellezza dello spessore letterario che resta sempre molto condivisibile: in particolare l'inebriante avvolgimento atonale di A time for the evening è il frutto di un interessamento di Sani a East coker, uno dei Four quartets di Thomas Sterns Eliot, che ben si adatta all'esistenza temporale dell'uomo di qualsiasi generazione:
....C'è un tempo per costruire/ e un tempo per vivere e per generare/c'è un tempo per la sera sotto le stelle/un tempo per la sera al paralume...;
così come Vidi in terra angelici costumi (2011) si riporta una visuale aggiornata del sonetto del canzoniere di Petrarca, che cerca di estendere l'impossibilità emotiva di una descrizione costruita per la bellezza, in una prospettiva idealizzata dei suoni: poche variabilità come archi a mò di sonagli impazziti che si stagliano in un'atmosfera del tutto protesa a stemperare i suoi istinti, imbevuta in un soave ricordo estatico che profuma inspiegabilmente di rinascimento e oggettivismo polifonico del moderno:
...ed era il cielo a l'armonia si intento/che non se vedea in ramo mover foglia/tanta dolcezza avea pien l'aere e 'l vento....



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